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Fare i genitori è un mestiere
difficile, specialmente oggi che i media, i videogames, la televisione e
il computer sembrano essere le uniche autorità credibili e riconosciute
dai ragazzi. E come se non bastasse, negli ultimi decenni, psicologi,
sociologi ed educatori hanno trasmesso indicazioni opposte e confuse. Si è
così passati da uno stile educativo autoritario, teso all'osservanza di
norme e principi indiscutibili, a un permissivismo e lassismo diffuso per
non procurare ai ragazzi frustrazioni e scompensi psichici.
Normalmente i genitori, anche
se lo negano, imparano come esserlo dai loro genitori. I comportamenti che
esigono dai loro figli e le raccomandazioni impartite sono le stesse che
hanno ricevuto nella propria famiglia. Quindi impongono la disciplina che
hanno ricevuto e trasmettono alcune idee fondamentali. Insomma, i genitori
riservano ai loro figli una eredità di valori e contenuti avuti. Il
primogenito spesso diviene il banco di prova su cui far pervenire le
convinzioni un po' "scemate" o purificate da qualche scoria non del tutto
accetta.
Queste reminiscenze educative
non sono sufficienti. Papà e mamme hanno bisogno di prepararsi ad essere
validi genitori, come si fa per ogni altra competenza. I figli non hanno
solo bisogno di genitori affettivi, poiché l'amore dato in modo sbagliato
potrebbe compromettere la loro crescita. La preparazione favorisce un
codice di comportamento che rende i genitori competenti nel rapporto,
nelle proposte e nelle verifiche da riservare ai figli. Capiscono ciò che
devono fare e conseguono quella sicurezza necessaria all'autocontrollo di
fronte agli errori che ogni progetto educativo comporta. La loro coerenza
ottiene dai figli considerazione e rispetto e, anche se nell'adolescenza
viene loro contestato quasi tutto, continuano ad essere una presenza
significativa.
Se invece adottano il
permissivismo, rischiano di avere i figli contro e di subire una condotta
ribelle e trasgressiva. Certamente nella nostra cultura si sono verificati
mutamenti che hanno messo in difficoltà le proposte educative, a tal punto
da vanificarle. Papà e mamma lavorano tutto il giorno e ritornano a casa
stanchi con una capacità di sopportazione dei figli ridotta al minimo.
Viene a mancare in famiglia il dialogo e la televisione sostituisce ogni
confronto. L'ambiente familiare non è del tutto accogliente ed empatico e
le persone non trovano il gusto di stare insieme. La famiglia d'oggi,
quando i figli crescono, assomiglia più a una pensione che a un ambiente
educativo. Ne consegue che i nostri ragazzi sperimentano una gamma di
atteggiamenti proposti da una mentalità permissiva e difficilmente
pervengono a una coscienza morale capace di distinguere il male dal bene,
il lecito dall'illecito. Sovente le trasgressioni vengono giustificate o
ritenute consequenziali ai disagi presenti nell'ambiente sociale.
La tolleranza quindi è divenuta
una teoria da applicare in ogni circostanza, a tal punto che i ragazzi
vengono abbandonati a se stessi, in un momento in cui hanno bisogno di
indicazioni chiare e di regole di contenimento. Purtroppo la strada
diventa la scuola dei nostri ragazzi e adolescenti. Si dimentica che la
strada dà lezioni soprattutto di male, annullando i valori appresi in
famiglia.
Mai come ora il dovere di
educare i figli a capire ed amare la vita diventa urgente, inalienabile.
Non basta mettere al mondo i figli, vanno anche avviati verso un futuro
positivo. Non basta la loro prima nascita, ci vuole la seconda, quella che
li avvia alla consapevolezza di sé, alla responsabilità e alla maturità.
L'evoluzione e l'affermazione
dell'io non possono essere un privilegio di pochi. Lo sono se i genitori
buttano sui loro rampolli ogni bendidio e fanno mancare quelle virtù
necessarie per amare e cantare la vita.
L'educazione tuttavia non è
priva di difficoltà, esige pertanto un metodo, un progetto e la coerenza
necessaria per concretizzarli. Purtroppo alcuni genitori dimostrano
disinteresse e passività, pressapochismo e superficialità. Manca in loro
l'impegno e la passione per la vita dei figli. Le conseguenze di questa
irresponsabilità sono evidenti nei nostri giovani che non sanno vivere.
Alcuni danneggiano la loro salute con l'uso di sostanze stupefacenti
mentre altri scelgono il suicidio. La vita, se non vale, viene buttata
via, e i modi per farlo non mancano.
Educare alla vita non è
qualcosa di impossibile e nemmeno una capacità riservata a qualcuno: tutti
siamo educatori, se vogliamo esserlo.
Il peccato più tollerato nella
nostra società è quello di mettere al mondo un figlio e poi abbandonarlo a
se stesso nella selva delle opinioni e degli scandali. Educare non è un
hobby, ma un dovere. Siamo capaci di acquisire qualsiasi competenza
professionale e non quella di educare alla vita, farla crescere, renderla
felice. Un motivo esiste: la sottovalutazione di questa missione. Tutti i
titoli vengono resi noti e appiccicati come iniziali davanti al cognome (Dott.,
Ing., Avv., Mons.); manca quello di educatore, il più bello e importante.
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