inforo.it dal Progetto Culturale CEI per i Cappellani Militari

 

  home | link | biblio | piano com | contatta

           

 

 

card. Carlo Maria Martini     IL LEMBO DEL MANTELLO    31/7/1991

 

da www.chiesadimilano.it

[1] La folla si accalca attorno a Gesù e lo preme da ogni parte. D'improvviso Gesù domanda: “Chi mi ha toccato?”. Pietro gli dice: “Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia. Come puoi fare una domanda simile?”. Ma Gesù insiste: “Ho sentito che una forza è uscita da me!”. Allora si fa avanti una donna, malata da molti anni, confessando che gli si è avvicinata furtivamente alle spalle pensando tra sé: “Se riuscirò a toccare anche solo il lembo del suo mantello, sarò guarita” (Cf Mc 5, 25-34; Lc 8, 42-48).
Carissimi lettori di questa Lettera pastorale, lo scorso anno ho intitolato la Lettera programmatica 1990 - 1991 Effatà, Apriti riferendomi alla guarigione di un sordomuto (Cf. Mc 7, 31-37). Leggevo in essa l'icona di una società che ha bisogno di essere guarita dai propri blocchi comunicativi. Quest'anno, continuando lo stesso discorso, prendo come miracolo emblematico di Gesù quello di una guarigione avvenuta al semplice contatto del lembo del suo mantello. Perché?
Il tema di quest'anno sono i mezzi di comunicazione di massa (stampa, radio, televisione). Ho pensato molto a come mettere in rapporto tali strumenti tecnici della nostra epoca con il messaggio di Gesù. E' così che la mia immaginazione è stata attratta da questa pagina evangelica. Leggo infatti in essa tre realtà che caratterizzano la nostra civiltà, tanto condizionata dai mass media: la massa, la persona e la comunicazione.
Anzitutto la massa: è la folla anonima che si accalca attorno a Gesù. Molti lo toccano anche fisicamente, ma non succede nulla; nessuno si distingue, nessuno assume un particolare rilievo, nessuno appare con un volto o un desiderio proprio. E l'immagine delle masse che si qualificano come fruitori passivi dei mezzi chiamati, appunto, "di massa".
Tra la massa però una persona comincia a emergere. Ha un progetto, una volontà precisa e soprattutto una grande fede. Gesù le dirà: “Figlia, la tua fede ti ha salvato!”. Ha una tale fiducia in Gesù da pensare che anche solo il contatto con il lembo del suo mantello la possa guarire. Per questo, pur restando nascosta tra la folla, essa vive un processo di forte "personalizzazione", entra in un contatto autentico con Gesù, contatto di cui egli stesso si accorge e che proclama pubblicamente. Dalla massa è emersa una persona.
Questo emergere della persona è avvenuto attraverso una comunicazione di forza risanatrice da parte di Gesù alla donna. Ma, a differenza di altre volte in cui la comunicazione è diretta (Gesù parla, comanda, tocca), qui è sufficiente un lembo del mantello, sfrangiato e impolverato, per stabilire la possibilità di un incontro.
[2] Ed è a questo punto che ho intravisto la grande scommessa sottesa al secondo anno del programma pastorale "comunicare". Anche mediante i mass media - che pure sono qualcosa di molto marginale rispetto alla profonda e originaria corrente del comunicare di Dio con l'uomo e degli uomini tra loro -, anche mediante gli strumenti della massificazione dei messaggi è possibile una vera comunicazione umanizzante e addirittura salvifica. E' necessario favorire il processo di "uscita dalla massa", perché le persone, dallo stato di fruitori anonimi dei messaggi e delle immagini massificate, entrino in un rapporto personale come recettori dialoganti, vigilanti e attivi.
Ecco dunque la domanda a cui la presente Lettera vuole aiutare a rispondere: come è possibile che, anche in presenza di strumenti che mandano messaggi in una sola direzione e a una massa anonima, non si ottunda la coscienza individuale, ma si aprano veri canali comunicativi nell'ambito della comunicazione interumana, della comunicazione tra Chiesa e società, della comunicazione tra le persone umane e il Mistero divino? come è possibile che, mediante il mio televisore (inteso qui come simbolo di tutti gli altri mass media), io entri in contatto addirittura con la forza salvifica di Gesù?

[3] Sono conscio del fatto che l'impostazione della Lettera è molto ardita. Essa parrà anzi temeraria a coloro che sono giustamente preoccupati del guasto morale operato dai mezzi di comunicazione sociale. Mi diceva qualcuno: “Se lei ha intenzione di scrivere una lettera sui mass media, gridi ad alta voce contro il danno causato dalla televisione nelle coscienze!”.
Certamente ne parlerò. Siamo infatti tutti convinti che i mass media, e in particolare la televisione, il più forte di tutti, detengono un potenziale che può essere distruttivo, nefasto e subdolo, che non è facile cogliere subito nella sua pervasività e gravità. Tuttavia mi sono sentito spinto a iniziare la Lettera con un'immagine positiva e riconoscente per questi doni di Dio, come è quella del lembo del mantello di Gesù.
Ma non mi accontento di un generico riconoscimento dei beni che ci vengono dai media. L'immagine evangelica a cui ho fatto riferimento mira più in alto. Essa porta addirittura a stabilire un qualche rapporto tra il mio televisore e il lembo del mantello di Gesù. Perché tale accostamento non è blasfemo? in forza di quali ragioni posso guardare i mass media non solo genericamente come un dono di Dio, così come guardo le montagne o i grattacieli, bensì come strumenti che hanno un rapporto più stretto che non altre realtà create con il piano comunicativo di Dio?
Per rispondere alla domanda devo abbozzare un piccolo discorso teologico. Chi ne avesse timore può passare oltre, almeno per ora. Ho fiducia che, al termine della Lettera, tornerà indietro per leggere le tre o quattro paginette che seguono, e le riterrà illuminanti.
Tra l'altro la risposta all'interrogativo sul valore "teologico" del mio televisore mi dà l'occasione di esplicitare il rapporto tra questa Lettera pastorale e la precedente Effatà, Apriti dedicata ai fondamenti teologici e agli aspetti spiritual ed esistenziali del comunicare. Procederò con ordine, a) richiamando dapprima il fondamento trinitario della comunicazione, sviluppato in Effatà, per coglierne le implicanze sul possibile valore teologico dei mass media; b) considerando, quindi, il significato del linguaggio umano in quanto è stato voluto proprio da Dio nella varietà delle sue forme.

[4] In Effatà coglievo il modello supremo della comunicazione nell'atto col quale il Dio vivente si è sommamente comunicato agli uomini: il mistero pasquale della croce e risurrezione di Gesù.
La Trinitas in Cruce è stata l'icona concreta, cui ho voluto ispirarmi per sondare le profondità della comunicazione interpersonale suscitata e consentita dal comunicarsi di Dio: come il Padre consegna suo Figlio alla morte in un gesto di suprema gratuità, e il Figlio si lascia consegnare in obbedienza d'amore per noi, così la comunicazione tra gli uomini, per essere vera, esige gratuità e accoglienza e deve svolgersi in quel clima di reciprocità e libertà di cui è testimone lo Spirito santo nel rapporto tra le Persone divine. La Trinità intera è coinvolta nell'atto della comunicazione della vita divina al mondo e fonda ogni autentica comunicazione interumana.
Questo impegno del Dio trinitario nella sua comunicazione all'uomo rivela già di per se il valore intrinsecamente buono di ogni atto comunicativo e, di riflesso, il valore di ogni strumento di comunicazione tendente a mediare o a moltiplicare tale atto. E se nel suo comunicarsi Dio si rivela come agape, cioè come amore gratuito che non resta chiuso in se, ma esige di donarsi senza condizioni e riserve, la bontà ultima di ogni atto comunicativo tra gli uomini risiede nella sua partecipazione a questa carità divina. Il comunicare stabilisce tra gli esseri umani relazioni di solidarietà, che esprimono l'immagine di Dio impressa nella creatura.

Se è vero che il disegno di salvezza del Padre abbraccia tutto ciò che esiste, e la missione del Figlio e dello Spirito raggiungono l'intera realtà creata, ogni mezzo comunicativo possibile tra gli uomini può dunque essere adottato dal Dio trinitario per raggiungere il cuore dell'uomo. Perciò anche un televisore può evocare l'immagine del lembo della veste di Gesù salvatore dell'uomo.

Infatti tutto quanto è creato è avvolto dal disegno salvifico divino e orientato alla gloria di Dio Padre, che alla fine sarà tutto in tutti (cf 1Cor 15, 28). Tutto ciò che esiste è stato creato in vista di Cristo e per mezzo di lui (cf Col 1, 19) ed è stato da lui assunto per essere salvato. Dappertutto, infine, opera lo Spirito, che soffia dove vuole e che di tutto può servirsi per compiere la sua opera. Ogni mezzo creato di comunicazione può quindi essere scelto e utilizzato da Dio come sua via per giungere al cuore dell'uomo. Una visione pessimistica, che in partenza giudichi negativamente gli strumenti della comunicazione, in particolare quelli di massa, si oppone a questa visione di fede, che motiva invece una speranza di fondo anche rispetto al pianeta dei mass media.

Tale lettura non va però confusa con un ingenuo ottimismo: al centro del disegno divino di salvezza sta la croce di Cristo, che è giudizio del peccato del mondo. Benché tutto possa essere scelto da Dio per raggiungere la persona nella sua coscienza e nella sua libertà, tutto ciò che è sotto il sole può essere falsato dall'uso che ne fa la libertà dell'uomo, segnata dal peccato.

E' il carattere ambivalente di ogni realtà umana, anche di quella che si esprime nelle forme della comunicazione di massa: se esse possono rispondere al disegno divino, e avvicinare Cristo al cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo a Cristo, sotto l'azione dello Spirito accolto in una coscienza retta, parimenti possono essere strumentalizzate dai poteri di questo mondo e divenire funzionali a interessi gravemente contrari alla volontà di Dio.

I mass media possono così diventare il lembo non solo impolverato, ma strappato della veste di Cristo. Possono utilizzare il loro potere fino a far cadere la persona in una sorta di schiavizzante dipendenza dal dominio di chi li gestisce. Si pensi soltanto alle possibili manipolazioni dell'informazione e ai condizionamenti che si possono esercitare sull'opinione pubblica e sulle sue scelte etiche e politiche. Per questo, un ottimismo di fondo verso i mass media suscita e promuove una vigilanza attenta e l'esercizio del discernimento critico.

[5] La seconda considerazione, cui accenno brevemente, riguarda il fatto che Dio ha parlato con parole umane e si è rivelato con gesti ed eventi che fanno parte della storia di questo mondo. Già questo dato di fatto dimostra come il Signore non abbia disdegnato le forme della comunicazione umana, anzi le abbia in un certo senso rivelate pienamente a se stesse. Si potrebbe dire che, da quando Dio ha parlato in parole ed eventi umani, noi siamo assicurati che le parole e gli eventi di questo mondo sono atti a fare da veicolo alla sua comunicazione, capaci di dire il suo amore, la sua verità e la sua vita nei poveri termini e nei gesti limitati della nostra esperienza. I mass media, nella varietà dei linguaggi da essi usati (verbale, per immagini, sonoro, gestuale, per vibrazioni ed emozioni, ecc. ), sono "tende" potenziali in cui il Verbo non disdegna di abitare, lembi del suo mantello, attraverso cui può passare la sua potenza salvifica.

Anche qui, tuttavia, non dobbiamo nascondere le possibili ambiguità: il linguaggio umano, per quanto veicoli il messaggio e il dono divini, non li esaurisce. Dio resta sempre più grande delle parole e dei gesti dell'uomo; i mass media - pur nella loro migliore utilizzazione - hanno comunque una capacità relativa e limitata.

C'è un'eccedenza del Mistero divino, che non va mai dimenticata, e, che deve rendere perennemente vigilanti e attenti a quanto trascende ciò che la "notizia" comunica. Il lembo resta cioè un pezzo del mantello, e il mantello rimanda alla Persona che lo indossa e che potrebbe dismettere il mantello quando non volesse servirsene più. I mass media sono mezzi e non fini, realtà strumentali, penultime e non ultime, che potrebbero nascondere e ostacolare la via del vero, ma, quand'anche fossero a essa aperti, non la esaurirebbero del tutto.

Questa premessa teologica, un po’ lunga, mi consente ora di parlare con maggior scioltezza e libertà dell'incontro possibile tra Dio e l'uomo attraverso i media e, conseguentemente, dell'incontro possibile tra la Chiesa e il pianeta dei mezzi di comunicazione sociale. Lo farò anzitutto immaginando me e ciascuno di voi in dialogo col televisore spento (prima parte). Dopo esserci un po’ intrattenuti nella stanza, saliremo le scale della casa per andare sul tetto (seconda parte); quindi partiremo, sempre insieme, per raggiungere un satellite, da cui osserveremo il nostro piccolo mondo (terza parte). Ma - non preoccupatevi! - alla fine torneremo a casa sani e salvi e, spero, anche arricchiti nel cuore!

[6] Una volta tanto, caro mio televisore, sarai costretto ad ascoltarmi. Sei sempre solo tu a parlare, a farti guardare, a tenermi zitto, a impedirci di discorrere tra noi in casa. Quando sono seduto in poltrona di fronte a te mi sento un po’ intimidito, anzi zittisco i miei bambini che disturbano il mio ascolto. Ma stavolta voglio prendere io l'iniziativa; ti spengo e tu mi ascolti. Era tanto tempo che sentivo questa voglia matta di dirti qualcosa, di intendermi con te. Perché tu per me sei importante, sei diventato parte della mia vita; io non voglio neanche troppo confessarlo, ma se tu non ci sei mi manca qualcosa. Anzi, il Vescovo deve averne detta una grossa a tuo proposito. Dice che tu potresti essere addirittura paragonato al lembo del mantello di Gesù. Ma allora c'è in te quasi una forza divina! Non sei solo uno dei tanti elettrodomestici che popolano la casa, un utensile di cui mi servo o, peggio, un pericoloso mezzo di diseducazione. Posso tentare di dialogare con te e tu devi ascoltarmi.

Sai, si dice che tu parli troppo. Un rapporto predisposto per l'UNESCO rileva che il tempo medio passato davanti a te da una persona adulta supera quotidianamente negli Stati Uniti le cinque ore, e che per i bambini si raggiungono le sette ore. Nel nostro Paese, appare che quasi la età dei ragazzi trascorre davanti al video più di quattro ore al giorno, gli altri dalle due alle quattro ore. Circa un quarto dei ragazzi tra i 6 e i 13 anni affermano di seguire i programmi televisivi serali oltre le ventidue.

Io vorrei avere con te un rapporto giusto. Non vorrei né chiuderti a chiave in un armadio, e nemmeno essere "teledipendente"; non vorrei avere con te un rapporto di assuefazione come può avvenire per il fumo, il gioco, l'alcool, ma nemmeno ignorarti.
Vorrei evitare questi due estremi. Ci sono famiglie di miei amici che possiedono due o tre televisori: uno in cucina, uno in salotto, uno in camera da letto, magari in ogni camera da letto. . . Ci sono case dove il televisore è in funzione dal primo mattino e viene spento, salvo qualche interruzione, solo a tarda sera. E' curioso e anche un po’ triste che alcuni parroci, in occasione della visita alle famiglie per Natale o per Pasqua, si facciano precedere da un messaggio nel quale si raccomanda di spegnere il televisore quando si accoglie il sacerdote.

A tal punto sei diventato parte della casa che neppure ci si accorge della tua presenza attiva. Anzi qualcuno arriva a dire che sei un "membro della famiglia", la cui perdita può determinare crisi e "lutti" nei rapporti tra le persone. Un'indagine condotta negli Stati Uniti descrive così gli effetti "traumatizzanti" dell'astinenza televisiva forzata: solo l'8% delle famiglie ha accusato un disorientamento lieve, mentre tutti gli altri hanno provato una sensazione più o meno grave, fino a una quota del 25% che ha accusato disorientamento e frustrazione simile al lutto per il decesso di una persona cara (questa è così grossa che stento a crederla!). Io non vorrei essere di questi "teledipendenti", ma nemmeno finire tra coloro che ti considerano un'invenzione diabolica.

Anche la Chiesa ha mostrato una crescente attenzione verso di te arrivando a dire che i media sono "una versione moderna ed efficace del pulpito. Grazie a essi si riesce a parlare alle moltitudini" (Evangelii nuntiandi, 45). Che fare di fronte ad atteggiamenti tanto diversi: schierarsi tra gli ammiratori incondizionati o tra i detrattori a oltranza?

Vorrei poter assumere di fronte ai media, di fronte alla televisione, lo stile evangelico che chiede di saper vedere nei solchi del mondo, e quindi anche nei media, il germinare del buon grano e insieme della zizzania.
Ma adesso perché non mi parli anche un po’ tu?

[7] TV. Sono lusingato dal paragone col lembo del mantello di Gesù. Io so benissimo di non essere che un 'mezzo" e come ogni mezzo dipendo dall'uso che si fa di me. Non sei d’accordo?

Credo che ora stai diventando troppo modesto. E' vero, per molta gente tu sei solo una scatola, un contenitore dal quale si possono cavare cose buone e cose dannose. Parliamo infatti di media, cioè di mezzi, di strumenti, di veicoli. Dicono queste persone: facciamo in modo che questi mezzi portino a noi messaggi positivi, edificanti - possibilmente non noiosi -, ed escludano messaggi negativi; così i media realizzano il contatto con la verità, con il bene. Vengono alla mente le critiche feroci che Pier Paolo Pasolini scagliò contro la televisione: “Se i modelli di vita proposti ai giovani sono quelli della televisione, come si può pretendere che la gioventù più esposta e indifesa non sia criminaloide? E stata la televisione che ha concluso l'era della pietà e ha iniziato l'era del piacere”. E' diffusa la persuasione secondo la quale basterebbe riempire di contenuti positivi e interessanti i media, ritenuti scatole sostanzialmente indifferenti ai contenuti. Ma tu, caro televisore, non sei semplice mente un contenitore. Il fatto che tu esista cambia in qualche modo il nostro rapporto con la realtà.

[8] TV. Sono una scatola, ma una scatola aperta, spalancata sul mondo. Senza di me tu saresti chiuso nel tuo piccolo guscio, estraneo alle vicende del mondo che io ti porto in casa.

Quello che dici è esatto. Quando, a metà degli anni '50, hai fatto il tuo ingresso nelle nostre case e nella nostra vita, uno slogan ti accompagnava e ci invitava ad acquistarti: “La TV è una finestra aperta sul mondo”. E c'è del vero in questo slogan. Nei mesi scorsi ci hai portato in casa la guerra del Golfo (magari gabellando immagini "di repertorio" per immagini reali) e ci hai permesso di toccare con mano i traguardi straordinari raggiunti dalla ricerca scientifica e tecnologica in fatto di armamenti e al tempo stesso l'assurdità di mettere questa intelligenza al servizio della distruzione. Ci hai portato in casa anche l'instancabile appello del Papa alla pace.

Ogni giorno ci fai partecipare del respiro stesso del mondo. Non di rado ci tieni col fiato sospeso, come quando abbiamo seguito in diretta i vani tentativi di salvare dal pozzo il piccolo Alfredo. Sono passati tanti anni, eppure chi ha seguito quella diretta non la potrà dimenticare.

Si dice che grazie ai media e soprattutto alla TV il mondo è ormai diventato come un villaggio dove tutti sanno tutto di tutti, un "villaggio globale". Liberati dall'ignoranza e sempre più informati dovremmo ritrovarci in un universo sempre più comprensivo.

Ma l'immagine del "villaggio" creato dai media è ingannevole: essi, pur creando un'informazione sempre più vasta, non hanno favorito la comunicazione.
Osserva uno studioso dei media che dovremmo teoricamente trovarci in un universo molto comprensivo perché informato, molto aperto all'interazione, e disponibile perché liberato dai legami dell'ignoranza o della conoscenza imperfetta; in realtà viviamo una progressiva chiusura difensivistica nella nostra "grotta", nel nostro habitat psico-affettivo.
Lo slogan della TV "finestra aperta sul mondo", in presa diretta con la realtà, è solo in parte vero. Il mondo che il piccolo schermo ci porta in casa è un’immagine elettronica che solo parzialmente corrisponde alla complessità della realtà inquadrata dalla telecamera. Si è soliti ripetere: "il bello della diretta", e pensiamo che la diretta televisiva ci porti in casa, in tempo reale, la realtà nel suo dispiegarsi. Ma le cose non stanno esattamente così. Tra la telecamera che riprende un fatto e me seduto davanti al mio televisore, c'è un complicato e artificioso processo di selezione e costruzione delle immagini. La regia decide quali delle molte immagini devono essere trasmesse. Io non ricevo la realtà immediata e diretta, ma solo quelle immagini, quei punti di vista sulla realtà, che la regia ha deciso di selezionare e trasmettere.

Io vedo sempre una realtà "montata", ricostruita secondo il punto di vista di chi cura la trasmissione.
A maggior ragione quando non si tratta di "diretta", bensì di programmi registrati su nastro e poi ricostruiti con il montaggio. E' dunque un mondo artificiale, prodotto, quello che tu mi porti in casa. E di questo mondo, per quanto reale mi possa apparire, rimango comunque uno spettatore estraneo, incapace di intervenire nella realtà in cui ho l'impressione di essere immerso.

[9] TV. Ma io, malgrado tutto, sono un mezzo di informazione e sono così importante che tutti cercano di avermi dalla loro parte. In questo, non faccio che moltiplicare il servizio reso, ormai da qualche secolo, dalla stampa periodica e quotidiana.

Sì, lo riconosco: tu sei importante. E infatti le forze politiche e i grandi gruppi economici cercano di averti al proprio servizio. Deve fare i conti con te sia chi vuole mantenere il suo potere sia chi vuole rovesciare il potere altrui. I difensori dell'ordine costituito, come i promotori del cambiamento, cercano i tuoi servizi.
Riconosco la tua funzione di informazione, intendendo con questo termine i dati, le notizie, le informazioni che ci trasmetti. Tale ruolo informativo e formativo è stato particolarmente accentuato nei tuoi primi anni di vita. Le persone di una certa età ricorderanno bene una trasmissione che si intitolava "Non è mai troppo tardi", per il recupero degli analfabeti.
C'era anche la cosiddetta TV dei ragazzi con programmi appositamente confezionati per loro. Questa funzione "scolastica" della radio, della TV e dei giornali non va affatto sottovalutata. Si può dire che l'unificazione linguistica del nostro Paese è avvenuta solo con la televisione, a cent'anni di distanza dall'unità politica.

E' vero che Pasolini accusò la televisione d'aver cancellato i dialetti e quindi le differenze umane, culturali del nostro Paese per produrre una "omogeneizzazione" piatta e banale. Anche in questo però è difficile attribuirti solo colpe, dimenticando il tuo ruolo informativo.

Ma il termine "informare" vuol dire, alla lettera, dare forma, plasmare un data realtà. E' la nostra coscienza che i media "informano", cioè modificano, segnano, plasmano. Avviene, per la nostra coscienza esposta ai media, come nei giochi dei bambini sulla spiaggia. La sabbia umida, pigiata nella formina, nello stampo, assume la forma dello stampo, è informata.

In questo senso i media "informano" soprattutto perché danno una certa forma alla realtà, reinterpretandola secondo ben precisi e interessati criteri. 'Informazione televisiva non sfugge ai limiti propri dell'informazione a mezzo stampa. Sappiamo che la scelta delle notizie da dare e il modo di dare tali notizie corrispondono all'interesse proprio della testata.

Ogni giorno la redazione di un quotidiano si trova di fronte a un'enorme quantità di dati, di eventi. Quali scegliere, quali evidenziare, quali "censurare" o mettere ai margini? Questa scelta è già gravida di significato, comporta una presa di posizione su ciò che è ritenuto importante. La scelta poi è guidata dalla cosiddetta "notiziabilità" o "vendibilità" (ciò per cui un avvenimento può diventare una notizia capace di attirare l'attenzione del pubblico e di far vendere il giornale). Tale criterio tende a produrre una selezione negativa delle informazioni e delle notizie. La preferenza va alla notizia shocking disturbante, generalmente di segno negativo. "La nera vende più della bianca" è la regola di ogni redattore di cronaca, ma vale per tutti i media. Se il filtro prevalente di tutte le notizie sulla società è negativo - sia che si parli di politica che di economia che di insicurezza sociale, ecc. - non dobbiamo stupirci dell'aumento di sfiducia generalizzata dei cittadini nei confronti della società e delle sue istituzioni. Non è infondato supporre un legame tra la caduta progressiva di fiducia in tutte le istituzioni pubbliche e private, osservato a partire dagli anni '60 in numerosi Paesi compreso il nostro, e questo stile della comunicazione mediale.

Inoltre, sempre più spesso la redazione di un giornale e i suoi giornalisti lavorano su materiali già elaborati dalle Agenzie e forniti da grandi reti di banche-dati. Attraverso le cinque più grandi Agenzie di stampa passa almeno l'80% delle notizie diffuse nel mondo. Tali agenzie ripongono, di fatto, un loro almeno implicito giudizio di valore e un loro modello culturale. Il pericolo è reale: l'allontanamento dalle fonti, e quindi dal mestiere proprio del giornalista, aumenterà il distacco tra chi scrive e la realtà. Il giornalista diventerà sempre più una sorta di tecnico specializzato: da giornalista-informatore a giornalista adibito al trattamento dell'informazione, giornalista-tipografo.

Per quanto riguarda le banche-dati, la più ricca ed efficiente è quella del New York Times. Superfluo sottolineare che essa memorizza solo materiale apparso in lingua inglese. Il che significa che se nessun quotidiano o periodico in lingua inglese parla di un determinato avvenimento, per chi attinge a quella banca-dati esso è come se non fosse mai accaduto. E' un esempio di ciò che si chiama "colonizzazione culturale", che si realizza anche attraverso le produzioni televisive - pensiamo soprattutto ai racconti a puntate come Dallas, Dynasty, Beautiful, ecc. -, venduti o ceduti gratuitamente ai Paesi più poveri, In molte scuole è stata introdotta la lettura del giornale come forma di educazione dei ragazzi a capire le logiche con le quali si costruisce l'informazione. Don Lorenzo Milani e la sua scuola di Barbiana ci hanno insegnato a fare questa lettura, così da lacerare quel muro di carta stampata che invece di avvicinarci ci tiene lontani dalla realtà. E' una educazione che bisognerebbe fare anche per il mondo delle immagini.

[10] TV. Ma allora pure tu sei convinto che io sia, come si dice, un "persuasore occulto", una voce e un messaggio che si insinua subdolamente?

Certamente tu hai grandi risorse di persuasione e riesci a far immaginare come vere cose che non esistono. E non è forse il tuo potere persuasivo quello che convince uomini e donne dell'est d'Europa e del Mediterraneo ad affrontare viaggi assurdi per andare verso quei Paesi delle meraviglie e del benessere che hanno visto in televisione, senza pensare che anche in quei Paesi c'è fatica, ingiustizia e povertà?

La coscienza esposta al messaggio televisivo rischia di dare consistenza di realtà alla finzione dello spettacolo e, alla fine, può confondere l'uno con l'altra; tale rischio investe maggiormente la coscienza incerta e fragile dei più giovani e quella non formata da chiari orientamenti di valore. Potremmo dire che la nostra coscienza, se immatura o indifesa, è una sorta di spugna che assorbe dall'ambiente in cui è situata.

Le opinioni pronunciate dal tuo piccolo schermo o dalle colonne dei giornali godono, per lo più, di grande autorevolezza. Si sente spesso ripetere: “L'ha detto la televisione, l'ho letto sul giornale”. Colui che si affaccia al piccolo schermo per dare il suo parere, colui che parla alla radio o scrive sui giornali, acquisisce una patente di autorevolezza e, dunque, di credibilità spesso prescindendo dalla solidità dei suoi argomenti. Nei confronti dei media scatta una diffusa e solida fiducia che non si fonda su prove ben argomentate, ma sul potere persuasivo di tali mezzi. Solo in situazioni politiche nelle quali il sistema dei media sia saldamente nelle mani del potere pubblico, potere nel quale la base non si riconosce, si possono verificare incrinature in tale fiducia istintiva. I tentativi di informazione alternativa o di contro-informazione -sia nel campo della radio che della stampa -, non sono riusciti a scalfire seriamente la credibilità dei media più diffusi e di quelli egemoni.

[11] TV. E' vero che noi mass-media siamo tendenzialmente autoritari, a senso unico. Abbiamo di fronte a noi persone che come spugne possono assorbire tutto o quasi. Ma in questi anni qualcosa sta cambiando. Dalla metà degli anni '70 cominciarono ad arrivare sui nostri teleschermi i programmi di alcune TV estere; subito dopo arrivarono le emittenti locali o private, sottratte al monopolio delle reti RAI. La presenza di molteplici reti ha messo movimento, ha contribuito a svecchiare l'informazione. E' arrivato anche il telecomando che consente di "saltare" da un programma all' altro con grande facilità.
Non ti pare che in tutto questo vi sia un possibile valore da cogliere? Lo zapping, cioè il salto continuo con il telecomando, può essere lo strumento di un controllo da parte del pubblico nei confronti dei media.
Noi media siamo ormai gli "ostaggi" del nostro pubblico che ci può annientare con il suo telecomando. Se un programma televisivo non raggiunge una certa quota di telespettatori sarà soppresso. E' la legge inesorabile del mercato: se il tuo prodotto non trova acquirenti non vale nulla. Paradossalmente, proprio il moltiplicarsi dei mass-media, produce una sorta di rivincita dell' utente, del singolo individuo che non è più solo destinatario passivo di una comunicazione a senso unico. E credo che nel prossimo futuro, un futuro che è già iniziato, si moltiplicheranno le opportunità di scelte libere, di utilizzo personalizzato dei media. Basti pensare alla diffusione dei videoregistratori, con la possibilità di selezionare e conservare programmi liberamente scelti.

Lasciami dire che la tua difesa dei media come mezzi per far crescere la libertà di scelta non mi persuade del tutto. E mi spiego. Con il telecomando in mano abbiamo l'impressione di dominare noi il mezzo televisivo. Ma tale uso finisce per produrre un utilizzo frammentato del mezzo, un'incessante ricerca di immagini gradevoli, creando quello che gli studiosi chiamano "flusso" televisivo, cioè un diluvio di immagini senza capo nè coda.

Le decisioni sui programmi e sui loro contenuti vengono così sottoposte a una legge ferrea: quella dell'audience, degli indici di ascolto. Le emittenti sono preoccupate di non perdere spettatori perché un calo dell'indice di ascolto vuol dire minor valore dei propri spazi pubblicitari. Questa cura spasmodica per non perdere spettatori si traduce, però, per lo più, in un pericoloso abbassamento del livello dei programmi, in una corsa allo spettacolo, alla facilità e alla banalità.
La spettacolarizzazione è certo la deriva più facile e più pericolosa per i media. E' una logica che impone di raccontare ogni cosa restando solo alla superficie, con procedure di semplificazione della complessità e con la ricerca di tutto ciò che può "far colpo". L'uso dei videoregistratori può diventare l'occasione per selezionare e conservare i prodotti meno validi.
La molteplicità delle emittenti rischia di non favorire l'autentico pluralismo. E ultima, ma non meno importante considerazione che investe l'intero ambito dei media, c'è il preoccupante fenomeno della concentrazione delle testate giornalistiche e delle emittenti, che turba gli equilibri di questo delicato settore dell'informazione.

TV. Ma fare spettacolo vuol dire anche catturare l' attenzione, interessare. Senza spettacolarità i media non raggiungerebbero il vasto pubblico.

Certo, vi è nei media una dimensione "popolare" che non va sottovalutata. Essi consentono a vasti strati, e non solo all'elite, di essere informati, di essere partecipi; però tale logica degli spettacoli ha i suoi pericoli. Facciamo qualche esempio: la morte per fame, per miseria endemica e quotidiana, non fa spettacolo e quindi se ne parlerà poco; la morte per catastrofe può eventualnnente interessare. Il dibattito politico, certo difficile da far passare nei media, sta sempre più diventando spettacolo con la ricerca di effetti sensazionali e scandalistici.

[12] Sono passati appena trent'anni dai primi programmi televisivi e i media, soprattutto la TV non sono più quelli di ieri.
Ti osservo e mi accorgo di quanto sei cambiato. Vorrei provare a esprimere questo mutamento. Alle origini avevi una funzione autorevole di informazione e formazione, di mezzo e veicolo di conoscenze. Oggi sei un paesaggio, determini una cultura, un modo di pensare e di vivere. Radio, TV, computer, videoregistratori, ecc. fanno parte dell'arredo della nostra casa, ci accompagnano in ogni momento. Nelle grandi stazioni delle metropolitane europee, mentre si aspetta il treno, diversi schermi televisivi riempiono l'attesa con spot pubblicitari o videoclip. La stessa cosa avviene in certi supermercati. Più che guardare siamo costantemente guardati da tanti piccoli o grandi schermi.

Tale paesaggio che da ogni parte ci avvolge ha una caratteristica: è eccitazione, stimolazione sensoriale. Il luogo dove questa caratteristica è maggiormente evidente - e non a caso è tra i luoghi più amati e frequentati dai giovani - è la discoteca con il suo mix di musica, effetti luminosi, video. Il linguaggio elettronico dei media non si rivolge anzitutto all'intelligenza bensì ai sensi e all'emotività, è eccitazione ben prima di essere concetto.

I media non sono più uno schermo che si guarda, una radio che si ascolta. Sono un'atmosfera, un ambiente nel quale si è immersi, che ci avvolge e ci penetra da ogni lato. Noi stiamo in questo mondo di suoni, di immagini, di colori, di impulsi e di vibrazioni come un primitivo era immerso nella foresta, come un pesce nell'acqua. E' il nostro ambiente, i media sono un nuovo modo di essere vivi. Ma vivi come? Di recente è stata sviluppata la seguente tesi: come l'ideologia dispensa dal pensare, come la burocrazia dispensa dall'agire, così i media dispensano dal sentire (cf M. PERNIOLA, Del sentire, Einaudi, Torino 1991 ). I sentimenti superficiali scacceranno quelli più profondi?

Qualche anno fa, quando anche da noi comparvero i primi walkman, molti si stupirono e si indignarono. Questi ragazzi che con la cuffia incollata agli orecchi ascoltano musica mentre vanno per la strada o in bicicletta, magari assumendo nell'andatura e nella positura del corpo il ritmo della musica, questi ragazzi non ascoltano musica, ma diventano musica.
Il linguaggio eccitante, stimolante che ci avvolge, che cosa produce in noi, soprattutto nei nostri ragazzi?

TV. Ma non puoi negare che dai media vengono parole, contenuti, messaggi che si rivolgono anche all'intelligenza.

Sì, ma dietro le parole e le immagini c'è la modulazione che, per lo più, sfugge al controllo della nostra coscienza. Dicono gli esperti che tale modulazione, nei media, rappresenta il 70% del messaggio.
Più che le idee, più che i contenuti conoscitivi, conta la modulazione.

La comunicazione mediale non è allora anzitutto trasmissione di conoscenze da un emittente a un ricettore. Comunicare è sempre più trasmettere stimolazioni, condividere intense vibrazioni. E questa cultura, fatta di vibrazione emotiva e, perciò, fortemente coinvolgente, comporta seri interrogativi soprattutto per le giovani generazioni. Il pericolo è quello di appiattire la verità sulle mie sensazioni, sul mio vissuto emotivo.

Spesso capita di sentir dire: “E' vero, perché io lo sento vero”. Quante persone legano le loro scelte, anche religiose, a uno stato d'animo, al fatto di "sentirsi. . . ". Così si finisce per considerare vero solo ciò che è filtrato attraverso il proprio vissuto soggettivo ed emotivo. Non poche esperienze religiose più recenti si affidano più al "contagio" emotivo di gruppo, alla vibrazione sensibile, che alla forza obiettiva e persuasiva della Parola. Perciò in questi anni è stato chiesto a tutti, particolarmente ai giovani, di mettersi alla Scuola della Parola. Guai a chi trascura la forza creativa e formativa della Parola.

[13] TV. Parli così perché tu sei stato educato sui libri e mediante la scrittura. Oggi il libro cede il passo alla cultura delle immagini. Ma non credo si possa dire che la cultura delle immagini, la TV in particolare, abbia disabituato alla lettura. E' vero il contrario. Basterà un dato: nel 1982 gli otto quotidiani più diffusi in Italia vendevano circa 2. 484. 000 copie, nel 1990 si arrivò a 3. 350. 000 copie. La lettura, almeno di quotidiani, ha avuto un balzo considerevole.

Io e, come me, le persone della mia generazione, siamo stati educati sui libri e con una cultura della parola. Oggi i ragazzi nati e cresciuti nella cultura audiovisiva hanno maggiore familiarità con il mondo delle immagini che con quello della parola.

Vorrei provare a indicare i limiti di una cultura prevalentemente affidata alle immagini. Una bella pagina dell'Evangelii nuntiandi di Paolo VI rivela il valore della parola: “Sappiamo bene che l'uomo moderno, sazio di discorsi, si mostra spesso stanco di ascoltare e, peggio ancora, è immunizzato contro la parola. Conosciamo anche le idee di numerosi psicologi e sociologi, i quali affermano che l'uomo moderno ha superato la civiltà della parola, ormai inefficace e inutile, e vive oggi nella civiltà dell'immagine (. . . ). La fatica che provocano al giorno d'oggi tanti discorsi vuoti, e l'attualità di molte altre forme di comunicazione non debbono tuttavia diminuire la forza permanente della parola, nè far perdere fiducia in essa. La parola resta sempre attuale, soprattutto quando è portatrice della potenza di Dio” (n. 42).

Quando una data realtà mi è messa sotto gli occhi grazie alle immagini, tende ad assumere immediatamente forza di verità. La vedo, e quindi dico che è vera. Assai diverso il procedimento mediante la parola. Un'educazione attraverso il libro e la parola è prevalentemente critica e discorsiva; abitua a compiere i diversi passaggi, ad approssimarsi gradualmente alla realtà mediante la costante verifica delle proprie affermazioni, l'esibizione delle prove, la confutazione delle orgomentazioni contrarie.

Un'educazione affidata alla sola immagine è tendenzialmente incapace di condurre all'esibizione delle prove, alla valutazione delle ragioni e al giudizio dei nostri discorsi, sempre parziali se commisurati alla verità. La sintesi più bella è quella operata dalla Bibbia: parole dense e taglienti che esprimono immagini, racconti e simboli capaci di coinvolgere emotivamente e di far pensare.
All'opposto sta l'estrema semplificazione propria della comunicazione con i media, la riduzione della complessità a formule, slogan e stereotipi.

[14] TV. Quello che dici delle immagini è vero, ma parziale. Io vorrei sottolineare l'influsso che i media, soprattutto la TV, hanno avuto sulla comunicazione a mezzo stampa. Potremmo dire che tra informazione video e informazione scritta si è ormai stabilito un rapporto complesso, positivo e negativo.
L'informazione attraverso la televisione ha accelerato i ritmi dell'informazione scritta: le notizie date dalla TV sono ormai vecchie per il giornale. La TV ha imposto anche ai giornali il suo criterio spettacolare emarginando quanto non si presta a tale criterio di spettacolarità. Anche per i giornali fa notizia solo ciò che è spettacolare. Ma siccome il campo dell'informazione è ormai coperto dalla TV, i giornali si vedono obbligati a trasformarsi, a non accontentarsi della notizia, ma a fare sempre più lavoro di scavo, di approfondimento. Io vedo in questo un positivo influsso del mezzo televisivo sul mondo della carta stampata.

Sì, l'osservazione mi sembra valida e ancora una volta ci obbliga a discernere con cura, nei media, effetti francamente negativi da quelli problematici o positivi. Ma tieni conto anche del fatto che non sempre i servizi più ampi, offerti dai quotidiani, rappresentano davvero un approfondimento.

TV. Vorrei continuare a prendere le difese del mondo delle immagini. Siamo soliti attribuire al mondo delle immagini ogni colpa. Ma non bisogna dimenticare che pure la parola può essere usata come mezzo di seduzione, di occulta persuasione. Quante volte, soprattutto l' uso pubblico della parola, è asservito a scopi di propaganda, per catturare consenso. La storia di questo secolo ci ha mostrato come i dittatori non ricorrano soltanto alla repressione violenta, ma sempre più alla persuasione retorica, appunto alla parola non come strumento di comunicazione autentica, ma come mezzo di seduzione e di menzogna. Il Papa, nella sua Enciclica Centesimus annus, decifrando gli avvenimenti del 1989, che hanno profondamente cambiato i Paesi dell'est, sottolinea il ruolo negativo dell'ideologia, cioè di una parola senza verità.

La tua denuncia del carattere ingannevole dell'ideologia mi trova perfettamente d'accordo. Anche la cultura della parola e del libro, e non solo quella dell'immagine, può essere al servizio della manipolazione delle coscienze. Per questo non dobbiamo contrapporre una cultura della parola e del libro, che sarebbe buona ed educativa, a una cultura dell'immagine e dell'audiovisivo, che sarebbe cattiva e diseducativa.

Vorrei, in proposito, citare il vangelo di Giovanni, che comincia così: “In principio era il Logos (il Verbo, la Parola)” (Gv 1, 1); quindi, primato della Parola.
Eppure proprio l'evangelista Giovanni, che pone al principio del suo vangelo il Verbo, la Parola, conclude così: “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma questi non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20, 30-31). La Parola incarnata si è espressa con parole e con segni. Anche la Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II sulla Divina Rivelazione afferma che la comunicazione di Dio all'uomo, in Gesù, si è compiuta "gestis verbisque", con gesta, con eventi e con parole.

Dobbiamo riconoscere che la nostra cultura occidentale si è costruita sul primato della comunicazione verbale, lasciando in ombra altri registri comunicativi non verbali. Eppure è esperienza di ognuno di noi: talora la comunicazione verbale si rivela inadeguata a comunicare davvero un'esperienza che non può essere costretta nel rigore dei concetti. Penso a esperienze così coinvolgenti o radicali da essere al limite delle risorse umane.
Per questo, Gesù stesso, prima di parlare ha agito e quando ha voluto svelare i misteri del Regno, e quindi una realtà che è al di là delle nostre verifiche, ha raccontato parabole, ha fatto ricorso al linguaggio delle immagini. L'intero linguaggio religioso è intessuto di simboli, metafore, immagini; quasi a dire che le risorse della parola non bastano quando tentiamo di comunicare il mistero di Dio e del suo Regno.

TV. Mi sembra, allora, che stai scoprendo in me qualche positività, stai scoprendo che anche il semplice contatto con l' orlo del mantello di Gesù può generare una comunicazione autentica con lui.

Sì, credo che questo dialogo con te mi abbia aiutato a non demonizzarti, ma a prenderti sul serio.

[15] TV. Fin qui hai preso tu l'iniziativa del dialogo. Ora vorrei farti io una domanda: perché ti "accanisci" tanto contro di me? Tu mi attribuisci un ruolo sproporzionato alle mie risorse.
E' vero che io in- formo, plasmo la mentalità e il costume, ma è altrettanto vero che io nfletto i valori, le attese, gli umori del pubblico, cioè del costume dominante. Io e tutti gli altri media siamo interni a questa società. Si potrebbe dire che la società ha i media che vuole e che si merita.

Ti ringrazio perché mi inviti a collocare i media nel più vasto universo civile che essi riproducono e certamente amplificano, ma di cui restano un aspetto. Vuol dire, allora, che non basterà neppure una più "cristiana" gestione dei media; occorre battere la via lunga della formazione di un costume eticocivile e la via dell'impegno educativo alla partecipazione politica.

Per concludere: ho dialogato con te scegliendoti tra tutti gli altri media perché ti considero un po’ il simbolo di questa babelica città dei media dove viviamo e dove vogliamo, comunque, incontrarci.

A partire da te ho dialogato con stampa e radio; ho capito che, in fondo, se di questi mezzi usiamo male la colpa è nostra, ma se vogliamo possiamo usarli anche bene.

E usarli bene vuol dire anzitutto acquisire una coscienza critica, cioè la capacità di distinguere il vero dal falso, la zizzania dal buon grano, la capacità di essere obiettivi, di non demonizzare i media nè di idolatrarli. Bisogna crescere nella libertà interiore, nel distacco dalle sensazioni troppo immediate e coinvolgenti, bisogna imporsi una certa ascesi, essere capaci anche di fare dei sacrifici e delle rinunce. Sono cioè emerse le responsabilità di quello che si chiama in gergo il "recettore", il consumatore, l'utente dei media. Ma questo non è che la prima metà della storia. Facciamo un passo ulteriore nel nostro dialogo.

[16] Finora ho dialogato con te, mio caro televisore, evidenziando i problemi dell'ascoltatore, del "recettore". Ho parlato di televisione, ma ho tenuto presenti in generale i problemi di tutti coloro che leggono i quotidiani e ascoltano la radio, di tutti gli "utenti" dei media, di tutti noi gente che ascolta, legge, guarda.

Ora vorrei provare a "bucare" il televisore, ad andare dietro il giornale, ad arrivare alla fonte della trasmissione radio per dire qualcosa sui "comunicatori", su coloro che fanno le notizie, che preparano i programmi televisivi, che parlano alla radio, che scrivono o dirigono i giornali. Vorrei anzi poter parlare loro direttamente, con sincerità e affetto. Infatti, l'educazione critica degli utenti, di cui è apparsa la necessità nelle pagine precedenti, non sarebbe sufficiente a migliorare la situazione senza una forte presa di coscienza della responsabilità primaria di coloro che sono a monte delle notizie e delle trasmissioni. E' chiaro dunque che le parole che dirò in questa parte interesseranno soprattutto i "fabbricatori" di notizie e di immagini. Ma vorrei che anche il semplice ascoltatore o lettore si considerasse coinvolto nel discorso.

Tocca solo a me, destinatario di tanti messaggi, essere più responsabile, esercitare delle scelte, operare delle rinunce? oppure posso, a mia volta, tentare di comunicare con te, comunicatore che mi bombardi di immagini e di parole?

Vorrei esprimerti un certo mio disagio, imbarazzo e, talora, anche rifiuto per quanto quotidianamente mi piove addosso. Qualche volta ho l'impressione di essere come sommerso dalle notizie, dalle rassegne stampa, dai comunicati. Mi pare di annegarci dentro. Ma desidero pure sottoporti degli interrogativi, formularti delle richieste, valutare con te la possibilità di cercare strade sempre più efficaci e costruttive di comunicazione.

Tu che comunichi, di solito ti servi principalmente degli indici di gradimento e della tiratura per avere un riscontro rispetto a me che ricevo il messaggio. Però i criteri di tipo soltanto quantitativo non mi convincono molto, anche perché, spesso, con l'informazione c'entrano sino a un certo punto.

Quando all'edicola compro un quotidiano e mi consegnano in aggiunta l'inserto specializzato, il supplemento, magari un regalo, ho un moto di sorpresa e mi chiedo se vuoi darmi delle notizie, dei commenti, o catturarmi come "consumatore", quasi che quanto scrivi, racconti, riferisci, rappresenti un fattore secondario, una specie di optional rispetto alla necessità di vendere il prodotto.

Proprio perché credo molto alla funzione dell'informazione, e ho fiducia nel lavoro che fai, nella funzione che svolgi, mi permetto segnalarti alcuni effetti che hanno su di me le notizie e i messaggi che mi arrivano.

[17] Tu lavori sull'attualità, sulla cronaca: sei la mia finestra sul mondo. Ma su dove si apre questa finestra? dappertutto? Tu vuoi dare la sensazione di saper trasmettere "tutte" le notizie, fai passare l'idea di offrire un panorama esauriente. Io però so che non è così. Questa pretesa totalizzante non mi convince. I confini troppo ampi mi danno un leggero senso di vertigine. Piacerebbe avere una guida, specialmente quando ci si avventura in territori molto lontani e impervi.

Invece: sempre un tono da "toccata e fuga". La fretta, l'urgenza, lo scoop. Basta arrivare primi con l'immagine, la notizia; non importa come, non importa quanto valutata, meditata, rielaborata. Così si assiste a una specie di martellamento o bombardamento per stupire e passare oltre. All'indomani non si sa più nulla dei problemi gravissimi presentati ieri.
Si riparte da capo, come se nulla fosse. Il presente sembra non avere radici, memoria, origine, ma nemmeno ha la possibilità di aprirti a un futuro.

Devo dire, però, che nonostante tutto le tragedie mi toccano, quelle vicine e pure quelle lontane, soprattutto quando me le butti lì, con crudezza, dentro casa mia, magari nei momenti di maggior intimità e di raccoglimento della famiglia, quando ci sono anche i bambini.

Io mi aspetto che si ritorni sui fatti. Mi aspetto che, come talora avviene, la TV o il giornale propongano iniziative che incanalino la spinta naturale della gente alla solidarietà che le stesse immagini e le notizie drammatiche fanno nascere. Mi aspetto che si dia conto anche dello sviluppo delle vicende.
Talvolta pure il bene, o una conclusione positiva possono fare notizia.

Un altro aspetto della cronaca e dell'attualità che mi sconcerta e mi mette a disagio riguarda le immagini che violano la privacy. Non posso accettare la leggerezza e la mancanza di tatto con cui la telecamera o il registratore entrano talvolta nelle case, frugano nei sentimenti delle persone. Com'è possibile chiedere a una madre cui è appena morto un figlio: “Come sta, signora? che cosa prova in questo momento?”. Il mio disagio cresce quando vedo che si tratta per lo più di persone semplici, incapaci di difendersi. Avverto che esiste qualcosa di invalicabile e sacro, che non è dicibile e va rispettato. Non fermarsi è commettere violenza, anche se lo scoop è assicurato. E che dire del rispetto della persona, quando sui giornali vengono dati in pasto ai lettori nomi e cognomi di vittime vere e insieme di falsi colpevoli? chi risarcirà mai coloro il cui nome è stato fatto con leggerezza per episodi gravissimi, anche se più tardi si riconoscerà che non c'entravano col fatto in questione? chi toglierà l'odiosa etichetta ormai entrata nel discorso comune?

E poi: non è vero che tutto va detto, urlato, mostrato. Deve pur esistere la capacità di alludere, di far intendere, di adombrare.

[18] Che paradossi, che stridenti contrasti! Capita a un telegiornale che, dopo la voce spezzata della madre cui è morto un figlio, mi proponi il linguaggio ufficiale e stereotipo dei politici. Questo salto di registro colpisce e, nel tentativo di seguirti, di starti al passo, sento il fiato corto. Le parole dei politici, il più delle volte mi sconcertano, come accade per tutti i linguaggi specializzati, un po’ chiusi, per addetti ai lavori. Quando voglio capire mi accorgo che devo compiere uno sforzo. E tu non mi dai un grande aiuto. Troppo spesso ti limiti a essere il megafono di messaggi che non mi arrivano, "espressioni in codice", interni come sono al sistema di potere e lontani dalla gente. Sembri non accorgerti che le parole che trasmetti non sono pronunciate per comunicare, per far capire, ma per lanciare dei messaggi a un altro politico o a un altro partito. E tu sembri incapace di prendere le distanze, di fare da filtro, di commentare, di obiettare, di essere tramite tra le molte attese.

Siamo contrariati quando, nella vita politica e amministrativa, non vediamo chiarezza, trasparenza, assunzione di responsabilità, ma siamo anche delusi e desolati quando ci accorgiamo che tale sistema viene accettato da chi, per esempio, intervista o interpella uomini di governo e amministratori senza in realtà porre domande, chiedere conto, aiutare la verità a emergere: si limita cioè a comportarsi come una sorta di buttafuori.

Troppo spesso mi insospettiscono alcuni toni un po’ ossequiosi, quasi che tu svolgessi funzione di portavoce e non, invece, di interlocutore a nome della gente che non ha possibilità di rivolgere domande, ma che pure vorrebbe vedere qualcuno che sappia farlo. E le cose da chiedere sarebbero moltissime.

Perché non usi il tuo potere di contraddittorio? perché hai timore di esercitare la tua libertà e la tua discrezionalità di professionista in grado di discernere le parole che hanno sostanza da quelle che suonano vuota apparenza? chi pu¨ farlo se non tu?
Lo sai che in democrazia la tua funzione è importantissima; se la svolgi adeguatamente aiuti la vita democratica a crescere; diversamente tu perdi un'occasione professionale, ma la perdiamo insieme tutti noi, e contribuisci al progressivo restringimento degli spazi collettivi di libertà.

[19] La gente si aspetta dall'operatore dell'informazione che svolga un lavoro di mediazione, di mediazione professionale. Mediare non significa svolgere un'attività asettica. E' impossibile porsi esattamente nel mezzo, tra fonte dell'informazione e destinatario.

Mediatore è colui che porta le ragioni dell'uno e dell'altro, e viceversa. E' colui che si fa carico dell'uno e dell'altro, che sa accogliere il senso del loro dire. Soprattutto, mediatore è colui che traduce; ciò vuol dire che non può essere un passacarte, nè un megafono, nè uno che letteralmente trasporta ogni parola da un codice all'altro. Mediatore è colui che si assume i rischi di ogni traduzione; tradurre, concretamente, significa andare all'essenziale, cercare il senso di una vicenda in sè e nel contesto, e riferire con parole vive.

Mi potresti obiettare che esistono dei condizionamenti. Hai ragione. Ci sono un editore e i suoi interessi di imprenditore (che talvolta non si limitano a vendere giornali o a produrre programmi TV, ma si intrecciano in complicati e sfuggenti legami finanziari e anche politici); ci sono un direttore e una gerarchia all'interno della redazione. E' tutto vero.

Eppure io resto convinto che la vera sfida a ciascuno di noi è proprio questa: individuare spazi di libertà, di discrezionalità, di creatività dentro i ruoli che ci hanno assegnato, nello svolgimento dei compiti che ci sono stati affidati. A volte può essere più facile, in altri casi è complicato. In certi momenti scrivere ha rappresentato grossi sacrifici per la stessa libertà personale. Può capitare che i nemici delle nostre potenzialità espressive non siano il "sistema", le "controparti", i "superiori" e i mezzi di cui questi spesso dispongono (duri o persuasivi o subdoli), ma che i nemici più forti e duri da battere siano dentro di noi. E si chiamano autocensura, conformismo, desiderio di quieto vivere e di non avere grane.

[20] Un famoso maestro di teatro del nostro secolo, il russo Stanislawskij, diceva che non esistono piccole o grandi parti, ma piccoli o grandi attori. L'affermazione può assurgere a massima e valere per l'intero settore delle comunicazioni sociali. Si può essere piccoli (raggiungendo cioè un risultato modesto dal punto di vista informativo) nel produrre un ampio servizio televisivo o nello scrivere una corrispondenza da "inviato speciale". Per converso, si può essere grandi nello scrivere una notizia o un semplice resoconto.
La differenza sta nel rispetto degli altri, nel rispetto delle leggi legate all'uso degli specifici linguaggi comunicativi.

La gente, soprattutto la gente comune che legge, quando va bene, un quotidiano (non un professionista come te che sfoglia più giornali e può fare raffronti) o guarda soltanto la TV, ripone una fiducia quasi illimitata in quanto tu scrivi o dici dal teleschermo o fai vedere.

Consentimi un'impertinenza: hai presente davanti a te queste persone quando scrivi? oppure ti viene più naturale pensare al giudizio dei colleghi che ti leggeranno? ovvero accarezzi in anticipo l'apprezzamento (o temi la critica) del politico, dell'amministratore, del personaggio influente nel settore di cui ti occupi? o, ancora, paventi che qualcuno di quelli che contano telefoneranno al direttore per protestare? oppure pensi a omologarti alla linea del tuo giornale o della tua TV e quindi alla "carriera" che ti si potrà facilitare?

Non sta scritto che si debba essere degli eroi, ma uomini sì: a questo siamo chiamati.

Mi rendo conto: saper tenere in mano la penna o riuscire a rendere la realtà con un'inquadratura è un dono. E' un dono splendido saper fare uso appropriato e tempestivo della parola o ell'immagine. Io resto spesso sorpreso e ammirato, qualche volta provo invidia di fronte alla velocità con cui riesci a sintetizzare in poche righe un discorso complicato, una situazione, i tratti di un personaggio. Ma, vedi, più i doni sono grandi, ricchi, abbondanti, meno sono nostri e meno ci appartengono. Riceviamo per dare e, quindi, restituire a maggior onore di chi ci ha elargito tanti talenti. Se crediamo, invece, che quanto ci è affidato è soltanto nostro, da impiegare solo al nostro servizio, finiamo per rendere sterile quel dono, trasformiamo la ricchezza in potere, in voglia di dominio sulla realtà e sugli altri. Quanti scrivono per indottrinare, per convincere, per conculcare e finiscono così con piegare fatti, circostanze, comportamenti a una tesi lucidamente argomentata! Quante polemiche giornalistiche tra "addetti ai lavori" e che mortificante difficoltà, invece, nella ricerca di occasioni di vera informazione e di dialogo!

[21] Lasciami dire che vedo un altro rischio in chi sa comunicare usando parole e immagini. Ti scandalizzerai, perché molti hanno fatto di quanto sto per dire una sorta di mito. Mi riferisco a quella che solitamente viene chiamata la completezza dell'informazione.
Non vorrei essere frainteso, ma secondo me essere completi significa dare al lettore le informazioni necessarie su un fatto, permettendogli di distinguere nel contempo:
a) quanto io sono riuscito a raccogliere;
b) le mie fonti (quando il rivelare le fonti ovviamente non risulti pregiudizievole a qualcuno o non violi un patto);
c) il mio punto di vista.

Sembra un paradosso, ma il massimo di obiettività corrisponde al massimo di consapevolezza di come sia relativo ciò che raccontiamo.

Si tratta di sostituire alla cultura di un'asettica presunta obiettività, una cultura del punto di vista.
Se il punto di vista di partenza è dichiarato e motivato, si può sviluppare una civiltà della tolleranza, del pluralismo, del dialogo costruttivo. Diversamente contribuiamo a erigere una Babele, una località perversa dove si scontrano presunte e parziali certezze i cui artefici tanto più si accaniscono nel sostenerle e nel difenderle, quanto meno posseggono il senso del relativo e del limite.

[22] Non vorrei trascurare un settore che pure finisce per incidere profondamente e con il quale dobbiamo fare i conti; quello delle telenovelas e delle trasmissioni e pubblicazioni periodiche a sfondo sentimentale. Quante immagini gratuite, quanti sentimenti falsi, donne in carta patinata, uomini di successo, situazioni irreali! quanti modelli soltanto esteriori, vuoti, univoci quante immagini drogate della vita ed estranee ai valori che contano! quante fantasie spinte a immaginare e a desiderare situazioni e rapporti irrealizzabili e quante cocenti delusioni, poi, nell'impatto con la realtà quotidiana!

Mi domando se sia così indispensabile importare dall'estero una quantità imponente di racconti a puntate; se sia necessaria la concorrenza accanita e spietata tra reti televisive, tra pubblico e privato, per assicurarsi i diritti di prodotti (a costi elevatissimi). Sembrano innocui e di fatto sono un passatempo, soprattutto per persone anziane, ma in realtà diventano scuola di vita e finiscono per creare un costume, abitudini, modi di pensare sganciati da riferimenti di valore.

Mi domando se venga fatto tutto quanto è necessario per cercare e valorizzare talenti nazionali (soggettisti, sceneggiatori, registi), al fine di proporre storie più vere e autentiche, più vicine ai problemi e agli svaghi, ai drammi e alle gioie, più rispondenti alla mentalità, alla cultura e ai valori della nostra gente.

Gli scambi con l'estero, con altri Paesi, sono fecondi se sono reciproci, se ogni Paese riesce a dare voce al proprio ethos, a comunicare immagini e vissuti, vicende, aspirazioni, idei propri.

[23] Ancora un'osservazione: riguarda la pubblicità. Sono un po’ disturbato dall'insistenza e dall'aggressività di molti messaggi pubblicitari So che esiste un codice di autodisciplina e che molti sforzi vengono fatti per contenere l'attività di propaganda dei prodotti entro limiti accettabili. Ma non sono in gioco soltanto regole del mercato, di concorrenza leale, di rapporto corretto tra prodotto propagandato ed efficacia nel suo impiego.

Esiste un problema generale, di mentalità sempre più indotta a consumare il superfluo, di riduzione dell'uomo e della donna a oggetto. E ne esiste un'altro di invadenza, di arroganza della pubblicità. Te la trovi dappertutto: reiterata, insistita, dentro i film, dentro i programmi televisivi, dilagante nei settimani, a contendere lo spazio informativo sui quotidiani; ora gridata con slogan e immagini, ora molto più subdola, filtrata attraverso servizi redazionali, dei quali il lettore semplice non coglie sempre chiaramente il fine commerciale e non informativo.

[24] Da ultimo una parola che in molti ambienti non si ha il coraggio di dire (magari per un'adesione acritica al mito della società non oppressiva), mentre da altri la si vorrebbe gridata e urlata come una maledizione, simile alla parola di Gesù su chi scandalizza i piccoli (cf Mt 18, 6). Riguarda la pornografia e l'indecenza o la frivolezza, in particolare di spettacoli televisivi o di pubblicazioni semiclandestine, di videocassette, ecc. All'origine di tutto ci sono anche qui persone, uomini e donne che vivono queste cose come mestiere e occasione di guadagno, giustificando con una sorta di cinismo o di fatalismo gli eventuali rimorsi di coscienza: “Ci vuol pure qualcuno che le faccia, perché in fondo la gente le vuole”.

Ci sono persone che a parole si scandalizzano o comunque non vogliono ammettere un simile tipo di commercio, ma di fatto, magari di nascosto, ne sono consumatori. Mi pare che il punto su cui fare leva stia nell'energia morale di chi decide di tagliare un tale consumo, di boicottarlo, di scartare questi prodotti, di esigere mediante opportuni organismi e associazioni di utenti che si rispetti il buon gusto, la decenza, l'accessibilità di tutti a programmi per i quali non ci sia da storcere il naso. Esistono in Italia molte associazioni in difesa dei consumatori; quante ne esistono per la difesa degli utenti dei media? Per la TV, il Consiglio degli Utenti (istituito dalla Legge n. 223, 6 agosto 1990) potrà aprire strade importanti se si sosterranno le associazioni, di cui alcune di ispirazione cattolica, che fanno parte di tale Consiglio.

L'appello è quindi indirizzato anzitutto ai recettori, perché il loro potere è più grande di quanto essi non immaginano. In ogni caso vale in primo luogo per loro la parola di Gesù: “Se la tua mano e il tuo piede (quindi anche la mano che tiene il telecomando o il piede che va all'edicola per comprare il giornaletto) ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te: è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani e due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco” Mt 18, 8-9). Quanti cammini di fede e, in particolare, cammini vocazionali di giovani sono stati inariditi e si sono perduti per mancanza di energiche decisioni e rinunce riguardo a spettacoli televisivi e letture!

Ciò non toglie però l'enorme responsabilità dei produttori, soprattutto di quelli che hanno in mano le leve di così triste mercato. Non si illudano di trincerarsi dietro ragionamenti sociologici o economici.
Non c'è motivazione che tenga per questo tipo di attività. Vale tutta la parola di Gesù sulla terribile punizione per chi “scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me: sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da un asino e fosse gettato negli abissi del mare. Guai al mondo per gli scandali! E' inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!” (Mt 18, 6-7).

[75] Nella prima parte di questa Lettera siamo rimasti seduti nella nostra stanza, colloquiando col televisore o con il giornale che avevamo in mano o con la radio accesa sul tavolo. Abbiamo cercato di renderci conto sia delle responsabilità di noi ascoltatori, lettori e utenti, sia delle responsabilità di chi fabbrica gli spettacoli e le notizie.

Ora è necessario un passo ulteriore. Il pianeta dei mass media non è solo il luogo in cui abitiamo come singoli o come gruppi di utenti o comunicatori, ma è pure il luogo di confronto di una società, il luogo di operatività di una Chiesa. E' dunque importante lasciare la quiete della stanza, la comoda poltrona installata davanti al televisore, per salire fin sopra i tetti della casa e contemplare il "villaggio globale" che si estende sotto i nostri occhi. Due cose ci colpiscono in questo villaggio: anzitutto la selva di antenne televisive, che mostra quanto siano ormai di casa, anche nelle famiglie più povere (è uno spettacolo che si vede pure nelle più misere città del terzo mondo), la televisione e, in genere, i mass media; e poi, qualche raro campanile, che rivela la presenza di chiese anche nel nostro villaggio "mediatico", cioè ormai condizionato, nel suo vivere e operare quotidiano, dagli strumenti dell'informazione e della comunicazione di massa.

In quale relazione si trovano antenna televisiva e campanile? quali i compiti pastorali della comunità cristiana rispetto ai mass media? quale il rapporto tra Chiesa e strumenti della comunicazione sociale? In proposito esistono importanti documenti del magistero ecclesiastico, come il Decreto Inter mirifica del Vaticano II, e l'Istruzione Communio et progressio, pubblicata nel 1971. Presuppongo nei cristiani impegnati nei mass media la conoscenza di tali documenti e cercherò, da parte mia, di esprimere con semplicità i problemi sociali e le scelte pastorali riguardanti i media.

[26] In cima al grattacielo Pirelli, presso un potente ripetitore televisivo, è posta una statua di dimensioniridotte, che riproduce la Madonnina. Quando GiòPonti progettò la sua grande opera, molti rimasero sconcertati: si metteva in discussione un primato; con la nuova realizzazione il Duomo di Milano avrebbe smesso di essere l'edificio più alto della città. Un palazzo destinato a uffici, emblema di progresso e di imprenditorialità, veniva a sovrastare la casa di Dio. Maria ancora una volta ha ispirato la via d'uscita da un'impasse apparentemente insolubile; ha evitato lo scontro tra la Milano che vuole produrre beni, informazioni e profitto, e la Milano della fede, dei valori religiosi, dell'arte. Oggi, il grattacielo e le sue antenne possono convivere con le guglie della Cattedrale: non è questione di competizione, e non sui metri si misura un primato. La Madonnina, che pur nessuno vede su quel tetto, è lì a testimoniare un'intesa possibile.

[27] Certo, la prima tentazione sarebbe quella di criticare, di protestare, prendendosela proprio con itanti ripetitori e le miriadi di antenne televisive che sovrastano la città: sono una selva, sono troppe! La loro presenza è così estesa da creare quasi un senso di oppressione, come se tra noi e il cielo si ponesse un velo, un ostacolo, un diaframma, una rete che invischia e tende a condizionare, se non a paralizza- re. Ma lamento e rimpianto non sono buoni materiali da costruzione. Poggiano sul terreno pericoloso della sfiducia e della rinuncia. Le antenne televisive rappresentano una sfida, interpellano, pongono tante domande, in particolare a noi cristiani: siete capaci di ascoltare? e di comunicare? che modi usate? che linguaggi? che messaggimandate? che cosa fate per rendere possibile ed efficace la comunicazione? Certo, i cristiani possono mostrare all'attivo iniziative e realizzazioni concrete, sforzi poderosi di uomini e di gruppi!

Eppure, se oggi riflettono su questo argomento è proprio perché molti problemi attendono ulteriori soluzioni. Non è facile liquidare gli interrogativi posti dalle antenne. Si può chiedere agli altri solo quanto, per primi, si è in grado di dare.

Per parlare dei media, di come noi cristiani possiamo porci in relazione con essi, di quali rapporti instaurare con la gente, con gli operatori, con gli imprenditori che li impiegano e con i politici che fissano le regole, credo che dobbiamo anzitutto guardare dentro di noi, alla nostra esperienza di Chiesa, alla comunità cristiana.

Domandiamoci allora: crediamo davvero alla comunicazione? favoriamo la circolazione delle idee? il dialogo? l'incontro? l'apporto di ciascuno? abbiamo un'opinione pubblica dentro la Chiesa? la nutriamo? la incoraggiamo? oppure ne temiamo la sola esistenza e gli effetti? ne vediamo intellettualmente la positività, ma ne paventiamo forse, istintivamente, i rischi?

[28] L'"opinione pubblica" nella Chiesa è sempre esistita. I tempi storici e le realtà ne hanno condizionato la considerazione. Sommersa nei momenti di grande difficoltà, prodotti ora dall'esterno ora da vicende storiche interne, oppure esaltata in tempi di grande creatività collettiva (com'è accaduto con il Concilio Vaticano II), si può dire che anche l'esistenza di un'opinione pubblica ha consentito alla Chiesa di arrivare oggi in condizioni tali da rappresentare un punto di riferimento per l'umanità intera.
Ricorre proprio quest'anno il ventesimo anniversario della promulgazione di un documento molto importante, la Communio et progressio, l'Istruzione pastorale della Pontificia Commissione per le Comunicazioni sociali. Alcuni passaggi di quel documento rappresentano tuttora dei capisaldi. Basterebbe pensare alla considerazione secondo cui l'opinione pubblica viene vista come il dialogo tra le membra della Chiesa che è "organismo vivente" (n. 115); al rilievo di come sia "indispensabile per i cattolici comunicare e colloquiare" (n. 114); alla sottolineatura della "autentica libertà di esprimere le proprie idee, che si fonda, sul sensus fidei, nella carità" (n. 116); alla valorizzazione della "libertà di parola nella Chiesa" che "non solo non pregiudica la sua saldezza e la sua unità, ma, dinamizzando l'opinione pubblica, pu¨ favorire e giovare alla concordia e all'armonia degli animi" (n. 117).

C'è da chiedersi se il seme gettato dalla Communio et progressio abbia trovato sempre un terreno fertile, oppure se qualche parte non sia finita sui rovi o tra le pietre. Io credo comunque che i bilanci, purtanto utili e doverosi, servono se aiutano a guardare avanti, se dall'esperienza di quanto è stato fatto e di quanto invece resta ancora in cantiere è possibile trarre utili insegnamenti.

Che fare? Mi sembra che siano quattro gli ordini di problemi da proporre, nel momento in cui ci si mette nella direzione dell'agire, cioè in una prospettiva pastorale:

a) la Chiesa deve dire e praticare la comunicazione;
b) la Chiesa deve svolgere principalmente un ruolo educativo e profetico;
c) la Chiesa può influenzare la produzione di messaggi, puntando sulla mediazione professionale;
d) i cristiani devono entrare nei media, anche gestendoli direttamente.

Vediamo, punto per punto, ciascuno di questi problemi.

[29] Leggendo i giornali e guardando la TV, mi accorgo che i media danno spazio alla Chiesa e alle vicende ecclesiali prevalentemente quando a parlare è il Papa, oppure una Conferenza episcopale o, ancora, qualche Vescovo per vari motivi già noto al pubblico.

E' ovvio che il Magistero o la gerarchia rappresentino la fonte principale dell'informazione di natura religiosa. Mi domando, però, perché i media non si occupino anche di altri avvenimenti o di situazioni meno appariscenti, che pure riguardano la comunità cristiana.

Di certo esistono dei motivi specifici dalla parte di giornali e TV: probabilmente è più facile e in un certo senso più rassicurante per gli operatori rifarsi a fonti autorevoli e determinate. rni chiedo tuttavia se non esista una qualche responsabilità da parte nostra nel favorire un'informazione che finisce per dare un'immagine ridotta della Chiesa.

Voglio cioè chiedere anzitutto a me stesso, ma anche ai presbiteri, ai religiosi e alle religiose, ai laici impegnati, ai rappresentanti di associazioni, gruppi, movimenti, se compiamo tutto quello che è necessario per farci conoscere, per comunicare la straordinaria vitalità dell'esperienza ecclesiale, i problemi che accompagnano la nostra vita e la nostra ricerca quotidiana.

Esistono parrocchie che hanno un'intensa vita di fede e di promozione umana nei quartieri in cui sono radicate e nei quali, uniche, riescono a portare una parola di speranza nei confronti del degrado. Ci sono gruppi di volontari che arrivano là dove nessun servizio predisposto dalla comunità civile potrebbe mai giungere. Ci sono animatori che seguono categorie particolari: anziani, handicappati, persone in difficoltà. Ci sono molte "madre Teresa" immerse nell'anonimato. E' possibile che il bene non possa mai fare notizia? perché mai sui giornali si deve finire soltanto quando si è coinvolti in un'emergenza o inqualche polemica?

Certo, non tutto è comunicabile; la vita di fede di una comunità non è vissuta per finire sui giornali, come la sua profondità non si può misurare dall'indice di gradimento o dalla notorietà. Riguardo all'elemosina Gesù dice: “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt. 6, 3). Ma dice anche: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini” (Mt 5,16). Le Lettere degli Apostoli abbondano di scambi di notizie tra le comunità.

Sono convinto che dobbiamo promuovere una mentalità più aperta e più disponibile all'informazione. Molte volte siamo oggetto di giudizi superficiali o ingenerosi proprio perché offriamo poche occasioni di corretta informazione, di documentazione, di dialogo.

Non è affatto impossibile stabilire rapporti chiari e leali con gli operatori dell'informazione. Mettendo a disposizione elementi sufficienti e fondati di conoscenza, possiamo poi pretendere un trattamento rispettoso, in un rapporto di reciprocità piena.

La reticenza, invece, è cattiva consigliera, com'è, spesso, figlia della paura, della insicurezza, dell'irrazionale; finisce per alimentare o addirittura scatenare una curiosità eccessiva e per provocare illazioni, non di rado distorcenti. Così siamo talora costretti a dover inviare rettifiche che non avranno mai un peso pari all'impatto prodotto dalla notizia fuorviante già pubblicata, o a fornire smentite che qualche volta suonano come delle mezze ammissioni.

Le abitudini non si cambiano dall'oggi al domani e un mutamento di mentalità deve essere preparato con iniziative di sensibilizzazione sia del clero sia dei fedeli e accompagnato anche con opportuni strumenti tecnici (uffici stampa ben attrezzati, centri di documentazione, ecc. ) che aiutino pure le singole realtà (per esempio le parrocchie); ma è importante che incominciamo ad atteggiarci in modo diverso.

Il Signore non ci ha fatto cristiani soltanto per proteggere la nostra fede, per difendere quanto possediamo, ma soprattutto per rendere testimonianza della speranza che è in noi. Sono convinto che una strada, oggi, risiede nell'alimentare un'opinione pubblica viva e feconda interna alla Chiesa, nel creare una circolarità di informazioni, che consenta a noi tutti di sentirci parti significative della comunità.

La mormorazione, da cui non sono esenti molti ambienti cattolici, rappresenta l'ombra della comunicazione, la spia di un'aria stagnante che, essendo senza ricambio e alimentandosi di se stessa, sottilmente avvelena, e deprime anche.

Uscire fuori, andare sui tetti e gridare la nostra fede, oggi non è più soltanto una metafora evangelica.

[30] Abbiamo avuto occasione, nelle pagine precedenti, di parlare della TV come di "finestra sul mondo".

La finestra costituisce un simbolo importante nella nostra vita, capace di forti possibilità evocative. La finestra ci consente di affacciarci, di sporgerci oltre il chiuso del nostro "io", di guardare, di osservare, di contemplare, di capire. Ma, curiosamente, si può dire che essa rappresenta anche l'immagine del possibile isolamento dalla realtà. Si dice, infatti, "stare alla finestra" per significare l'atteggiamento di chi non riesce o non ha alcuna voglia di lasciarsi coinvolgere dagli altri e dai problemi. Come se una persona rimanesse calamitata dallo spettacolo del mondo di fuori, senza però sentirsi in alcun modo chiamata in causa, intimamente coinvolta e responsabilizzata. La finestra è per me indispensabile se voglio relazionarmi con l'esterno, con gli altri. Il problema è però anche quello di essere capace di lasciare il davanzale, o per scendere in strada, o per ritirarmi nel silenzio e nella preghiera.

Credo che oggi si profili per noi una duplice sfida. Quella di imparare ad aprire la finestra, perché entri aria, per sentire l'odore di quell'aria, per ricevere la chiamata all'interrelazione continua, alla solidarietà del villaggio globale e per sapere, al momento giusto, scendere in strada. E insieme la sfida di imparare a chiudere la finestra perché, pur con tutte le migliori intenzioni e predisposizioni, non siamo onnipotenti e non possiamo neanche lasciarci invadere oltre i limiti della tollerabilità umana, a tutela del nostro equilibrio.

E' essenziale che io sappia aprirmi, che sia attento, recettivo, disponibile. Ma è altrettanto indispensabile che sia capace di chiudere, di fare pausa, di ritirarmi, per rilettere su ciò che ho visto, misurarmi, verificarmi e rigenerarmi pronto per la prossima apertura e il successivo moto di disponibilità.

Credo, dunque, necessario considerare i mediaalla luce di questa funzione: aprire e chiudere, uscire e ritirarsi. E' un moto naturale e vitale, è il movimento del nostro cuore, sistole e diastole.

E' importante che, come cristiani, recuperiamo un atteggiamento aperto e vigile, personalmente e come comunità. Se il lavoro sarà impegnato e convinto, potremo aiutare proficuamente anche gli altri. Apri e chiudi, accendi e spegni il televisore, guardi e rifletti, leggi e pensi. Si tratta di un'opera di carattere educativo molto impegnativa.
Tale opera rappresenta un cambiamento di mentalità, in un certo senso una "conversione": da una mentità unicamente fondata sulla difesa, limitata all'elaborazione di misure di prevenzione, preoccupata di tener fuori il mondo perché esso contiene elementi di possibile contaminazione, si passa a una mentalità di confronto.

E' l'immagine del "lembo del mantello" di Gesù, che si riaffaccia significativamente, che ci sollecita, ci interroga, ci provoca. E' il vedere, giudicare, agire che ci hanno insegnato pure i Padri conciliari. La saldezza della fede e dei valori cristiani è per misurarci con il mondo, non per chiuderci nelle casseforti ben protette dei nostri ambienti.

Non confrontarsi rappresenterebbe oggi un'operazione in perdita, quasi suicida, proprio perché siamo porzione del villaggio globale. Se c'è una guerra dall'altra parte del mondo, la segui in diretta; sedrammaticamente esplode il reattore della centrale di Chernobil, ne subisci le radiazioni anche stando seduto nella tua comoda poltrona; se mandi per anni nell'etere i messaggi della tua società dei consumi, del posto garantito, della mutua, delle auto rombanti, ti vedi arrivare, di ritorno, cittadini dell'altra sponda del Mediterraneo o dell'Adriatico, che chiedono di sedersi alla tua tavola imbandita o di ricevere almeno le briciole dei tuoi banchetti. E hai un bel fare la faccia stupita, rimanere infastidito alla richiesta delle mille lire, chiedere misure di prevenzione.

Credo che potremmo arrivare pure a gesti simbolici, di grande significato e magari di provocazione (prima a noi che agli altri) per recuperare all'uomo la capacità dell"'apri e chiudi".

Penso, per esempio, a una giornata del silenzio, a una sorta di black-out volontario, da indire una volta ogni tanto. E' semplice. Si decide, per un giorno, di spegnere il televisore: tutti. Un gesto non di protesta, di condanna, di anatema, di rivalsa, bensì di gioia, di vera gioia, perché ispirato a una piccola misura di salvaguardia vitale. Si spegne e si esce, si va a spasso, ci si ritrova, si fa festa, si recupera il contatto personale con gli altri, si guardano le persone negli occhi. Oppure si sta in casa, si invitano gli amici, si parla, si discute, si dicono quelle cose per cui non c'è mai tempo, si elaborano richieste, proposte.

Oppure, ancora, si sta da soli, si scrive quel biglietto o quella lettera che da tempo si vorrebbe mandare e per redigere la quale non è mai il momento buono; o si telefona agli amici incontrati l'estate scorsa e con i quali ci si è ripromessi di farsi vivi, per sentire come stanno e che cosa faranno nelle prossime vacanze. Insomma: si recupera il luogo del gratuito, della creatività, dell'inventiva.

E' questo pure il luogo del silenzio contemplativo, in cui si ritrova il gusto della preghiera. Chi vuole imparare a pregare, spenga radio e televisore: “Entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto”, diceva Gesù (Mt 6, 6).

Con questi gesti e con gli atteggiamenti di cui essi sono simbolo, alla rete televisiva si sostituisce la rete dei rapporti umani diretti e autentici, e quella dei rapporti con Dio. Alla relazione univoca tra me e il televisore, tra te e il televisore e così via, si affianca la relazione tra me, te e tutti gli altri, e di tutti noi con il Signore.

Non c'è da stupirsi dei gesti. Lo Stato e i Comuni non ci hanno già costretti a piedi quando si è reso necessario? E' capitato quando mancava il petrolio e bisognava non disperdere risorse e ricreare scorte energetiche. E' successo quando l'inquinamento ha raggiunto limiti di guardia nella città e si è creato il bisogno di discernere, per una volta, tra i consumi necessari (i servizi collettivi, quelli di pubblica necessità) e quelli, invece, se non proprio superflui, legati comunque a un impiego privato, individuale.

Come cristiani, abbiamo il compito di attivare tutta una serie di iniziative di carattere educativo all"'apri e chiudi". Penso a corsi di formazione. Nelle parrocchie e nelle strutture decanali, accanto alle iniziative più proprie di catechesi e di formazione religiosa, abbiamo già scuole o manifestazioni di educazione al sociale e al politico. Occorre incominciare a pensare ai media come realtà non più eludibile. Si tratta di informare le persone sui linguaggi, sulle tecniche.

Ma si tratta pure di dare vita a occasioni specifiche di discussione e di approfondimento. Quando furono creati i cineforum, migliaia di giovani si ritrovarono nelle sale a discutere di film. Tra il messaggio e la società emergeva un'opinione pubblica; il cinema era davvero un medium tra la cultura e la società che l'aveva prodotto e le persone.

Oggi, mancando un lavoro di presa di coscienza collettiva, i media, a guardare bene, rischiano di non essere neanche più media, se assecondiamo la spirale perversa che riduce le potenzialità comunicative a un rapporto (tra l'altro squilibrato e senza contraddittorio), per esempio, tra TV e singolo individuo.

Penso allora che sarebbe opportuno rilanciare luoghi di discussione e di approfondimento, realizzando accanto al cineforum iniziative che potremmo chiamare teleclub o teleforum. La crescita e magari un domani la manifestazione di un'opinione pubblica, oggi sommersa e senza voce, risulterebbe più efficace sulla gente che non la formulazione di giudizi morali da parte di una autorità.

Nell'attenzione educativa rientra anche l'attivazione di una responsabilità politica nei confronti dei media. Sarà soprattutto compito di laici cristiani farsi carico di intervenire perché il sistema dei media, che ha un enorme impatto etico, culturale ed educativo, sia disciplinato e governato in vista dell'interesse generale. Particolare apprezzamento merita il sistema misto pubblico e privato - nel campo dei media. La creazione di concentrazioni in un settore tanto delicato può arrivare fino a compromettere la stessa democrazia. E' comunque doveroso riconoscere il ruolo svolto dal servizio radiotelevisivo pubblico, come espressione dell'intera comunità nazionale. Tale servizio, - purchè sottratto a logiche di lottizzazione partitica - evita, almeno in parte, la logica spietata dell'indice di gradimento.

[31] Le nostre chiese sono piene di splendide opere d'arte. Pittori e scultori sono passati alla storia grazie ai lavori effettuati per altari, absidi, pareti, pulpiti, vetrate, guglie, portali.

Ma accanto ai capolavori, di cui quasi sempre ci restano nomi e attribuzioni, esistono anche opere frutto di botteghe artigiane: dai codici agli arredi, dai tessuti alle suppellettili agli oggetti di culto. Tutti questi materiali recano il segno di una tradizione, di un'operosità, di un'attenzione tutte rivolte a una domanda proveniente dalla Chiesa e dai fedeli.

I tempi sono profondamente cambiati. E' mutata la coscienza che la comunità ecclesiale ha di se stessa in relazione alla società, il ruolo della Chiesa è giocato su registri diversi; eppure mi viene da dire, per associazione, che, come cristiani, dobbiamo recuperare e rilanciare la funzione di committenti, anche per quel genere di espressione rappresentato dai media.

Oggi che la fede non si vive più soltanto nei luoghi sacri e di culto, oggi che una società supertecnicizzata livella e rende indifferenti ai valori, ci tocca recuperare energie e potenzialità, che rischiano diversamente di andare disperse o di venire travolte da una generica tendenza alla secolarizzazione.
Forse registi, soggettisti, operatori culturali, giornalisti, non ci pensano; non affrontano certe tematiche. non rivelano talune sensibilità perché sono immersi, come del resto ciascuno di noi, in un clima secolarizzato, non perché siano cattivi o distratti.

Uno dei nostri problemi oggi, nei confronti dei media, è di uscire dal guscio e di chiedere. Dobbiamo smettere di crearci delle aspettative, di lamentarci, di adombrarci. Occorre invece che, da persone adulte, proponiamo e avanziamo richieste.

Chiedere che cosa? chiedere come? La primarichiesta che viene alla mente è quella di alcuni contenuti su cui mostrarci esigenti. Vorremmo che i media parlassero dell'uomo, dei suoi problemi, delle difficoltà oggettive, dei sentimenti, dei motivi per cui vivere, degli altri Paesi, della natura, della storia, delle ricchezze della nostra storia cristiana, di Dio.

Ci farebbe piacere sentir riproporre i temi dell'interiorità, della gioia, della speranza, della fatica quotidiana per realizzarsi.

Ma ci interessano, oltre che i contenuti, anche i modi. Nei dibattiti, magari in televisione, sarebbe importante che lo spettatore potesse ritrovare un clima civile, di rispetto reciproco delle persone e delle idee, non invece la polemica per la polemica, la rissa, la ricerca o la provocazione a bella posta dello scontro (magari anche fisico) tra i partecipanti.

Se è vero che i giocatori di calcio con atteggiamenti divistici possono creare nei tifosi reazioni scomposte o addirittura violenza, non è meno vero che il clima di civile confronto tra la gente dipende pure dai modelli televisivi, dal comportamento di uomini politici o di esponenti della cultura cui i media stanno dando sempre più spazio.

[32] La nostra richiesta potrà avere tante maggiori possibilità di ottenere riscontro dagli interlocutori se saremo:
* chiari nelle proposte;
* rispettosi delle possibilità tecnico-linguistiche dei mezzi;
* fiduciosi nei valori professionali degli operatori;
* larghi nel concedere lode e ammirazione a chi lo merita.

Esistono ancora, nel nostro mondo, ignoranza circa le potenzialità e le leggi proprie dei mezzi e incrostazioni fatte in parte di pregiudizi nei confronti degli operatori. Si va da una sorta di sudditanza psicologica a una certa sospettosità. I giornalisti, per esempio, sono da molti ancora visti come intrusi, persone che fanno sostanzialmente perdere tempo, non troppo preparate sulle tematiche religiose, pronte a tendere tranelli, con visioni già predeterminate. Registi o artisti, poi, vengono ancora giudicati magari per certi aspetti esteriori, caratterizzati dall'originalità nelle abitudini di vita.

Dobbiamo attrezzarci per imparare a metterci in relazione in maniera nuova con questo mondo, con piena consapevolezza e senso di dignità per il nostro modo di essere, ma con altrettanto rispetto e considerazione degli altri.

Se vogliamo udienza, è bene che partiamo da una posizione di rispetto e di incoraggiamento della professionalità degli operatori della comunicazione. Allora possiamo pretendere, instaurare un vero dialogo da pari a pari, denunciare tradimenti ed errori. L'autorevolezza la si conquista sul campo, con i comportamenti, con gli atteggiamenti, con la chiarezza, con la fermezza se è necessario.

Le "condanne" di programmi e di opere, talora inevitabili, rappresentano l'extrema ratio. Prima di esprimerle, vale però la pena di chiedersi se non forniranno una pubblicità indiretta, ma purtroppo molto efficace, a un prodotto che, per la sua esiguità, cadrebbe velocemente nel dimenticatoio. In ogni caso, quando una condanna è pronunciata, in fondo una rottura si è già verificata. Quando si arriva a questi casi è sempre bene domandarci che cosa ha fatto la comunità cristiana in prima persona perché le cose non prendessero quella direzione; e perché l'azione sia proficua, è importante interrogarci su che cosa possiamo fare in futuro.

[33] Sulla presenza dei cattolici nel mondo dei media credo sia difficile che possano insorgere contestazioni.

Non intendo riferirmi al lavoro meritorio che già viene svolto dai fedeli laici nelle testate e nelle emittenti di informazione cosiddette "indipendenti" e alla preziosa testimonianza di fede che essi riescono a dare. Neppure posso soffermarmi sul grande contributo che danno alla formazione di un'opinione pubblica nella comunità ecclesiale i quotidiani cattolici, i settimanali, i mensili, le radio diocesane, nonchè gli ordini religiosi che hanno, a motivo delle loro costituzioni o per la loro tradizione, un impegno specifico nei vari campi della comunicazione: giornali, emittenti televisive e radiofoniche, riviste, editoria.

Voglio sottolineare l'importanza del mezzo radiofonico: il primato che in esso può assumere la parola, il tipo di rapporto personale che esso può favorire, la compagnia che crea, la discrezione con cui accompagna chi lavora o è in viaggio, chi è solo o malato, fanno sì che esso ben possa accordarsi con le finalità e lo stile della comunicazione pastorale. Giustamente molte nostre comunità hanno capito la sua importanza e se ne servono, anche mediante opportuni collegamenti tra loro.

Tutte queste iniziative vanno incoraggiate, sostenute, ulteriormente migliorate e potenziate, dove necessario, nell'impianto tecnico-editoriale, perché possano continuamente tener testa con dignità e professionalità ai compiti di informazione e di formazione ai quali sono quotidianamente chiamate.

Come comunità ecclesiale ci attendono ulteriori compiti, a cominciare da un salto di qualità nella considerazione dei mezzi.

Dal punto di vista pastorale è chiaro che i media di matrice cattolica debbono sempre più puntare sulle opinioni e tentare una lettura dei fatti alla luce dei valori. E' impensabile ipotizzare una concorrenza con giornali o TV pubbliche o private, sul piano della quantità delle notizie e dei servizi. Va tuttavia ricordato che ci si può distinguere sul piano della qualità, con le notizie date in altro modo, con un altro taglio, mettendo in evidenza quello che altri, tante volte solo interessati allo spettacolo e all'audience, non rilevano. Così pure esiste tutto un tessuto di cose fatte, di solidarietà, di educazione, di comunicazione, che spesso viene ignorato e che costituisce un prezioso patrimonio di notizie e di informazioni suscettibile di fare opinione.

In generale l'obiettivo - come avviene in altri Paesi - è di attrezzare media cui i cattolici (ma, in linea di principio, qualsiasi lettore) possano rivolgersi per avere notizie che altri non danno, per leggere commenti, informazioni qualificate, documentazioni, dibattiti, e che siano così segno di una Chiesa viva.
Viva perché animata da un'opinione pubblica molto motivata, perché permette la circolazione di idee, tematiche, scambi di valutazioni, di esperienze di fede e di impegno quotidiano. Viva perché i media promuovono un dialogo continuo tra i laici e i pastori e sono i primi a portare l'eco del mondo, a sottolineare le difficoltà e i problemi del vivere, i punti cruciali su cui gli insegnamenti magisteriali dovranno costantemente misurarsi: pensiamo ai temi della famiglia, dei giovani, delle persone anziane, del lavoro, dell'ambiente, della pace. Viva perché attraverso i media è in grado di far sentire la sua voce in una serie di problemi (casa, assistenza, sanità, territorio, volontariato, ecc. ) che toccano da vicino la vita della gente.

Ma vi sono alcune ipotesi cui ritengo doveroso fare almeno un cenno, lasciando alle persone competenti di valutarle. L'impegno diretto nei media potrebbe comportare almeno tre ordini di problemi in un futuro non troppo lontano:
a) riconsiderare con le emittenti televisive pubbliche e private quello che una volta si chiamava "l'accesso". L'argomento va approfondito e meglio studiato anche nelle componenti tecniche, ma occorre individuare modi e strade perché si possa dare voce a temi e istanze di carattere religioso. Associazioni e movimenti laicali possono avere in proposito un ruolo importante;
b) valutare la possibilità di una presenza televisiva di qualità autonoma, gestita da laici cattolici che si assumano l'onere dell'impresa. L'attuale panorama dei network lascia forse intravedere spazi possibili per iniziative che si facciano carico di un servizio culturale, anche con modalità nuove;
c) studiare la possibilità, da parte di imprenditori cristiani, di intervenire pure ai livelli produttivi, per esempio con "agenzie-programmi" che offrano servizi in grado di fare opinione. In questa linea si muovono centri di produzione cattolica in diversi Paesi del mondo.

[34] Vi invito a fare un altro salto verso il cielo.

Siamo passati dalla stanza col televisore ai tetti del viaggio globale, caratterizzato dai ripetitori e dalle antenne, ma anche segnato dai campanili. Ora dobbiamo porci in una posizione più elevata per contemplare meglio l'insieme del panorama umano. Nella prima parte abbiamo insistito soprattutto sull'etica del recettore e del comunicatore; nella seconda parte sulla pastorale della Chiesa rispetto ai mass - media; in questa terza parte ci interrogheremo sul rapporto tra il mondo segnato dai media e i suoi grandi fini, i suoi fini ultimi.
In linguaggio tecnico si direbbe che introduciamo una considerazione escatologica sui media e il loro significato. Si tratta di una riflessione forse un po’ inusuale, che in qualche modo prelude a quello che vorrei fosse il programma pastorale prossimo, il programma sulle cose ultime, sul "vigilare". Sono convinto che non usciamo dal "pantano" nel quale siamo oggi con i media se non guardando molto in alto, con una energia non umana, ma proveniente dal mistero definitivo, quello che già aveva orientato il nostro cammino all'inizio del "comunicare".

Con le seguenti riflessioni mi propongo, in sostanza, tre obiettivi:

* guardando dall'alto, come da un satellite in orbita, il nostro vasto mondo, vorrei mettere in luce il primato della persona sulla massa, del piccolo numero, del singolo, sui grandi numeri, dell'essere sull'avere;
* vorrei aiutare a guardare le cose dalla fine e non soltanto dall'esserci in mezzo. I media sono abituati a stare dentro le cose, dentro la notizia. Ma la vita dell'uomo e del mondo si valuta dal suo scopo ultimo, si misura rispetto al suo termine, con misura di eternità, in linguaggio di speranza e di attesa. In che modo il guardare alle cose ultime può aiutare anche il mondo dei media a essere più se stesso, più umano, più vero?
* vorrei, a modo di conclusione pratica, chiedermi con ciascuno dei lettori che cosa si può fare per aiutare chi usa i media e chi li gestisce e li fabbrica a ricordarsi delle cose ultime, ad avvertire la nostalgia di una patria che dia sapore alle scelte della vita e a operare perciò alcune opzioni precise.

Infine, vorrei invitarti a unirti a me in una preghiera fatta al termine di questo avventuroso viaggio, scendendo dal satellite sui tetti del villaggio e rientrando di nuovo in casa, in mezzo alle vicende della nostra quotidianità, ritemprati da quanto abbiamo insieme capito.

[35] Proprio grazie alla televisione molti di noi, la notte del 20-2l luglio 1969 hanno potuto seguire i primi passi dell'uomo sulla luna e vedere le grandi orme lasciate dalle curiose calzature di Neil Armstrong sul suolo lunare. Da allora i viaggi interspaziali sono diventati qualcosa di ordinario. Non fanno più notizia. Anch'io ti invito a fare un viaggio con me e a raggiungere uno dei tanti satelliti in orbita e grazie ai quali possiamo ricevere immagini e notizie da tutto il mondo.

E se, invece che su un satellite, noi arrivassimo sull'asteroide B 612? In quel delizioso libretto che è Il piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry racconta di aver incontrato, appunto, un fanciullo che proveniva da un pianeta piccolissimo, appena più grande di una casa, l'asteroide B 612. Il fanciullo, disceso dal misterioso pianeta, non ragionava come le persone serie: “Le persone serie amano i numeri dice il piccolo Principe -. Quando voi parlate loro di un vostro nuovo amico, queste persone non vi chiedono mai: "Qual è il suono della sua voce? quali i suoi giochi preferiti? per caso fa collezione di farfalle?". Le persone serie vi chiedono: "Quanti anni ha? quanti fratelli ha? quanto pesa? quanto guada gna suo padre?". Solo a quel punto le persone serie credono di conoscere. Se voi dite alle persone serie: "Ho visto una bella casa di mattoni rosa, con i gerani alle finestre e le colombe sul tetto. . . ", le persone serie non arrivano a immaginare questa casa. Bisogna dire loro: "Ho visto una casa che vale centomila franchi". Allora le persone serie gridano: "Così è bella"“.

Questo fanciullo che guarda il cosmo da un lontano e sperduto pianeta non pone le domande che interessano le persone serie, ma ha un piccolo prezioso segreto da rivelare anche a noi che vogliamo guardare l'universo dei mass media. Eccolo: “E' semplicissimo: si vede bene solo col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi”.

E' con lo sguardo del cuore che vorrei invitarvi a guardare dal satellite o, con il piccolo Principe, dall'asteroide B 612, il nostro mondo, la nostra terra e la sua complessa rete di comunicazioni di massa.

Sarà capitato a molti di voi di guardare da un aereo in volo cercando di riconoscere luoghi che ci sono familiari. Quando si sta per atterrare a Linate e si è seduti nella parte sinistra dell'aereo, si può vedere distintamente il campanile di Chiaravalle che i milanesi chiamano confidenzialmente "la Ciribiciacola", per via della sua forma bizzarra e l'Abbazia di Viboldone col suo massiccio campanile romanico.
Il pensiero allora corre ai monaci e alle suore che in quei luoghi pregano e lavorano. E poi le fattorie della Bassa Milanese con il tracciato geometrico degli appezzamenti di terreno, delle "marcite" sempre verdi anche nella stagione invernale e i contadini al lavoro nei campi.

E poi la città, con la sagoma del Duomo, della Torre Velasca, del grattacielo Pirelli, con un sol colpo d'occhio la si può abbracciare tutta. E sul nastro delle strade e dell'Autostrada del Sole il traffico. Le persone si notano appena, così minuscole viste dall'alto, eppure. . . è proprio alle persone che in quel momento pensiamo. Forse qualcuno è ad attenderci all'aeroporto; è così bello trovare qualcuno che ci aspetta e ci fa segno con la mano! Comunque, a casa incontreremo volti familiari, e per la gioia di incontrarli siamo impazienti.

Il mondo visto dall'alto ci fa percepire che proprio le persone, realtà davvero minuscole viste dall'alto, sono le realtà più preziose. Con gli occhi del cuore vediamo proprio loro pur se ai nostri occhi risultano solo come piccoli punti in movimento. Ha ragione il piccolo Principe: l'essenziale è invisibile agli occhi. Si vede bene solo con gli occhi del cuore.
Questo sguardo è anche quello di Gesù.

[36] Di Gesù gli evangelisti ci dicono che parlava alle grandi masse, talora così numerose da costringerlo a salire in una barca per farsi udire dalla folla che si accalcava sulla riva. Altre volte la pressione della gente gli toglie persino il tempo di mangiare oppure obbliga chi vuole presentargli un malato a calarlo dal tetto. Le masse sono una presenza costante nel ministero di Gesù; a esse si rivolge con attenzione e amore, facendosi carico pure della loro fame.

Tuttavia Gesù sembra prediligere relazioni brevi, il dialogo a tu per tu, il colloquio intimo. Possiamo dire che è l'uomo dei piccoli numeri, attento ai pochi spiccioli della vedova. E' sensibile ai segni più modesti e discreti, è capace di cogliere in un gesto quasi furtivo un grande significato.

In Gesù, Dio sembra perdersi nel particolare, nascondersi volentieri nelle cose minutissime e semplicissime, prestare attenzione a un'azione di poco conto, come quella di dare un bicchiere d'acqua a un assetato. Gesù mostra attenzione per le cose per cui noi non abbiamo tempo, non abbiamo calma, non abbiamo attenzione.

In proposito vorrei riprendere due espressioni assai dense e significative, care ai Padri della Chiesa.
Esse sono: "La Parola si abbrevia, si fa come stretta; la Parola si fa piccola". La Parola, il Logos di Dio, la manifestazione suprema del Padre, la manifestazione perfettissima di Dio si è rimpicciolita. Questo Logos, come abbiamo già ricordato citando il vangelo di Giovanni, è quello in cui tutto è stato creato: l'universo, gli uomini, le cose, le situazioni della storia; è il senso, la ragione di tutte le cose.

Il Logos, dicono i Padri, si è fatto stretto, piccolo.
La Parola universale, principio di intelligenza di tutto il reale, si è come rattrappita nel tempo e nello spazio, così da essere qui e ora, si fa particolare nel suono del dialetto di Canaan parlato da Gesù, si rende accessibile, si presta al rapporto interpersonale.

Ecco perché più volte nel vangelo basta la dedizione a uno solo dei più piccoli tra i fratelli per de-
cidere di una vita. Lo ricorda la pagina sconvolgente di Mt 25: ogni volta che avrete fatto questo non alla generica umanità, ma “a uno solo di questi piccoli, lo avrete fatto a me”. Chi porta fino alle estreme conseguenze la particolarizzazione di Gesù, costui siederà alla sua destra quando egli verrà nella gloria.

Noi siamo chiamati a trovare Dio nel mondo, nelle cose, negli altri, nella storia. Tuttavia ciò non sarà possibile se non partiremo da quella situazione immediata che è la nostra. In ogni situazione immediata, che comporta anche il più piccolo servizio, noi tocchiamo la totalità del servizio. In ogni frammento tocchiamo il tutto di Dio che si manifesta.

In un mondo attento prevalentemente alla dimensione macroscopica dei fenomeni, lo stile di Gesù ci rende dunque attenti al valore unico e irripetibile di ogni persona. E noi, affascinati dai media, dai grandi e intricati network, non dobbiamo dimenticare questo valore evangelico fondamentale: la relazione tra le persone. E' stato il tema dello scorso anno; lo vogliamo riprendere occupandoci dei media.

[37] Con questa formula vorrei indicare il primato della relazione, della comunicazione personale. Io mi costituisco nella relazione, nella comunicazione. Comunicare non è un'attività facoltativa: senza comunicazione non c'è esistenza e sviluppo. Perciò Gesù ha detto: “Effatà, apriti”, cioè comunica. Non dimentichiamo che la nostra attuale attenzione per i mezzi di comunicazione di massa è stata preceduta da un'intensa riflessione sulla comunicazione come valore decisivo dell'esperienza umana e religiosa.

Il punto di partenza ci è offerto da una suggestiva affermazione del filosofo Nietzsche: “Il "tu" è parola più originaria dell"'io"“. Tale intuizione trova conferma nelle prime parole che un essere umano pronuncia. Le nostre prime parole sono state rivolte al "tu": mamma, papà. . . ; solo successivamente il bimbo impara a dire il suo nome come conseguenza della relazione che ha istituito con gli altri, cioè con il "tu". Scrive Emmanuel Mounier. “L'esperienza primitiva della persona è l'esperienza della seconda persona. Il "tu", e in esso il "noi", precede o almeno accompagna l "'io"“.

Per comprendere la persona dobbiamo dunque cogliere questa originaria relazionalità. La persona umana è, esiste solo in quanto è situata, in quanto è legata grazie al corpo a un tempo, a uno spazio, in relazione con altri, verso il mondo e nel mondo.

[38] L'attenzione per i media non deve quindi cancellare il primato della comunicazione interpersonale. Il vasto mondo guardato dall'alto ci porta a scoprire nelle intricate reti mediali il valore infinito di ogni persona, che i media rischiano di cancellare o di manipolare.

Nella comunicazione mediale avvertiamo una sorta di malattia: ritenere che la "comunicazione" sia semplicemente l'accumulo delle informazioni e dei dati. I mezzi di comunicazione di massa ci rovesciano addosso una valanga di messaggi, possiamo attingere con facilità a banche-dati immense. Eppure a tale qualità dell'informazione non sempre corrisponde una qualità della comunicazione. Spesso denunciamo la solitudine, l'incapacità a comunicare, le chiusure e le ghettizzazioni di questo mondo dove non mancano le informazioni e gli scambi sono intensi e facili.

Dobbiamo distinguere due tipi fondamentali di scambio: quello materiale e quello simbolico. Il primo è largamente dominante nella nostra giornata: noi scambiamo cose per cose, denaro per cose, prestazioni lavorative per denaro; è lo scambio mercantile dove prevalgono gli oggetti, le cose, mentre le persone restano marginali. Nello scambio simbolico, sugli oggetti prevale il senso degli oggetti e il senso dello scambio, la relazione tra le persone. La solitudine che spesso denunciamo è anche conseguenza del prevalere del primo tipo di scambio a scapito del secondo, a scapito quindi della relazione interpersonale e del senso. Possiamo dire che, nel primo caso, dominante è l'avere - avere cose, avere informazioni, ecc. -, mentre nel secondo è dominante l'essere, l'essere in relazione.

[39] Visto dal satellite o dall'asteroide B 612, il mondo che i media dicono di aver trasformato in villaggio, è davvero un minuscolo villaggio nel vasto universo. La stessa sensazione si avverte quando, raggiunta la cima di una montagna, cerchiamo di abbracciare l'orizzonte, senza poterlo esaurire.

Alla sproporzione dell'uomo nell'universo ha dedicato uno dei suoi pensieri più penetranti Blaise Pascal: “L'uomo contempli, dunque, la natura tutta intera nella sua alta e piena maestà, allontanando lo sguardo dagli oggetti meschini che lo circondano.
Miri quella luce sfolgorante, collocata come una lampada eterna a illuminare l'universo; la terra gli apparisca come un punto in confronto dell'immenso giro che quell'astro descrive, e lo riempia di stupore il fatto che questo stesso vasto giro è soltanto un tratto minutissimo in confronto di quello descritto dagli astri roteanti nel firmamento. . . Tutto questo mondo visibile è solo un punto impercettibile nell'ampio seno della natura. Nessuna idea vi si approssima. Possiamo pur gonfiare le nostre concezioni al di là degli spazi immaginabili: in confronto della realtà delle cose partoriamo solo atomi” (Pensieri, n. 223).

Così Pascal ci invita ad "allontanare lo sguardo dagli oggetti meschini che ci circondano", a non restare impigliati nella rete complessa costruita dalla nostra intelligenza: finiamo per pensare di essere il centro di questo universo. Non l'abbiamo forse costruito noi? Ne siamo il centro. E' secondo la nostra misura. E' quasi istintivo per l'uomo comprendere, nel senso, appunto, di prendere dentro, di afferrare e come racchiudere in sè, l'intera realtà riducendola alla propria misura. I media si muovono secondo tale logica. Farò un esempio per spiegarmi meglio.

Grandi avvenimenti stanno trasformando la geografia europea e mondiale. Paesi che credevamo disperatamente chiusi dietro un muro invalicabile si stanno faticosamente, ma inesorabilmente aprendo alla libertà. I media ci hanno fatto partecipare, con intensa commozione, al crollo del muro, al desiderio incontenibile di libertà che fermenta in quelle terre.
Hanno accuratamente presentato le ragioni storiche, economiche e politiche che spiegano quei mutamenti.

Ma tale lettura, tutta interna agli avvenimenti, è adeguata? ci aiuta a cogliere le dinamiche profonde che sono all'origine di quelle trasformazioni? o non ci nasconde dimensioni decisive della storia?

La stessa recente Enciclica del Papa, Centesimus annus, pur così ampiamente e cordialmente ripresa dai media, è stata letta quasi esclusivamente con categorie economiche, politiche, storiche. Le poche pagine dedicate a valutare il capitalismo hanno monopolizzato l'attenzione dei media, mentre l'ampia e decisiva analisi delle radici spirituali è stata quasi completamente ignorata.

Eppure un indizio prezioso per leggere in profondità questi eventi ci era stato dato dalle parole straordinariamente intuitive del presidente Vaclav Havel nel breve saluto al Papa che giungeva in Cecoslovacchia: “Non so, se so cosa sia un miracolo. Nonostante ciò oso dire che, in questo momento, sto partecipando a un miracolo. . . Durante lunghi decenni lo spirito veniva bandito dalla nostra Patria. Ho l'onore di essere il testimone del momento in cui il suo suolo viene baciato dall'apostolo della spiritualità” (21 aprile 1990).

Ecco la chiave di lettura, paradossale - lo riconosco -, per i media: il miracolo. Gli eventi di cui siamo testimoni in questi anni chiudono una fase della storia moderna: quella, appunto, che ha voluto costruire le proprie speranze solo sull'uomo, esclusivamente sulla sua ragione o sulla sua prassi politico-rivoluzionaria. E confermano il ruolo che i valori spirituali hanno nella trasformazione storica. Proprio un pensatore marxista, Ernst Bloch, lo ha detto con grande efficacia: “Senza le strade interiori dello spirito non si può camminare eretti e con dignità sulle strade esteriori del mondo”. Lo Spirito, forza propulsiva della storia.

Sul filo di questa intuizione i media avrebbero potuto leggere gli eventi dell'est europeo con una intelligenza più penetrante e comprensiva. Magari lasciandosi istruire dalla lettura che ne ha dato il Papa in occasione del suo viaggio in Cecoslovacchia nell'aprile 1990: “Apparentemente, tutto è iniziato con il crollo delle economie. Era questo il terreno prescelto per costruire un mondo nuovo, un uomo nuovo, guidato dalla prospettiva del benessere; ma con un progetto esistenziale rigorosamente limitato all'orizzonte terreno. Tale speranza si è rivelata un'utopia tragica, perché vi erano disattesi e negati alcuni aspetti essenziali della persona umana: la sua unicità e irripetibilità, il suo anelito insopprimibile alla libertà e alla verità, la sua incapacità di sentirsi felice escludendo il rapporto trascendente con Dio. Queste dimensioni della persona possono essere per un certo tempo negate, ma non perennemente rifiutate. La pretesa di costruire un mondo senza Dio si è dimostrata illusoria. E non poteva essere diversamente. Rimanevano misteriosi soltanto il momento e la modalità”.

L'esempio ci permette, credo, di apprezzare il lavoro di informazione e di comprensione che i media ci hanno dato su avvenimenti tanto decisivi dei nostri giorni. Ma con grande franchezza dobbiamo riconoscere i limiti di un tale lavoro. Forse ha davvero ragione Pascal: in confronto della realtà delle cose partoriamo solo atomi Atomi preziosi, ma pur sempre atomi.

[40] E' singolare che le prime comunità cristiane, minuscole realtà disperse nel vasto mondo pagano, alla ricerca di un termine che le qualificasse, abbiano scelto una parola che ha poi avuto grande fortuna ed è ormai familiare: il termine greco scelto per indicare la comunità cristiana è paroikìa, da cui il nostro "parrocchia". Il vocabolo greco indica la condizione di chi vive in un Paese come straniero, senza poter godere della pienezza dei diritti. Un vivere provvisorio, non di installazione definitiva. La Lettera agli Ebrei ci ricorda che deve essere questo lo stile dei credenti: “stranieri e pellegrini sulla terra” (Eb 11, 13). Uno stile che difficilmente viene avvertito dai media.

Ho sotto gli occhi i risultati di una delle tante indagini demoscopiche - non a caso tali indagini o sondaggi di opinione sono assai apprezzate dai media -, che tenta di misurare la considerazione di cui gode la Chiesa oggi. Emerge una considerazione generalmente elevata per le sue funzioni sociali. Il primo posto è occupato dalla promozione della pace (95,2%), e seguono: il sostegno a chi è in condizioni di difficoltà o sofferenza (94,8%), la lotta contro le ingiustizie (93, 1 %). Viene poi la funzione educativa della Chiesa (86,7%) e quindi le funzioni legate all'annuncio del vangelo e ai sacramenti. Le funzioni sociali sembrano dunque più rilevanti delle stesse funzioni religiose. Sull'azione sociale si determina il consenso della quasi totalità, mentre per quella religiosa il consenso è espresso dai 3/4 del campione. Interessante la considerazione che ottiene il Papa: la maggioranza risulta attrat