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educare non è un hobby ma un dovere

don chino pezzoli della comunità "promozione umana" da: Vivere e crescere insieme. L'incanto dell'umano

 

Fare i genitori è un mestiere difficile, specialmente oggi che i media, i videogames, la televisione e il computer sembrano essere le uniche autorità credibili e riconosciute dai ragazzi. E come se non bastasse, negli ultimi decenni, psicologi, sociologi ed educatori hanno trasmesso indicazioni opposte e confuse. Si è così passati da uno stile educativo autoritario, teso all'osservanza di norme e principi indiscutibili, a un permissivismo e lassismo diffuso per non procurare ai ragazzi frustrazioni e scompensi psichici.

Normalmente i genitori, anche se lo negano, imparano come esserlo dai loro genitori. I comportamenti che esigono dai loro figli e le raccomandazioni impartite sono le stesse che hanno ricevuto nella propria famiglia. Quindi impongono la disciplina che hanno ricevuto e trasmettono alcune idee fondamentali. Insomma, i genitori riservano ai loro figli una eredità di valori e contenuti avuti. Il primogenito spesso diviene il banco di prova su cui far pervenire le convinzioni un po' "scemate" o purificate da qualche scoria non del tutto accetta.

Queste reminiscenze educative non sono sufficienti. Papà e mamme hanno bisogno di prepararsi ad essere validi genitori, come si fa per ogni altra competenza. I figli non hanno solo bisogno di genitori affettivi, poiché l'amore dato in modo sbagliato potrebbe compromettere la loro crescita. La preparazione favorisce un codice di comportamento che rende i genitori competenti nel rapporto, nelle proposte e nelle verifiche da riservare ai figli. Capiscono ciò che devono fare e conseguono quella sicurezza necessaria all'autocontrollo di fronte agli errori che ogni progetto educativo comporta. La loro coerenza ottiene dai figli considerazione e rispetto e, anche se nell'adolescenza viene loro contestato quasi tutto, continuano ad essere una presenza significativa.

Se invece adottano il permissivismo, rischiano di avere i figli contro e di subire una condotta ribelle e trasgressiva. Certamente nella nostra cultura si sono verificati mutamenti che hanno messo in difficoltà le proposte educative, a tal punto da vanificarle. Papà e mamma lavorano tutto il giorno e ritornano a casa stanchi con una capacità di sopportazione dei figli ridotta al minimo. Viene a mancare in famiglia il dialogo e la televisione sostituisce ogni confronto. L'ambiente familiare non è del tutto accogliente ed empatico e le persone non trovano il gusto di stare insieme. La famiglia d'oggi, quando i figli crescono, assomiglia più a una pensione che a un ambiente educativo. Ne consegue che i nostri ragazzi sperimentano una gamma di atteggiamenti proposti da una mentalità permissiva e difficilmente pervengono a una coscienza morale capace di distinguere il male dal bene, il lecito dall'illecito. Sovente le trasgressioni vengono giustificate o ritenute consequenziali ai disagi presenti nell'ambiente sociale.

La tolleranza quindi è divenuta una teoria da applicare in ogni circostanza, a tal punto che i ragazzi vengono abbandonati a se stessi, in un momento in cui hanno bisogno di indicazioni chiare e di regole di contenimento. Purtroppo la strada diventa la scuola dei nostri ragazzi e adolescenti. Si dimentica che la strada dà lezioni soprattutto di male, annullando i valori appresi in famiglia.

Mai come ora il dovere di educare i figli a capire ed amare la vita diventa urgente, inalienabile. Non basta mettere al mondo i figli, vanno anche avviati verso un futuro positivo. Non basta la loro prima nascita, ci vuole la seconda, quella che li avvia alla consapevolezza di sé, alla responsabilità e alla maturità.

L'evoluzione e l'affermazione dell'io non possono essere un privilegio di pochi. Lo sono se i genitori buttano sui loro rampolli ogni bendidio e fanno mancare quelle virtù necessarie per amare e cantare la vita.

L'educazione tuttavia non è priva di difficoltà, esige pertanto un metodo, un progetto e la coerenza necessaria per concretizzarli. Purtroppo alcuni genitori dimostrano disinteresse e passività, pressapochismo e superficialità. Manca in loro l'impegno e la passione per la vita dei figli. Le conseguenze di questa irresponsabilità sono evidenti nei nostri giovani che non sanno vivere. Alcuni danneggiano la loro salute con l'uso di sostanze stupefacenti mentre altri scelgono il suicidio. La vita, se non vale, viene buttata via, e i modi per farlo non mancano.

Educare alla vita non è qualcosa di impossibile e nemmeno una capacità riservata a qualcuno: tutti siamo educatori, se vogliamo esserlo.

Il peccato più tollerato nella nostra società è quello di mettere al mondo un figlio e poi abbandonarlo a se stesso nella selva delle opinioni e degli scandali. Educare non è un hobby, ma un dovere. Siamo capaci di acquisire qualsiasi competenza professionale e non quella di educare alla vita, farla crescere, renderla felice. Un motivo esiste: la sottovalutazione di questa missione. Tutti i titoli vengono resi noti e appiccicati come iniziali davanti al cognome (Dott., Ing., Avv., Mons.); manca quello di educatore, il più bello e importante.

 

 

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