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Nota storica. In duemila anni il problema culturale non è mai stato marginale nella vita cristiana. Sia perché la sua pervasività è propria del fenomeno umano sia perché appartiene al dinamismo della Rivelazione, dell'Incarnazione e della Redenzione il progetto di Cristo
il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità
(1Tim 2,4).
I cristiani dell’Impero Romano fino al periodo tra l’Editto di Milano e quello di Tessalonica, si dedicarono alla cultura solo in funzione della religione ed ebbero scuole solo per la formazione spirituale, con la breve eccezione del periodo di Giuliano l’Apostata. Il successo nella diffusione della fede consisteva nella novità morale ed esistenziale, di destino (Bildung). Le conversioni al cristianesimo furono addirittura conversioni di rifiuto della cultura e delle professioni più che del paganesimo (Tertulliano, Taziano, Basilio, Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo). Al punto che Celso accusò i cristiani di essere una razza senza logos e senza nomos, cioè senza cultura (Kultur). Quando altri espressero atteggiamenti di apertura alla cultura greca ciò avvenne in funzione propedeutica alla fede e apologetica; la sapienza non fu più prodotto umano ma la verità proveniente da Dio, onde il sapere umano divenne sussidiario della fede (Giustino, Clemente, Minucio Felice, Gregorio di Nissa). E Agostino e Origene per primi crearono l’accesso all’uso teologico della cultura classica, per approfondire e rendere comprensibile il messaggio cristiano ai credenti. Da qui, a sproposito, si parlò di ellenizzazione del cristianesimo, ma effettivamente ci fu l’ontologizzazione del Kerygma.
Quando poi, oltre il genio di questi protagonisti, la fondazione di scuole coi soliti scopi religiosi tra i barbari (Armenia, Georgia, Etiopia, Goti) produsse lingue e culture proprie, fu evidente che l’unicità e il patrimonio di senso della cultura cristiana aveva superato la cultura antica e, nella crisi dell’impero, aveva originato una nuova civilisation. Il suo compimento storico nell’arco del IV secolo è paradigmatico per la comprensione dei processi culturali cristiani attuali (storia-eskaton, sistema-testimonianza..).
Sintesi. Paolo VI con
EN e il Concilio con la
Gaudium et spes, promulgata il 7 dic. 1965, nella prima parte e, nella seconda parte, allo specifico capitolo II de culturae progressu rite promovendo intendono aprirsi al dialogo con tutte le culture per cercare di rimarginare le ripetute fratture tra fede e cultura, in nome di un umanesimo plenario. Il Concilio assume la famiglia umana e la sua storia come soggetto comprensivo anche della comunità dei discepoli di Cristo solidali e cooperanti col genere umano, e mentre rappresenta la problematicità del mondo professa la sua inclusione nel piano della Redenzione: “si tratta di salvare la persona umana, si tratta di edificare l’umana società”. Così, per quanto difficoltoso, anche a questo mondo bisogna annunciare Gesù Salvatore (Pelvi) e porsi il problema culturale avendo consapevolezza della tradizione culturale cristiana.
In Italia, al primo Convegno Ecclesiale di Roma l'attenzione focalizzata sui problemi culturali sembrava la più adeguata a risolvere o almeno comprendere i problemi di una Chiesa senile femminile infantile (Burgalassi). Sono trascorsi tredici anni dall’esordio a Cassino, per iniziativa della Presidenza della CEI, del Progetto culturale orientato in senso cristiano, espressione organica del Concilio e dei primi tre Convegni ecclesiali nazionali oltre che del collegamento alle iniziative del Pontificio Consiglio della Cultura. Benedetto XVI a Verona e a Pavia, e alla vigilia della 3° Assemblea Ecumenica Europea (CCEE), ha confermato la validità del Progetto, rilanciato nella Chiesa italiana, e lo ha prospettato a tutto l’orizzonte ecclesiale europeo.
In questi anni l’estensione dell’impianto ideale e il consenso raccolto sono diventati abbastanza ampi da poterlo definire popolare, come avvenuto al recente 4° Incontro nazionale, nel quale si è anche ripetuto quanto il Progetto non voglia in alcun modo pregiudicare l’autonomia di altri percorsi, anzi intende favorire la riduzione delle diaspore culturali dei cattolici. La riproposizione in Italia della categoria di cultura popolare in contesto cattolico (dopo fascismo, Gramsci e Politecnico) ha così nuovo significato e piena legittimità. La caratterizzazione popolare è importante perché inerisce i comportamenti di massa, i fenomeni di second life e quelli indotti dai format dell’intrattenimento, oltre il presupposto di allargare gli spazi della razionalità e illuminare l’unità dei saperi che presiedono al progresso della nostra civiltà.
Si può riscontrare il dinamismo del cantiere del Progetto nell’elaborazione rimasta sempre aperta delle aree di lavoro (libertà, identità, interpretazione, tradizione, comunicazione, tutela del creato) e nella chiamata di nuovi operai a partecipare ai lavori: “Servono operai che, con il genio della fede, sappiano farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere quest’epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli” (Giovanni Paolo II).
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E per essere condiviso e aperto non poteva che preordinare la continuità tra la cultura “alta” (areopago) e la diffusione della cultura (agorà): la loro interconnessione nel Progetto è motivata dalla complessità della realtà (nessun genio isolato oggi può interpretare il mondo o far progredire la cultura) e dalla dimensione comunionale della vita ecclesiale che valorizza il contributo di ciascuno e, in materia, si configura come corresponsabilità morale della cultura cristiana a capo della quale c’è l’opzione “noi siamo responsabili di tutto” essendo tutto salvabile in Cristo, proprium della missione salvifica della Chiesa nel mondo.
Le nuove opportunità del Progetto si sono riscontrate nella riflessione scientifica per le Settimane Sociali, nella pertinenza allo sviluppo degli obiettivi del programma pastorale decennale della CEI, in specie per le prospettive della pastorale integrata e per l’attuazione del Direttorio sulle comunicazioni sociali “Comunicazione e missione”. E tra le sfide assunte c’è quella di offrire efficaci alternative alle ricette esoteriche e alla disevangelizzazione dei vari Odifreddi o Augias o movimenti religiosi e ai loro campi scuola! E alle tante altre prassi aberranti con matrici relativiste o integraliste, che nel postmoderno fanno vittime nonostante detestino le immani stragi dell’evo moderno.
Col sostegno economico e massmediatico del Servizio Nazionale presso la CEI, in rete con tutti gli attori culturali delle Chiese locali e della società italiana, gli ambiti coinvolti perché culturalmente importanti e capaci di produrre qualcosa di nuovo sono stati fino ad oggi davvero tanti, se non tutti: beni culturali ecclesiastici, centri culturali parrocchiali e sale della comunità, espressioni artistiche, cinema, teatro, musica, editoria, pubblicistica, mass-media e multimedia, organizzazione dei centri e dei piani di studi accademici, formazione permanente, iniziative locali strutturalmente deboli, rivisitazione di eventi ecclesiali, forum e incontri di livello nazionale o regionale, partnerariato con organismi laici.
Ora il Servizio nazionale per la pastorale giovanile, a conclusione del Convegno nazionale del 2006 e nel cammino dell’Agorà dei giovani, chiede collaborazione, dando come riferimento l’Associazione Hope, per la mappatura di quelle iniziative che possono diventare la base di un Progetto Culturale Giovani. Buona parte del Progetto attuale è già lavoro di giovani: nelle radio e tv cattoliche, nei centri universitari cattolici, nel teatro e in molti servizi del terzo settore. E i giovani meno valorizzati, perché ovviamente più problematici, sono gli adolescenti. Quindi, il nuovo spazio aperto tra pastorale giovanile e progetto culturale è una nuova opportunità di cercare e poi offrire soluzioni culturalmente valide alla società e alla Chiesa per questi nostri futuri protagonisti.
Nella nostra specificità.
Ad intra si può concorrere allo sviluppo del Progetto Culturale:
1.
cogliendo la complementarietà dei contributi di questo progetto culturale: per entrare in sintonia occorre la convinzione della coerenza dei valori cristiani (sp. antropologici) e della loro evangelizzabilità;
2.
facendo servizio di animazione culturale adeguata ai militari (che, come tutti, sono abituati agli effetti speciali della comunicazione), e continuando la verifica delle valenze culturali delle normali attività pastorali (il linguaggio delle catechesi; la scelta dei temi di catechesi; le opportunità mediatiche);
3.
prendendo atto che se tutto fa cultura, a maggior ragione fanno cultura le relazioni pastorali e la vita spirituale: infatti alla radice dell’impegno culturale cristiano c’è il credere e testimoniare di essere inviati dalla Verità ad essere veri per il mondo;
4.
includendo nella formazione permanente e nell’attività pastorale gli interessi culturali corrispondenti al contesto sociale, alle opportunità date dai prossimi, e alla storia personale.
Ad extra:
1.
vi sono opportunità culturali di intervento per superare luoghi comuni e pregiudizi riguardanti i militari e i cappellani, la missione degli uni nella Chiesa, degli altri nella società, la loro intelligenza e la loro coscienza comparata agli altri progetti;
(non ridere non ludere neque detestari sed intelligere)
2.
con fiducia nella pastorale integrata si può pianificare l’orientamento alle iniziative culturali delle Chiese locali e a migliori esperienze di riferimento per future iniziative specifiche.
(Convegno di Assisi 26/9/07 E. Pirotta) |