Porgo un deferente saluto, a nome
dell’Ordinario Militare e dei Cappellani, al Presidente del Centro
Studi per la Pace, S.E. mons. Luigi Bettazzi, al Presidente di Pax
Christi, S.E. mons. Diego Bona, ai membri di questi prestigiosi
Organismi, nonché a tutti i presenti.
Vorrei manifestare, nell’occasione, l’apprezzamento per il rilievo
ecclesiale e culturale del Movimento, che integra e rende feconde
nel panorama italiano, fra tanti altri meritevoli interventi, gli
orientamenti del Pontificio Consiglio Iustitia et Pax e le
ipotesi emergenti nel “Progetto culturale orientato in senso
cristiano” della CEI.
Sono convinto, inoltre, che questo seminario, per il discernimento
propositivo che l’ha animato dall’inizio e per la modalità assunta
di “dialogo alla pari” dei cointeressati, raccoglierà la prevedibile
attenzione dei cappellani. Da subito, oggi esso costituisce una
significativa esperienza di comunione, testimoniabile a tutti, che
evoca la responsabilità della nostra soggettività ecclesiale, almeno
intesa nella dimensione di partecipazione di ciascuno di noi
intervenienti all’avvento di quel Regno, che il Popolo di Dio
testimonia come salvifico per questo mondo.
I. Soluzioni
istituzionali del problema dell’assistenza religiosa alle FF. AA.
Secondo un’evidente prospettiva ecclesiologica, ritengo il tema
dell’identità e dell’opera dei Cappellani Militari legato a quello
dell’identità e dell’impegno e della sequela cristiana dei militari
e, ovviamente, all’edificazione della pace come dovere di tutta la
Chiesa, che interpella in maniera speciale la nostra Chiesa e i
Militari.
Vorrei quindi proporre di considerare l’universo tematico militare
non come marginale ma nemmeno primario nel nostro dibattere
sull’autocoscienza della “Chiesa militare”, se non nelle impegnative
questioni morali connesse, ossia quelle più alte della pace e della
giustizia
e quella più concreta della liceità e accessibilità delle opzioni
“laiche” assunte concretamente dai Militari d’ogni ordine, grado e
reparto rispetto ai Militari identificabili come fedeli cattolici in
senso pieno.
Per delineare sommariamente lo stato della questione, si potrebbe
affermare che la condizione degli Ordinariati Militari nel panorama
occidentale è risultata dagli interventi statali ed ecclesiastici su
situazioni di fatto, che solo successivamente si sono formalizzate
nei concordati con affermazioni di principio o norme generali.
Qual è stato
l’interesse dello Stato?
La protezione dell’interesse religioso aveva rilevanza giuridica
nell’ordinamento dello Stato etico e dello Stato-persona perché
attraverso esso si compiva l’integrazione dei valori della religione
cattolica nell’interesse generale di consolidamento dello Stato
attraverso il controllo dei gruppi sociali. I cappellani militari
non erano una spesa ecclesiastica ma uno strumento di buon
funzionamento dell’Amministrazione.
Successivamente, e in specie nell’ordinamento democratico delineato
dalla nostra carta Costituzionale,
che adotta la formula organizzatoria del pluralismo giuridico e il
concetto di Stato-Comunità, la rilevanza dei gruppi sociali
con finalità religiosa ha tendenzialmente prevalso sul
riconoscimento dell’interesse religioso individuale, che è tutelato
ovviamente in relazione al diritto di libertà religiosa ma anche in
quanto coincidente con l’interesse dell’ordinamento all’accettazione
dei valori etici della religione cattolica (e delle conseguenti e
necessarie opzioni etiche personali).
Questa sembra sia stata la mente del legislatore nella L. 512 del
1/6/1961, istitutiva del Servizio Assistenza Spirituale com’è ancor
oggi configurato.
L’art. 1 spiega la ratio del servizio: esso, oltre la tutela
della libertà religiosa dei militari attraverso la disponibilità dei
loro ministri di culto, attesa la loro condizione di appartenenti ad
una comunità segregante in particolare forma di soggezione
personale, integra la formazione spirituale delle Forze Armate
secondo i principi della religione cattolica.
La
Legge di principio n. 382 del 1978 all’art. 11 ha esteso il predetto
dettato valoriale a tutte le religioni e confessioni eventualmente
scelte dai Militari (e, peraltro, questo è stato il presupposto
inteso dalla revisione concordataria del 1984 e dagli Accordi con la
Tavola Valdese e le Comunità Ebraiche italiane).
Quale
l’interesse della Chiesa?
Da sempre attenta a soddisfare le richieste di servizio pastorale
dei suoi fedeli ma anche protesa ad integrarsi in tutti gli ambiti
della vita sociale per inculturare il Vangelo e raggiungere i
lontani, la Chiesa nel mondo militare ha da sempre teso alla
formazione di comunità ecclesiali, non in contrasto ma nemmeno in
sudditanza dell’organizzazione data dal legislatore civile.
La
ragion di stato clericale-militare, spesso evocata, si è sempre
dimostrata marginale, come un surrogato della decadenza, di persone
e periodi problematici nella storia della Chiesa, di cui comunque
bisogna prendere atto nella disamina globale. L’antica vera alleanza
di trono e altare aveva avuto ben altra consistenza e altre ragioni.
Qual’è dunque la consistenza istituzionale della Chiesa fra i
Militari? In applicazione del Concilio, conformemente al nuovo CIC,
la Cost. Ap. “Spirituali Militum curae”,
con legge speciale universale, ha dato un vescovo come ordinario ad
un gruppo di persone identificate dalla loro professione e le ha
costituite “chiesa particolare”, assimilata alle diocesi.
Senza voler tentare confronti improri con le ragioni delle prelature
personali, si può dire che la SMC conclude una serie di interventi
dai quali traspare, assieme alla sollecitudine pastorale della
Chiesa Universale, il bisogno dei fedeli nella condizione militare
non solo di assistenza ma anche, più propriamente, di tutela della
loro esperienza cristiana e della loro certissima vocazione alla
santità.
La
“Chiesa militare” è giuridicamente forte perché è pastoralmente
debole; infatti la giurisdizione ecclesiastica è completa ma
cumulativa sia per il vescovo che per i cappellani col vescovo e
i parroci territoriali e rituali (artt. IV e VII della SMC) ed anche
i fedeli militari e le loro famiglie sono facoltizzati ad optare per
una o l’altra giurisdizione secondo necessità (tit. I n.6 degli
Statuti).
Anzi, la provenienza dei cappellani sia dal clero secolare che dalla
vita consacrata, cui successivamente ritorneranno, e l’essere ospiti
in chiese e canoniche statali sono segni di precarietà (i tempi e le
persone dai quali amministrativamente si dipende, cambiano). Persino
lo stipendio dei cappellani, concretamente superiore agli emolumenti
del Sostentamento del Clero, dà autonomia ma esige autosufficienza
permanente: il provvedere a se stessi (anche lontani da casa),
l’organizzare le attività pastorali (sia col favore che con
l’indifferenza dei comandi), lo studio e la carità hanno questo
riferimento come esclusivo. Poi uno può essere avido, prodigo,
inetto o giusto secondo coscienza, ma senz’altre fonti.
Questa cumulatività, che ho connesso con la “debolezza” o
precarietà pastorale della Chiesa militare, deve essere rimarcata
perchè invece di sminuire la funzione pastorale del vescovo e dei
cappellani rimanda alla necessaria dimensione comunionale delle
Chiese particolari e dei relativi progetti pastorali.
II. Sussistenza di un
problema etico dei militari e missione di una Chiesa particolare
La
storia dei popoli continua a mostrare regimi forti o totalitari che
escludono e reprimono gli interessi morali, o ne consentono solo una
definizione autarchica, per la necessità di utilizzare la forza a
presidio del loro potere, rendendosi così immuni dagli arbitrii
grazie alla deresponsabilizzazione dei Militari.
Anche la Chiesa ha usato il braccio secolare (rimuovendo la sua
qualificazione morale) tutte le volte che ha abdicato alla sua
missione spirituale propria, e, dopo le Crociate, non è più emersa
la simbiosi universale dei soldati con la causa della fede.
All’interrogativo obbligatorio se la Chiesa tra i Militari italiani
e le Forze di Polizia possa assolvere la sua funzione, almeno quanto
la si intende per ogni altra Chiesa particolare e per il problema
etico richiamato, bisogna rispondere positivamente riguardo al dato
fenomenico.
Eppure, non è passato molto tempo dal processo a don Milani, e sono
noti a tutti gli Atti e Passioni dei Martiri nei quali al porsi
della specifica questione etica dei Militari si davano due soli
esiti: quello che originava la loro obiezione di coscienza con la
conversione e l’altro, cioè la convinzione di combattere per la
fede.
In
Italia e nel resto del mondo, l’attenzione e i sospetti verso i
Militari permangono acuti perché è avvertita con disagio la potestà
coattiva e violenta che è necessariamente posta nelle mani dei
membri delle FF.AA. e di Polizia e la facilità di abuso della stessa
e dei poteri pubblici attribuiti.
Non succede la stessa cosa quando ci si volesse responsabilmente
confrontare coi problemi universali; non si potrà dimenticare che
nei mali dell’umanità siamo chiamati in correità anzitutto noi
occidentali per il sottosviluppo di due terzi del mondo, le
speculazioni della globalizzazione finanziaria, i dissesti degli
ecosistemi e le devastanti e reiterate violazioni dei diritti dei
deboli.
Bisogna discriminare le rappresentazioni e i miti rispetto al
rischio totale di vita che questi uomini debbono accettare, assieme
al peso della subordinazione gerarchica e della disciplina, i
vincoli della collettività militare interferenti nella vita privata,
i disagi delle famiglie a motivo dei trasferimenti e delle missioni
all’estero e, per le Forze di Polizia, l’aggressività delle
incursioni della malavita organizzata.
Dalle predette considerazioni comunque non discende che sia il
problema etico la giustificazione diretta della presenza della
Chiesa nel mondo militare (la moralità è esigita dal vivere, e
l’affidabilità dei militari è esigenza istituzionale!).
L’esistenza di una Chiesa particolare fra i militari, oltre il
riconoscimento di una pastorale speciale dedicata a persone in
condizioni segreganti, rileva perché il servizio militare fa, o
almeno condiziona in misura prevalente, l’identità e il destino di
queste persone, e l’esercizio della funzione militare investe i
destini dei popoli (ed è condizionato dalle volontà e interessi
dei popoli stessi).
E’
la “condizione-funzione militare” ad aver rilievo per la missione
universale della Chiesa. E, d’altra parte, i militari credenti, nei
parametri di vita ecclesiale generici, riescono difficilmente a
compiere uno specifico cammino cristiano.(Si veda, ad esempio, la
differenza tra il militare eroe, quello confessore della fede e il
martire: quale itinerario e quali elementi dell’esperienza cristiana
consentono di identificare e far proprie queste differenti
situazioni?).
A
fronte della consistenza sociale dei Militari, la Chiesa ha il suo
perno di consistenza nell’apostolicità, nel vescovo alla guida della
comunità affidatagli. Se la santità deriva dalla moralità degli
individui, dalla rettitudine della loro coscienza (e forse in questo
si può riconoscere una plantatio ecclesiae nel mondo
militare, a partire dal centurione sotto la croce), questa moralità
resterebbe una sommatoria di opzioni individuali se non raggiungesse
il vincolo apostolico, di missionarietà nel mondo, e ovviamente
interecclesiale e comunionale.
La
Chiesa non ha privilegi da esibire né servitù da prestare al mondo
militare. Oggi non c’è l’eventualità di prevaricazioni da parte
delle potestà pubbliche alla morale cristiana (se non nell’abuso
individuale) né sottomissioni ecclesiali preordinate. Si potrebbe
semplicemente verificare la casistica dell’antinomia normativa fra
due norme nell’ordinamento, una delle quali è recepita
dall’ordinamento ecclesiale;
il che comunque consentirebbe sempre, con soluzione giudiziale,
all’Ordinario Militare ed ai suoi cappellanidi accedere alla scelta
moralmente ritenuta accettabile e doverosa e orientare ugualmente i
propri fedeli, perché “bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli
uomini” (At 5,29).
Un’ulteriore conferma
della sussistenza di questo principio nella civiltà giuridica, di
rilevanza delle opzioni morali connesse alla libertà religiosa,
proviene addirittura dai Paesi islamici e indiani, nei quali vige il
sistema degli statuti personali.
III. Le tappe della
missione della Chiesa tra i Militari italiani
Abbiamo individuato la missione ecclesiale nell’interazione di tre
livelli: le Chiese italiane col Popolo italiano (militari compresi)
per la Patria; l’Ordinariato coi Militari italiani, per la loro
maturità di fede e il loro apostolato, e per le FF.AA.; la Chiesa
universale per la pace e la giustizia tra i popoli.
In
questi anni, le influenze del pluralismo politico e confessionale e
l’impellenza di rispondere a molteplici situazioni sopravvenute, non
ha consentito di far emergere consenso e impegno efficaci da parte
ora dello Stato, ora della Chiesa, verso la pace e i suoi banditori
e ministri.
I
temi focalizzati, tutt’altro che irrilevanti, dalla normativa degli
obiettori di coscienza, la produzione e commercio di armi italiane,
l’obiezione fiscale militare, la qualità di vita dei militari di
leva, le regole delle missioni umanitarie internazionali, e infine
il nuovo modello di difesa con le riduzioni di spesa, la prevenzione
del disagio e delle devianze, la repressione dell’illegalità, hanno
ridimensionato di molto l’imperativo primario, riguardante la
responsabilità del Popolo italiano e della Chiesa italiana per il
bene comune, che è tale perché progressivo e solidale.
Ecco perché, arrivando al nostro ambito concreto, noi cappellani ci
poniamo tuttora, a cinquant’anni dalla fine della guerra, quesiti di
identità per la nostra missione.
La
questione della “Chiesa militare” potrebbe essere nominalistica, e
quindi irrilevante (come per la diocesi di Bologna si dice Chiesa
Bolognese), se non ci fossero stati i crimini nei Paesi comunisti la
cui esecuzione è stata demandata perloppiù a Militari e agenti di
Polizia; e se non ci fossero in America Latina militari cattolici
responsabili, anche con giustificazioni religiose, di atti e disegni
inumani. Ed ancora, in Italia, non si fosse diffusa
un’identificazione ideologica, per quanto gratuita, dei Militari e
dei Cappellani col fascismo. Vi è poi la questione di non potersi
appriopriare della caratterizzazione “militare” che, essendo
istituzionale, non è sovrapponibile a quella ecclesiale in toto.
Successiva a quella dell’identità è la problematica delle funzioni
sussidiarie assunte o omesse dai cappellani militari rispetto ad
altri soggetti deputati o necessari alla promozione della cultura e
della qualità della vita di caserma, dell’animazione del tempo
libero, del sostegno al personale in difficoltà, del contrasto delle
devianze.
Da
ultimo, la vita della comunità cristiana in caserma: la catechesi
comune e dei fidanzati, l’accoglienza, le celebrazioni, la
preghiera, la carità, la pastorale familiare. Quanto spazio chiedere
alle gerarchie, in quali forme e iniziative ci si deve proporre a
tutti e quali sinergie attivare con le comunità locali e i
movimenti? I problemi ci sono non tanto per l’inerzia di preti e
fedeli “timidi”, ma perché le persone passano in fretta e le
mentalità che circolano nelle caserme sono più mutevoli e
problematiche che non in altri tempi.
Il
riferimento comune qual è? La Tradizione della Chiesa, il Concilio e
la vigente Costituzione Apostolica SMC, hanno approfondito il
confronto non censorio coi Militari, già vivo nel Vangelo, come è
nell’esperienza degli incontri col Papa e con molti Vescovi e molti
parroci. Tutti consentono di riconoscere un’identità strutturale dei
militari orientata alla pace e alla difesa della dignità umana e
alla sicurezza sociale, quindi non solo compatibile ma connessa
solidamente alla sequela cristiana.
Ecco perché noi crediamo che il nostro impegno ecclesiale oggi
rappresenti un passaggio nodale per la Chiesa fra i Militari
italiani e per gli altri soggetti ecclesiali menzionati.
La
realtà, coi suoi numeri, richiama anche i limiti. Ci sono 260
cappellani in un contesto di 500 mila persone adulte con le loro
famiglie, nell’Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri e Guardia
di Finanza. Il cammino sinodale, iniziato lo scorso anno a livello
di consultazione presbiterale e che nel corrente anno sta
coinvolgendo tutti, raccoglie molte sollecitazioni per la carità e
la famiglia, la formazione etica e spirituale (da collocare
nell’equilibrio di proposte e atteggiamenti per credenti e non
credenti), corrisposte dal consapevole bisogno di rafforzare la
specificità della missione che deriva da questa identità ecclesiale
e da una speciale caratterizzazione sociologica, ma constata anche
il bisogno di un confronto più vasto.
Veramente, raccogliamo anche un’attenzione più serena e generosa
rispetto ad altri tempi. Credo che molti interventi appassionati di
Pax Christi oggi possano essere rivisitati con serenità e
soddisfazione proprio da parte del Movimento. Non hanno innescato
solo confronti dialettici; hanno influenzato atteggiamenti, fatto
maturare convinzioni.
A
proposito del processo a don Milani, desidero manifestare il
convincimento che la carità ci spinga ad essere oggi più giusti con
le storie degli uomini che ne furono protagonisti.
Tutti riconosciamo che
le Chiese, così come la nostra nelle vicende della sua gente, non
possono sottrarsi ad un pieno e responsabile coinvolgimento storico,
di servizio e di discernimento profetico. Con più chiarezza: il
Vangelo è vincolante, anzi, è lieto messaggio veritativo del cammino
di tutti noi.
Pur riconoscendo che nessuno nella Chiesa Italiana, includendo Pax
Christi, oggi contesti l’istituzione ecclesiale fra i Militari o il
diritto dei Militari ad un’assistenza religiosa adeguata, (in
pratica, così come essa è stata voluta dalla Sede Apostolica), né
sminuisce la dignità dei preti e dei fedeli militari,
rimangono sul fronte della condivisione ecclesiale difficoltà e
fraintendimenti che, proprio perché superabili sembrano
insopportabili: non possono impedire il cammino evangelico,
vincolante e illuminante per tutti, a maggior ragione se si fa
questione di pace e di giustizia come fronti di impegno comune.
Così, sulla questione
dei gradi dei cappellani, che rimane perfettamente opinabile e
suscettibile di modificazioni, prevalgono due considerazioni: primo,
che i capppellani non hanno potestà gerarchica su nessuno a riprova
che il grado è solo un’equiparazione economica; secondo, che la
dipendenza dalla gerarchia militare è solo d’impiego amministrativo.
Il grado e la divisa sono segno di una condivisione della condizione
di servizio, e, nel mondo militare, sono inequivocabili.
Sulla questione delle
vocazioni presbiterali della Chiesa militare il discorso reale è più
modesto dell’enunciato: si tratta di alcuni giovani che, durante il
servizio di leva, si sono orientati al sacerdozio ed ora sono con
tre cappellani in un itinerario formativo e di studio presso una
facoltà romana, di quelli previsti dalla Pastores dabo vobis.
Non è stato eretto un seminario, ma una casa di formazione per i
candidati cappellani ed, appunto, questi giovani, nei locali della
Difesa alla Cecchignola.
Avendo davanti agli occhi i limiti, denunciati o emergenti da questo
mondo, va preso atto che le condizioni sociologiche e i limiti
formali delle collettività militari segreganti
possono impedire l’ideale espansione dei dinamismi ecclesiali tanto
quanto in altre comunità parrocchiali e associazioni, e restano
imputabili alle persone o al contesto culturale.
Ma
di certo bisogna attestare che i presupposti giuridici e l’apparato
delle FF.AA. e di Polizia, oggi consentono alla Chiesa militare di
interpellare direttamente le persone dei Militari, dal Ministro
della Difesa all’ultimo soldato, in ogni momento, ad ogni atto, in
ogni luogo, in maniera moralmente qualificata (oltre che ecclesiale)
e senza commistioni.
Vuol dire che i Militari alla fin fine possono sempre fare quello
che vogliono a livello individuale, tanto quanto ogni persona che
abbia potestà dei propri atti. Specificando tuttavia come,
quand’anche volessimo rappresentare il militare come quello sempre
pronto per la guerra, non dovremmo dimenticare che è il primo ad
esporre al pericolo totale la propria vita e che il consenso
democratico è il vero strumento di controllo della sua “mentalità”.
IV. Conclusioni
E’
evidente che, sul tentativo di ridurre l’assistenza religiosa alla
prestazione di un servizio subordinato alla legge della domanda e
quindi affidabile a chiunque, noi attestiamo il convincimento di
essere una dimensione piena di popolo di Dio fatto da preti e
militari cristiani, senza che questo significhi la supponibile
integrazione istituzionale di gerarchia ecclesiastica e gerarchia
militare; anzi, la prova dell’ecclesialità nel mondo militare è
costituita dall’integrazione tra preti e fedeli militari nel
progetto diretto dal vescovo, nelle relazioni interpersonali
pastorali cercate con tanta assiduità, e nella pastorale familiare,
che eccede i confini istituzionali militari.
La
necessità di nuove elaborazioni e la maturazione di questo progetto
sinodale hanno bisogno delle sollecitazioni interne ed esterne più
ampie possibili, in un incremento della capacità di dialogo e
dell’impegno culturale fin’ora episodici e superficiali.
Il
vostro intento, sotteso a questo seminario, era quello di rivolgere
critiche costruttive alla Chiesa militare e al mondo militare in
nome di una dimensione di Chiesa profetica e di un’opzione
preferenziale per i poveri, i perdenti, che giustamente sentite
urgere per la credibilità stessa della Chiesa nel mondo
contemporaneo e per Voi stessi.
La
condivisione della vita militare, caratterizzante la nostra Chiesa
particolare, tende proprio a far crescere la testimonianza di Chiesa
che serve, della quale abbiamo anzitutto bisogno noi per
corrispondere alla vocazione evangelica. I cappellani non potrebbero
sopportare il dubbio di essere preti riservisti; i militari credenti
che, a contatto con tante Chiese, rischierebbero di restare orfani
di una madre con la quale dedicarsi alla famiglia di Dio, sono
bisognosi di certezza nel sacrificio della loro vita e
nell’apostolato cui tendono generosamente.
Si
pone su un piano differente dai progetti pastorali, ma è troppo
legata al nostro discorso per ometterla, la questione della
partecipazione al bene comune, alla giustizia e alla solidarietà
nello Stato Comunità, nel quale, peraltro, non sarebbe concepibile
alcuna soggettività né alcuna potestà svincolata dal perseguimento
del bene comune e della tutela dei diritti inviolabili che ne
legittimano l’esistenza. Vi chiedo di rendere i termini del
confronto sul servizio alla Patria sintonici con quelli di tutti
coloro che servono l’umanità, a maggior ragione con noi, che
condividiamo con voi la sequela evangelica, qualunque difficoltà si
frapponga. Grazie.
GIOVANNI PAOLO II, cost. ap., Spirituali Militum Curae,
21 apr. 1986; alla Costituzione sono seguiti gli Statuti
per ogni Ordinariato.
A seguito dei concordati
e, soprattutto del pluralismo religioso, la configurazione
effettiva del Servizio A.S. nel mondo conosce tipologie
differenti: un servizio multireligioso integrato, come negli
USA, Canada, Germania e Grecia; un servizio confessionale
integrato, come negli Stati a maggioranza religiosa
cattolica (Italia, America Latina, Polonia) e un servizio
semintegrato, come in Spagna, Francia e alcuni Paesi
dell’Est. Vanno poi ricordate le altre forme di assistenza
religiosa, omologabili alla nostra, e costituite dai
Cappellani della Polizia di Stato e della Polizia
Penitenziaria.
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