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educazione e formazione |
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La vita ordinaria del Sacerdote può
nascondere l'ambigua e difficile tentazione di segregarsi dalla massa,
nell'intento di elevarsi, può creare lentamente diaframmi opachi tra lui e
il popolo, e stabilire alla fine, negli spiriti meno vigili e meno vasti,
uno stato di "splendido isolamento".
Ma questo vivere sotto una stessa
divisa, che tutti accomuna nella stessa dura sorte, questo mangiare lo
stesso pane (come è bello, in linea, quando arriva la spesa, mettersi in
fila con gli altri per ricevere la razione!), questo dormire uno accanto
agli altri, distesi per terra, nell'uguaglianza macerante della stanchezza
e del sonno questo marciare incorporati nel Battaglione, polverosi come
gli altri, col sacco in spalla come tutti, cantando a piena voce le
canzoni alpine, dà il senso vivo di una comunione così intima e così
eroica, che ogni cosa, anche la più umile e ordinaria, si trasfigura nello
spirito all'altezza e alla solennità di un rito e di un sacerdozio
nuovo...
E il soldato domanda, esige dal
Cappellano questa compartecipazione di vita. Quando, una volta, cedendo
alla stanchezza, salii per una tappa sull'autocarretta - e nessuno dei
competenti m'invidierà certamente questo mezzo di trasporto - i miei
alpini non me lo perdonarono tanto presto. Ci volle un congruo periodo di
"buona condotta" perché fosse dimenticato l'appellativo di ... "cappellano
autocarrato".
Quando invece riesco a dividere
pienamente la mia vita con gli alpini, allora, uscendo dai ranghi per la
Messa al campo, mi pare di gustare e attuare come non mai la pienezza e la
verità saporosa della definizione paolina: "il sacerdote è scelto di mezzo
agli uomini e per gli uomini è posto a trattare le cose di Dio".
E se non m'illudo, mi pare di
cogliere sul volto maschio della mia gente un tenue sorriso di
soddisfazione e di fierezza. Come se uno di loro fosse scelto, per tutti,
a salire l'altare e offrire il sacrificio di tutti al Dio onnipotente.
don Carlo Gnocchi,
Cristo con gli Alpini, cap. IV (1943) |
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Vi sono
inoltre condizioni particolari di vita nelle quali una maggior libertà
morale è considerata dal mondo come una delle caratteristiche specifiche e
uno dei privilegi acquisiti facenti parte di un determinato «tipo» di
giovane e di vita giovanile.
Prendiamo, per esempio, il tipo
mondano dell'universitario e del soldato. Quanti si sono messi in mente
che, per essere veramente e pienamente universitari, bisogna fare, o
magari fingere di fare una vita da bohème, e di scapigliatura morale!
Quanti studenti guardano con impazienza all'immatricolazione come al
giorno in cui, finalmente, vestiranno la toga virile e potranno iniziare
un'epoca di libertà e di esperienze, la cosiddetta vita goliardica! Quanti
militari credono che, per essere «brillanti», sia necessario sfoggiare un
numero rispettabile di avventure galanti e che chi non è in grado di farlo
è un minorato, una «mezza cartuccia» come si dice in termine militare.
Quale e quanta forza di suggestione
abbiano tali pregiudizi sull'animo giovanile lo sanno molto bene quelli
che vivono a contatto della gioventù. Quando la coscienza si rifiuta di
vivere realmente una vita scapigliata, molti giovani arrivano perfino a
recitarla e a fingerla a uso esterno pur di non essere al di sotto della
situazionie.
Ma in nome di quali privilegi si
domandano queste esenzioni morali? Forse a ricordo di tramontate immunità
storiche e di franchigie barbariche in favore degli uomini del libro e
delle armi, per cui Ia parentesi universitaria o militare poteva
considerarsi come tempo di «licenza» morale o come il proverbiale semel,
nel quale anche agli onesti licet insanire?
Perché si vuol tentare di guastare,
con la spensieratezza e l'irresponsabilità, le parti più elette della
gioventù? La gioventù studiosa che fornisce alla società i dirigenti e la
classe intellettuale della Nazione e la gioventù delle armi che sotto la
divisa militare attua uno dei più generosi servizi sociali? Che c'entra
l'egoismo mondano e individualistico con queste alte e nobili cose?
Nell'uomo tutto è sociale, tutto è
corale. Ogni atto ha una sonorità indefinita nel mondo e nel tempo.
Il senso di responsabilità deve
aumentare in proporzione alla delicatezza e all'importanza del posto e
della consegna che l'uomo detiene nella società.
L'errore del capostazione e
dall'architetto ha una gravità certamente maggiore di quello d'un manovale
o di un muratore. Questi giovani, ai quali la società ha fatto o farà
presto l'onore di affidare un posto di comando e la direzione di altri
uomini, devono vivamente sentire il peso della propria responsabilità;
devono comprendere che la loro diserzione può provocare, in forza
dell'esempio, un vasto movimento di disgregazione morale. Quando
sbagliano, sono disfattisti di alto rango e responsabili di alto
tradimento morale. Anche se - anzi - tanto più se sono eccellenti nel
campo economico, militare, scientifico, politico e sociale.
* * * *
Tutte queste morali sono prodotti
di fermentazione della massa. Con una parola sola si potrebbero chiamare
«la morale della massa». Già la vita mondana è un rullo compressore che
tende a ridurre l'uomo a un unico comune denominatore di pensiero e di
azione. «La legge del mondo è l'appiattimento». Ma poi la vita moderna
economica e sociale richiede sempre più vasti agglomeramenti di uomini,
specialmente di giovani.
Bisogna che gli educatori si
preparino e agguerriscano la gioventù contro il pericolo della «
standardizzazione», perché alla «massa» non si deve arrivare. La massa
anonima e grigia è una creazione tipicamente socialista e bolscevica. Noi
vogliamo soldati coscienti, non piastrine di riconoscimento o ingranaggi
anonimi.
A questo scopo bisogna ispirare ai
giovani il gusto della sana originalità e formare una netta personalità
morale. Bisogna che il giovane in certe ore della vita, senta il dovere,
anzi il piacere, se è necessario, di mettersi anche contro tutti quelli
che lo circondano per agire secondo coscienza, altrimenti sarà
inesorabilmente succhiato dalla forza dell'ambiente e finirà per vivere e
pensare secondo la morale anonima e facile della massa.
don Carlo Gnocchi,
Educazione del cuore, (1937) |
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P.A. Sequeri, L'oro e la
paglia, Glossa, Milano 1989.
... Ci si sente smarriti di fronte
alla molteplicità delle doti che dovrebbe avere un buon educatore; e ci si
domanda se mai ne può esistere uno.
Eppure l'educare è molto semplice.
Occorre avere il coraggio di andare al cuore del problema avendo in mano
la spada affilata della Parola di Dio... e ci si accorge che, quando ci si
attacca alla Parola di Dio, anche le affermazioni più esigenti sono una
"buona notizia", un "evangelo". Tutto ciò ci riporta all'amore educativo
di Dio, che ci ha amato per primo, che ci educa e che ci rinvia con
coraggio a quell'impegno educativo che è tessuto vivo della nostra cultura
e del nostro essere Chiesa...
presentazione - Carlo Maria Martini
(commentando Dt 32, 17-24)
... L'esperienza viva della tradizione offre all'essere umano, ancora
inesperto, orientamenti decisivi per il suo futuro... interrogare i propri
padri, interrogare i propri vecchi, approfittare di una memoria vivente.
La quale non è soltanto registrazione delle cose accadute.. Ad essi si
chiede una memoria significativa: vale a dire una memoria plasmata
dal senso delle cose, orientata sulla qualità del vivere, caratterizzata
dall'esperienza di ripetute scelte fra il bene e il male. Una memoria che
dunque non ha imparato soltanto come è fatta la vita, ma che in tale
esperienza si è resa conto, in termini insostituibilmente personali, di
come la vita dovrebbe essere vissuta...
In questa memoria orientata c'è
sempre un punto essenziale, decisivo per il profilo della testimonianza
che essa reca... Questo fondamento rimane impresso nella nostra memoria
sino alla fine della vita: è il modello della persona che abbiamo
desiderato essere, e a partire dal quale giudichiamo e apprezziamo
quello che siamo stati.
Nella memoria dell'uomo credente,
nella memoria dei padri nella fede, nella memoria dei vecchi che ci
tramandano la storia del loro rapporto con Dio, quale forma assume questa
immagine?...
La risposta potrebbe molto
semplicemente apparire così: ci sarebbe piaciuto essere degni,
almeno qualche volta, dell'amicizia di Dio. ... Fummo educati
all'obbedienza nella forma della riconoscenza: perché la parola che ci
chiedeva fedeltà era stata anticipata dal dono gratuito di molti beni. E
l'esperienza dei molti danni prodotti dalla nostra incredulità, se fu
sempre per noi un salutare ammonimento, non fu mai per Lui un argomento
per ritirarsi... Questo è quello che si trova nella memoria dei nostri
vecchi... Siamo stati educati alla confidenza con Dio... la tenacia
della tenerezza di Dio.
Tale dovrebbe essere il "riflesso"
permanente di quell'atto educativo che, appellandosi alla memoria della
propria personale esperienza, comunica la forma stessa della vita nella
quale si è desiderato crescere: per se stessi e per tutti coloro ai quali
si vuole bene. |
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