inforo.it dal Progetto Culturale CEI per i Cappellani Militari

 

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CENTRO STUDI DI PAX CHRISTI

“CAPPELLANI MILITARI OGGI E DOMANI”   -   Impruneta – Casa per la Pace 29/30 nov. 1997

 Ruolo e impegno dei c. m.  don Enrico Pirotta

 
Porgo un deferente saluto, a nome dell’Ordinario Militare e dei Cappellani, al Presidente del Centro Studi per la Pace, S.E. mons. Luigi Bettazzi, al Presidente di Pax Christi, S.E. mons. Diego Bona, ai membri di questi prestigiosi Organismi, nonché a tutti i presenti.

Vorrei manifestare, nell’occasione, l’apprezzamento per il rilievo ecclesiale e culturale del Movimento, che integra e rende feconde nel panorama italiano, fra tanti altri meritevoli interventi, gli orientamenti del Pontificio Consiglio Iustitia et Pax e le ipotesi emergenti nel “Progetto culturale orientato in senso cristiano” della CEI.

Sono convinto, inoltre, che questo seminario, per il discernimento propositivo che l’ha animato dall’inizio e per la modalità assunta di “dialogo alla pari” dei cointeressati, raccoglierà la prevedibile attenzione dei cappellani. Da subito, oggi esso costituisce una significativa esperienza di comunione, testimoniabile a tutti, che evoca la responsabilità della nostra soggettività ecclesiale, almeno intesa nella dimensione di partecipazione di ciascuno di noi intervenienti all’avvento di quel Regno, che il Popolo di Dio testimonia come salvifico per questo mondo[1].

 

I. Soluzioni istituzionali del problema dell’assistenza religiosa alle FF. AA.

 

Secondo un’evidente prospettiva ecclesiologica, ritengo il tema dell’identità e dell’opera dei Cappellani Militari legato a quello dell’identità e dell’impegno e della sequela cristiana dei militari e, ovviamente, all’edificazione della pace come dovere di tutta la Chiesa, che interpella in maniera speciale la nostra Chiesa e i Militari.

Vorrei quindi proporre di considerare l’universo tematico militare non come marginale ma nemmeno primario nel nostro dibattere sull’autocoscienza della “Chiesa militare”, se non nelle impegnative questioni morali connesse, ossia quelle più alte della pace e della giustizia[2] e quella più concreta della liceità e accessibilità delle opzioni “laiche” assunte concretamente dai Militari d’ogni ordine, grado e reparto rispetto ai Militari identificabili come fedeli cattolici in senso pieno[3]

Per delineare sommariamente lo stato della questione, si potrebbe affermare che la condizione degli Ordinariati Militari nel panorama occidentale è risultata dagli interventi statali ed ecclesiastici su situazioni di fatto, che solo successivamente si sono formalizzate nei concordati con affermazioni di principio o norme generali.

Qual è stato l’interesse dello Stato? La protezione dell’interesse religioso aveva rilevanza giuridica nell’ordinamento dello Stato etico e dello Stato-persona  perché attraverso esso si compiva l’integrazione dei valori della religione cattolica nell’interesse generale di consolidamento dello Stato attraverso il controllo dei gruppi sociali. I cappellani militari non erano una spesa ecclesiastica  ma uno strumento di buon funzionamento dell’Amministrazione[4].

Successivamente, e in specie nell’ordinamento democratico delineato dalla nostra carta Costituzionale[5], che adotta la formula organizzatoria del pluralismo giuridico e il concetto di Stato-Comunità, la rilevanza dei gruppi sociali[6] con finalità religiosa ha tendenzialmente prevalso sul riconoscimento dell’interesse religioso individuale, che è tutelato ovviamente in relazione al diritto di libertà religiosa ma anche in quanto coincidente con l’interesse dell’ordinamento all’accettazione dei valori etici della religione cattolica (e delle conseguenti e necessarie opzioni etiche personali).

Questa sembra sia stata la mente del legislatore nella L. 512 del 1/6/1961, istitutiva del Servizio Assistenza Spirituale com’è ancor oggi configurato[7]. L’art. 1 spiega la ratio del servizio: esso, oltre la tutela della libertà religiosa dei militari attraverso la disponibilità dei loro ministri di culto, attesa la loro condizione di appartenenti ad una comunità segregante in particolare forma di soggezione personale, integra la formazione spirituale delle Forze Armate secondo i principi della religione cattolica.

La Legge di principio n. 382 del 1978 all’art. 11 ha esteso il predetto dettato valoriale a tutte le religioni e confessioni eventualmente scelte dai Militari (e, peraltro, questo è stato il presupposto inteso dalla revisione concordataria del 1984 e dagli Accordi con la Tavola Valdese e le Comunità Ebraiche italiane). 

Quale l’interesse della Chiesa? Da sempre attenta a soddisfare le richieste di servizio pastorale dei suoi fedeli ma anche protesa ad integrarsi in tutti gli ambiti della vita sociale per inculturare il Vangelo e raggiungere i lontani, la Chiesa nel mondo militare ha da sempre teso alla formazione di comunità ecclesiali, non in contrasto ma nemmeno in sudditanza dell’organizzazione data dal legislatore civile[8].

La ragion di stato clericale-militare, spesso evocata, si è sempre dimostrata marginale, come un surrogato della decadenza, di persone e periodi problematici nella storia della Chiesa, di cui comunque bisogna prendere atto nella disamina globale. L’antica vera alleanza di trono e altare aveva avuto ben altra consistenza e altre ragioni[9].

Qual’è dunque la consistenza istituzionale della Chiesa fra i Militari? In applicazione del Concilio, conformemente al nuovo CIC, la Cost. Ap. “Spirituali Militum curae[10], con legge speciale universale, ha dato un vescovo come ordinario ad un gruppo di persone identificate dalla loro professione e le ha costituite “chiesa particolare”, assimilata alle diocesi[11].

Senza voler tentare confronti improri con le ragioni delle prelature personali, si può dire che la SMC conclude una serie di interventi dai quali traspare, assieme alla sollecitudine pastorale della Chiesa Universale, il bisogno dei fedeli nella condizione militare non solo di assistenza ma anche, più propriamente, di tutela della loro esperienza cristiana e della loro certissima vocazione alla santità[12].

La “Chiesa militare” è giuridicamente forte perché è pastoralmente debole; infatti la giurisdizione ecclesiastica è completa ma cumulativa sia per il vescovo che per i cappellani col vescovo e i parroci territoriali e rituali (artt. IV e VII della SMC) ed anche i fedeli militari e le loro famiglie sono facoltizzati ad optare per una o l’altra giurisdizione secondo necessità (tit. I n.6 degli Statuti).

Anzi, la provenienza dei cappellani sia dal clero secolare che dalla vita consacrata, cui successivamente ritorneranno, e l’essere ospiti in chiese e canoniche statali sono segni di precarietà (i tempi e le persone dai quali amministrativamente si dipende, cambiano). Persino lo stipendio dei cappellani, concretamente superiore agli emolumenti del Sostentamento del Clero, dà autonomia ma esige autosufficienza permanente: il provvedere a se stessi (anche lontani da casa), l’organizzare le attività pastorali (sia col favore che con l’indifferenza dei comandi), lo studio e la carità hanno questo riferimento come esclusivo. Poi uno può essere avido, prodigo, inetto o giusto secondo coscienza, ma senz’altre fonti.

Questa cumulatività, che ho connesso con la “debolezza” o precarietà pastorale della Chiesa militare, deve essere rimarcata perchè invece di sminuire la funzione pastorale del vescovo e dei cappellani rimanda alla necessaria dimensione comunionale delle Chiese particolari e dei relativi progetti pastorali[13].

   

II. Sussistenza di un problema etico dei militari e missione di una Chiesa particolare

 

La storia dei popoli continua a mostrare regimi forti o totalitari che escludono e reprimono gli interessi morali, o ne consentono solo una definizione autarchica, per la necessità di utilizzare la forza a presidio del loro potere, rendendosi così immuni dagli arbitrii grazie alla deresponsabilizzazione dei Militari.

Anche la Chiesa ha usato il braccio secolare (rimuovendo la sua qualificazione morale) tutte le volte che ha abdicato alla sua missione spirituale propria, e, dopo le Crociate, non è più emersa la simbiosi universale dei soldati con la causa della fede[14].

All’interrogativo obbligatorio se la Chiesa tra i Militari italiani e le Forze di Polizia possa assolvere la sua funzione, almeno quanto la si intende per ogni altra Chiesa particolare e per il problema etico richiamato, bisogna rispondere positivamente riguardo al dato fenomenico.

Eppure, non è passato molto tempo dal processo a don Milani, e sono noti a tutti gli Atti e Passioni dei Martiri nei quali al porsi della specifica questione etica dei Militari si davano due soli esiti: quello che originava la loro obiezione di coscienza con la conversione e l’altro, cioè la convinzione di combattere per la fede.

In Italia e nel resto del mondo, l’attenzione e i sospetti verso i Militari permangono acuti perché è avvertita con disagio la potestà coattiva e violenta che è necessariamente posta nelle mani dei membri delle FF.AA. e di Polizia e la facilità di abuso della stessa e dei poteri pubblici attribuiti.

Non succede la stessa cosa quando ci si volesse responsabilmente confrontare coi problemi universali; non si potrà dimenticare che nei mali dell’umanità siamo chiamati in correità anzitutto noi occidentali per il sottosviluppo di due terzi del mondo, le speculazioni della globalizzazione finanziaria, i dissesti degli ecosistemi e le devastanti e reiterate violazioni dei diritti dei deboli.

Bisogna discriminare le rappresentazioni e i miti rispetto al rischio totale di vita che questi uomini debbono accettare, assieme al peso della subordinazione gerarchica e della disciplina, i vincoli della collettività militare interferenti nella vita privata, i disagi delle famiglie a motivo dei trasferimenti e delle missioni all’estero e, per le Forze di Polizia, l’aggressività delle incursioni della malavita organizzata.   

Dalle predette considerazioni comunque non discende che sia il problema etico la giustificazione diretta della presenza della Chiesa nel mondo militare (la moralità è esigita dal vivere, e l’affidabilità dei militari è esigenza istituzionale!).

L’esistenza di una Chiesa particolare fra i militari, oltre il riconoscimento di una pastorale speciale dedicata a persone in condizioni segreganti, rileva perché il servizio militare fa, o almeno condiziona in misura prevalente, l’identità e il destino di queste persone, e l’esercizio della funzione militare investe i destini dei popoli (ed è condizionato dalle volontà e interessi dei popoli stessi).

E’ la “condizione-funzione militare” ad aver rilievo per la missione universale della Chiesa. E, d’altra parte, i militari credenti, nei parametri di vita ecclesiale generici, riescono difficilmente a compiere uno specifico cammino cristiano.(Si veda, ad esempio, la differenza tra il militare eroe, quello confessore della fede e il martire: quale itinerario e quali elementi dell’esperienza cristiana consentono di identificare e far proprie queste differenti situazioni?).

A fronte della consistenza sociale dei Militari, la Chiesa ha il suo perno di consistenza nell’apostolicità, nel vescovo alla guida della comunità affidatagli. Se la santità deriva dalla moralità degli individui, dalla rettitudine della loro coscienza (e forse in questo si può riconoscere una plantatio ecclesiae nel mondo militare, a partire dal centurione sotto la croce), questa moralità resterebbe una sommatoria di opzioni individuali se non raggiungesse il vincolo apostolico, di missionarietà nel mondo, e ovviamente interecclesiale e comunionale.

La Chiesa non ha privilegi da esibire né servitù da prestare al mondo militare. Oggi non c’è l’eventualità di prevaricazioni da parte delle potestà pubbliche alla morale cristiana (se non nell’abuso individuale) né sottomissioni ecclesiali preordinate. Si potrebbe semplicemente verificare la casistica dell’antinomia normativa fra due norme nell’ordinamento, una delle quali è recepita dall’ordinamento ecclesiale[15]; il che comunque consentirebbe sempre, con soluzione giudiziale, all’Ordinario Militare ed ai suoi cappellanidi accedere alla scelta moralmente ritenuta accettabile e doverosa e orientare ugualmente i propri fedeli, perché “bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini” (At  5,29)[16].

Un’ulteriore conferma della sussistenza di questo principio nella civiltà giuridica, di rilevanza delle opzioni morali connesse alla libertà religiosa, proviene addirittura dai Paesi islamici e indiani, nei quali vige il sistema degli statuti personali.

 

III. Le tappe della missione della Chiesa tra i Militari italiani

 

Abbiamo individuato la missione ecclesiale nell’interazione di tre livelli: le Chiese italiane col Popolo italiano (militari compresi) per la Patria; l’Ordinariato coi Militari italiani, per la loro maturità di fede e il loro apostolato, e per le FF.AA.; la Chiesa universale per la pace e la giustizia tra i popoli.

In questi anni, le influenze del pluralismo politico e confessionale e l’impellenza di rispondere a molteplici situazioni sopravvenute, non ha consentito di far emergere consenso e impegno efficaci da parte ora dello Stato, ora della Chiesa, verso la pace e i suoi banditori e ministri[17].

I temi focalizzati, tutt’altro che irrilevanti, dalla normativa degli obiettori di coscienza, la produzione e commercio di armi italiane, l’obiezione fiscale militare, la qualità di vita dei militari di leva, le regole delle missioni umanitarie internazionali, e infine il nuovo modello di difesa con le riduzioni di spesa, la prevenzione del disagio e delle devianze, la repressione dell’illegalità, hanno ridimensionato di molto l’imperativo primario, riguardante la responsabilità del Popolo italiano e della Chiesa italiana per il bene comune, che è tale perché progressivo e solidale.

Ecco perché, arrivando al nostro ambito concreto, noi cappellani ci poniamo tuttora, a cinquant’anni dalla fine della guerra, quesiti di identità per la nostra missione.

La questione della “Chiesa militare” potrebbe essere nominalistica, e quindi irrilevante (come per la diocesi di Bologna si dice Chiesa Bolognese), se non ci fossero stati i crimini nei Paesi comunisti la cui esecuzione è stata demandata perloppiù a Militari e agenti di Polizia; e se non ci fossero in America Latina militari cattolici responsabili, anche con giustificazioni religiose, di atti e disegni inumani. Ed ancora, in Italia, non si fosse diffusa un’identificazione ideologica, per quanto gratuita, dei Militari e dei Cappellani col fascismo. Vi è poi la questione di non potersi appriopriare della caratterizzazione “militare” che, essendo istituzionale, non è sovrapponibile a quella ecclesiale in toto.

Successiva a quella dell’identità è la problematica delle funzioni sussidiarie assunte o omesse dai cappellani militari rispetto ad altri soggetti deputati o necessari alla promozione della cultura e della qualità della vita di caserma, dell’animazione del tempo libero, del sostegno al personale in difficoltà, del contrasto delle devianze.

Da ultimo, la vita della comunità cristiana in caserma: la catechesi comune e dei fidanzati, l’accoglienza, le celebrazioni, la preghiera, la carità, la pastorale familiare. Quanto spazio chiedere alle gerarchie, in quali forme e iniziative ci si deve proporre a tutti e quali sinergie attivare con le comunità locali e i movimenti? I problemi ci sono non tanto per l’inerzia di preti e fedeli “timidi”, ma perché le persone passano in fretta e le mentalità che circolano nelle caserme sono più mutevoli e problematiche che non in altri tempi.

Il riferimento comune qual è? La Tradizione della Chiesa, il Concilio e la vigente Costituzione Apostolica SMC, hanno approfondito il confronto non censorio coi Militari, già vivo nel Vangelo, come è nell’esperienza degli incontri col Papa e con molti Vescovi e molti parroci. Tutti consentono di riconoscere un’identità strutturale dei militari orientata alla pace e alla difesa della dignità umana e alla sicurezza sociale, quindi non solo compatibile ma connessa solidamente alla sequela cristiana[18].

Ecco perché noi crediamo che il nostro impegno ecclesiale oggi rappresenti un passaggio nodale per la Chiesa fra i Militari italiani e per gli altri soggetti ecclesiali menzionati.

La realtà, coi suoi numeri, richiama anche i limiti. Ci sono 260 cappellani in un contesto di 500 mila persone adulte con le loro famiglie, nell’Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri e Guardia di Finanza. Il cammino sinodale, iniziato lo scorso anno a livello di consultazione presbiterale e che nel corrente anno sta coinvolgendo tutti, raccoglie molte sollecitazioni per la carità e la famiglia, la formazione etica e spirituale (da collocare nell’equilibrio di proposte e atteggiamenti per credenti e non credenti), corrisposte dal consapevole bisogno di rafforzare la specificità della missione che deriva da questa identità ecclesiale e da una speciale caratterizzazione sociologica, ma constata anche il bisogno di un confronto più vasto.

Veramente, raccogliamo anche un’attenzione più serena e generosa rispetto ad altri tempi. Credo che molti interventi appassionati di Pax Christi oggi possano essere rivisitati con serenità e soddisfazione proprio da parte del Movimento. Non hanno innescato solo confronti dialettici; hanno influenzato atteggiamenti, fatto maturare convinzioni.

A proposito del processo a don Milani, desidero manifestare il convincimento che la carità ci spinga ad essere oggi più giusti con le storie degli uomini che ne furono protagonisti.

I Cappellani che emisero l’ordine del giorno pubblicato sulla Nazione il 12 febbr. 1965, erano cappellani in congedo che avevano veramente negli occhi e nel cuore i giovani sterminati dalla Guerra. Don Milani seguiva altre coordinate, con una vivacità intelletuale che gli aveva consentito di cogliere una dimensione di coscienza non privata (che sarebbe stato possibile approvare o censurare in confronto ad altre) ma una prospettiva nuova per la società e per la sequela evangelica. Tra lui e quei vecchi cappellani è mancata la comprensione dei punti di partenza differenti e la condivisione della méta.

Tutti riconosciamo che le Chiese, così come la nostra nelle vicende della sua gente, non possono sottrarsi ad un pieno e responsabile coinvolgimento storico, di servizio e di discernimento profetico. Con più chiarezza: il Vangelo è vincolante, anzi, è lieto messaggio veritativo del cammino di tutti noi.

Pur riconoscendo che nessuno nella Chiesa Italiana, includendo Pax Christi, oggi contesti l’istituzione ecclesiale fra i Militari o il diritto dei Militari ad un’assistenza religiosa adeguata, (in pratica, così come essa è stata voluta dalla Sede Apostolica), né sminuisce la dignità dei preti e dei fedeli militari[19], rimangono sul fronte della condivisione ecclesiale difficoltà e fraintendimenti che, proprio perché superabili sembrano insopportabili: non possono impedire il cammino evangelico,  vincolante e illuminante per tutti, a maggior ragione se si fa questione di pace e di giustizia come fronti di impegno comune.

Così, sulla questione dei gradi dei cappellani, che rimane perfettamente opinabile e suscettibile di modificazioni, prevalgono due considerazioni: primo, che i capppellani non hanno potestà gerarchica su nessuno a riprova che il grado è solo un’equiparazione economica; secondo, che la dipendenza dalla gerarchia militare è solo d’impiego amministrativo. Il grado e la divisa sono segno di una condivisione della condizione di servizio, e, nel mondo militare, sono inequivocabili.

Sulla questione delle vocazioni presbiterali della Chiesa militare il discorso reale è più modesto dell’enunciato: si tratta di alcuni giovani che, durante il servizio di leva, si sono orientati al sacerdozio ed ora sono con tre cappellani in un itinerario formativo e di studio presso una facoltà romana, di quelli previsti dalla Pastores dabo vobis. Non è stato eretto un seminario, ma una casa di formazione per i candidati cappellani ed, appunto, questi giovani, nei locali della Difesa alla Cecchignola.

Avendo davanti agli occhi i limiti, denunciati o emergenti da questo mondo, va preso atto che le condizioni sociologiche e i limiti formali delle collettività militari segreganti[20] possono impedire l’ideale espansione dei dinamismi ecclesiali tanto quanto in altre comunità parrocchiali e associazioni, e restano imputabili alle persone o al contesto culturale.

Ma di certo bisogna attestare che i presupposti giuridici e l’apparato delle FF.AA. e di Polizia, oggi consentono alla Chiesa militare di interpellare direttamente le persone dei Militari, dal Ministro della Difesa all’ultimo soldato, in ogni momento, ad ogni atto, in ogni luogo, in maniera moralmente qualificata (oltre che ecclesiale) e senza commistioni.

Vuol dire che i Militari alla fin fine possono sempre fare quello che vogliono a livello individuale, tanto quanto ogni persona che abbia potestà dei propri atti. Specificando tuttavia come, quand’anche volessimo rappresentare il militare come quello sempre pronto per la guerra, non dovremmo dimenticare che è il primo ad esporre al pericolo totale la propria vita e che il consenso democratico è il vero strumento di controllo della sua “mentalità”.

 

IV. Conclusioni

 

E’ evidente che, sul tentativo di ridurre l’assistenza religiosa alla prestazione di un servizio subordinato alla legge della domanda e quindi affidabile a chiunque, noi attestiamo il convincimento di essere una dimensione piena di popolo di Dio fatto da preti e militari cristiani, senza che questo significhi la supponibile integrazione istituzionale di gerarchia ecclesiastica e gerarchia militare; anzi, la prova dell’ecclesialità nel mondo militare è costituita dall’integrazione tra preti e fedeli militari nel progetto diretto dal vescovo, nelle relazioni interpersonali pastorali cercate con tanta assiduità, e nella pastorale familiare, che eccede i confini istituzionali militari.

La necessità di nuove elaborazioni e la maturazione di questo progetto sinodale hanno bisogno delle sollecitazioni interne ed esterne più ampie possibili, in un incremento della capacità di dialogo e dell’impegno culturale fin’ora episodici e superficiali.

Il vostro intento, sotteso a questo seminario, era quello di rivolgere critiche costruttive alla Chiesa militare e al mondo militare in nome di una dimensione di Chiesa profetica e di un’opzione preferenziale per i poveri, i perdenti, che giustamente sentite urgere per la credibilità stessa della Chiesa nel mondo contemporaneo e per Voi stessi.

La condivisione della vita militare, caratterizzante la nostra Chiesa particolare, tende proprio a far crescere la testimonianza di Chiesa che serve, della quale abbiamo anzitutto bisogno noi per corrispondere alla vocazione evangelica. I cappellani non potrebbero sopportare il dubbio di essere preti riservisti; i militari credenti che, a contatto con tante Chiese, rischierebbero di restare orfani di una madre con la quale dedicarsi alla famiglia di Dio, sono bisognosi di certezza nel sacrificio della loro vita e nell’apostolato cui tendono generosamente[21]

Si pone su un piano differente dai progetti pastorali, ma è troppo legata al nostro discorso per ometterla, la questione della partecipazione al bene comune, alla giustizia e alla solidarietà nello Stato Comunità, nel quale, peraltro, non sarebbe concepibile alcuna soggettività né alcuna potestà svincolata dal perseguimento del bene comune e della tutela dei diritti inviolabili che ne legittimano l’esistenza. Vi chiedo di rendere i termini del confronto sul servizio alla Patria sintonici con quelli di tutti coloro che servono l’umanità, a maggior ragione con noi, che condividiamo con voi la sequela evangelica, qualunque difficoltà si frapponga. Grazie.


 

[1] CEI, Con il dono della carità dentro la storia – La Chiesa in Italia dopo il Convegno di Palermo, Roma 1996, nn. 6 e 19, 23, 25. DIANICH S., Chiesa in missione – Per una ecclesiologia dinamica, Cinisello B. 1985, pag. 145, 148. E’ la questione, altrove descritta, dell’eticità della testimonianza, connessa al carattere soteriologico ed escatologico della missione della Chiesa: BONHOEFFER D., Sanctorum communio, Roma – Brescia 1972, pag. 39 ss. COLZANI G., Teologia della missione, Padova 1996, pag. 100-112. PINKAERS S., Le fonti della morale cristiana. Metodo, contenuto, storia, Milano 1992, pag. 82 ss.

[2] LEVI A., Pace e sopravvivenza dell’uomo, in, Dialoghi in cattedrale – Grande missione per la città di Roma, Cinisello 1997, pag. 13: “Oggi non c’è più la certezza della sopravvivenza della nostra civiltà e perfino dell’uomo sulla terra… noi viviamo in una condizione di precarietà che non è mai esistita prima nella storia… non è vero che istintivamente gli uomini vogliono la pace. Come possiamo salvarci? Tutti insieme; questo è il nostro problema. La pace ha bisogno di forti fondamenta, oltre le istituzioni, nella coscienza dei popoli”.

[3] I militari sono soggetti istituzionali ed anzitutto a questo livello devono essere interpellati e chiamati a rispondere sui canali istituzionali, ove evidentemente ha preminenza l’Esecutivo e la Gerarchia; invece, a livello morale, secondo le opzioni dichiarate, tutti rispondono di sé personalmente e collettivamente e, in particolare, i cattolici, sia attraverso i cappellani sia in prima persona.  

[4] LARICCIA, La rappresentanza degli interessi religiosi, Milano 1967, pag. 73. MOLTENI MASTAI FERRETTI, Stato etico e dio laico. La dottrina di Giovanni Gentile e la politica fascista di conciliazione con la Chiesa, Milano 1983.

[5] Cost. artt. 1-11. Si può anche richiamare la teoria della costituzione materiale nella relazione del diritto e della giustizia. Sulla teoria delle relazioni Chiesa-Comunità politica applicata al nostro tema: DALLA TORRE G., Evoluzione della disciplina sull’assistenza spirituale tra continuità e innovazione, in, COPPOLA R., (a cura di), Atti del Convegno nazionale di studio sul Nuovo Accordo tra Italia e Santa Sede, Milano 1987, pag. 410. DALLA TORRE G., Il fattore religioso nella Costituzione – Analisi e interpretazioni, Torino 1995. BERLINGO’ S., CASUSCELLI G., DOMIANELLO S., Le fonti del diritto ecclesiastico, Torino 1993 (dal Digesto 4° ed.).

[6] Con rinvio all’istituzionalismo elaborato da Santi Romano e la critica all’imperativismo formalistico di Kelsen sull’esclusività dell’ordinamento statale compiuta da (!) BOBBIO N., Teoria generale del diritto, Torino 1993, pag. 291-292, dove però l’autore non esplica l’assorbimento annunciato a pag. 282.

[7] DALLA TORRE G., Il primato della coscienza – laicità e libertà nell’esperienza giuridica contemporanea, Roma 1992, il cap. V “Assistenza spirituale nelle Forze Armate e qualità della vita”, pag. 153-197.

[8] PUGLIESE F.A., Storia e legislazione sulla cura pastorale alle FF.AA., Roma 1956. BUSATO E., La Chiesa lo Stato e i Militari – Studio comparato fra l’ordinamento canonico e quello italiano, Vigodarzere 1995.

[9] PRODI P., Il sacramento del potere – Il giuramento politico nella storia costituzionale dell’Occidente, Bologna 1992. BELLINI P., Respublica sub Deo – Il primato del Sacro nella esperienza giuridica della Europa preumanistica, Firenze 1993. Sulle prime ragioni del tramonto di questa alleanza: Marsilio da Padova, Defensor Pacis, del 1324 e Guglielmo d’Ockham, An Princeps, del 1339.

[10] GIOVANNI PAOLO II, cost. ap., Spirituali Militum Curae, 21 apr. 1986; alla Costituzione sono seguiti gli Statuti per ogni Ordinariato.

A seguito dei concordati e, soprattutto del pluralismo religioso, la configurazione effettiva del Servizio A.S. nel mondo conosce tipologie differenti: un servizio multireligioso integrato, come negli USA, Canada, Germania e Grecia; un servizio confessionale integrato, come negli Stati a maggioranza religiosa cattolica (Italia, America Latina, Polonia) e un servizio semintegrato, come in Spagna, Francia e alcuni Paesi dell’Est. Vanno poi ricordate le altre forme di assistenza religiosa, omologabili alla nostra, e costituite dai Cappellani della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria. 

[11] Che questo Vescovo per i Militari abbia la dignità degli altri Vescovi è apparso evidente anche al Presidente della Repubblica che nell’insediamento dell’attuale Ordinario non ha voluto il giuramento, che invece la legge del 1961 disponeva, senza sanzioni, rinviando al regime concordatario precedente.

[12] La Costituzione Apostolica, in verità nel preambolo, si dichiara sollecita ai bisogni di un’assistenza specifica per i militari in quanto “ceto sociale” e “per le peculiari condizioni della loro vita”. Non ha esplicitato che sia il particolare servizio a dover diventare particolare via di sequela e quindi di santificazione. MOUROUX J., L’esperienza cristiana, Brescia 1956.

[13] La sollicitudo pro universa ecclesia, è connessa al munus petrino ma anche ad ogni livello di sinodalità episcopale; essa immette la potestà della giurisdizione particolare dei vescovi in una funzione comunionale operativa a livello universale.

[14] MEREU I., Storia dell’intolleranza in Europa, Milano 1995. COURTOIS, WERTH, PANNE’, PACZKOWSKI, Le livre noire du communisme, Paris 1997.  

[15] BOBBIO N., Teoria generale del diritto, Torino 1993, pag. 227 ss.: “la conciliazione avviene attraverso una correzione” e la questione della specialità della norma nella coerenza dell’ordinamento e l’intervento eterointegrativo al diritto naturale (pag. 262). VIOLA F., Identità personale e collettiva nella politica della differenza, in, D’AGOSTINO F., (a cura di), Pluralità delle culture e universalità dei diritti, Torino 1996, pag. 146 ss. La valenza filosofica della questione in D’AGOSTINO F., Filosofia del diritto, Torino 1993, pag. 203. TEDESCHI M., Scritti di diritto ecclesiastico, Milano 1994, pag. 17-23.

[16] Un episodio sul fronte canonico: a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 si verificò appunto che la Repubblica di Salò convocasse i cappellani e l’Ordinario impedisse il passaggio: coloro che non obbedirono al Vescovo furono sanzionati. 

[17] Intendendo nei primi i portatori di tutte le istanze profetiche e progettuali e nei secondi quegli operatori di pace o ministri che, secondo l’espressione conciliare, fra altri sono di certo anche i militari.  

[18] CONGREGAZIONE PER I VESCOVI, Dieci anni dopo la promulgazione della c.a. “SMC”, Città del Vaticano 1996. RIVISTA MILITARE, Le due patrie nelle lettere di S.Caterina da Siena agli uomini d’arme e nelle testimonianze dei cappellani militari decorati di medaglia d’oro al v.m., Roma 1989. CAMMILLERI R., I santi militari, Casale M. 1992. GNOCCHI C., Cristo con gli Alpini, Milano 1980. Alcuni interventi di Mazzolari. MANI G., Bolla di indizione del Sinodo, Assisi 1996.

[19] Con tutta la lucidità necessaria per valutare le persone e le condizioni di vita.

[20] DALLA TORRE G., Il primato della coscienza – Laicità e libertà nell’esperienza giuridica contemporanea, Roma 1992 pag. 153-197.

[21] DOSSETTI G., Grandezza e miseria del diritto della Chiesa, Bologna 1996, pag. 222.

 

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