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NON MI VERGOGNO DEL VANGELO

saluto del Card. Martini all’incontro dei referenti diocesani per il progetto culturale e dei centri culturali cattolici

di Liguria, Lombardia e Piemonte.   Milano, 24 giugno 2000

Sono lieto di poter incontrarvi, pur se brevemente, e di rivolgere il mio saluto a tutti i partecipanti: i referenti della Lombardia, del Piemonte e della Liguria, i responsabili del progetto culturale della Chiesa italiana.

Esprimo un cordiale saluto anche al dottor Marcello Pacini, direttore della Fondazione Agnelli. Seguo infatti con molta ammirazione e attenzione l’impegno suo e della Fondazione per un lavoro culturale di alto profilo. Desidero quindi ringraziarlo della puntualità con cui mi informa sulle attività e mi fa avere i risultati delle ricerche.

 

Ho pochissimo tempo a disposizione, e mi limito quindi a richiamare il testo degli Atti degli Apostoli, che abbiamo ascoltato (17,22ss), testo che riporta il discorso di Paolo ad Atene.

Questo discorso rappresenta certamente un grande sforzo di incontro culturale, un esempio di dialogo, la testimonianza di una fede alla ricerca di un rapporto con una cultura concreta, quella della città di Atene.

Non a caso Paolo accenna sia alla tradizione religiosa della città («quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio»), sia alla tradizione filosofica («essendo Lui che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa…In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo»), sia alla tradizione poetica («come alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di Lui stirpe noi siamo»).

Davvero l’Apostolo ha tentato di cogliere il linguaggio della gente per entrare nella mentalità degli ateniesi e farsi capire.

E tuttavia è chiaro, dalla descrizione dell’autore degli Atti, che questo discorso è un insuccesso, non ottiene l’ascolto sperato, la credibilità su cui Paolo contava. Comprendiamo allora perché abbia voluto ripensare il suo modo di trasmettere il messaggio: nella prima Lettera ai Corinti assistiamo al passaggio da un discorso di sapienza al cosiddetto lógos toû stauroû, al discorso della croce. Quindi, molto probabilmente, l’Apostolo trae dall’insuccesso di Atene il motivo di un ripensamento e di una riproposta più coraggiosa del mistero della croce.

Non per questo, però, abbandona lo sforzo di inculturazione; egli lo ritenta, a partire dalla forza della croce, da quella forte affermazione che leggiamo nella Lettera ai Romani: “Io non mi vergogno del vangelo” (1,16). Sente anzitutto la fierezza del Vangelo, anche se nutrito di espressioni che appaiono paradossali, sente come il Vangelo che ha dentro lo muove a trovare un nuovo linguaggio.

 

Leggo qui un messaggio estremamente importante per noi: il nodo fondamentale non è l’inculturazione o la traduzione del discorso in maniera accessibile ai contemporanei, ma è l’avere anzitutto il Vangelo dentro. Quando il Vangelo è vissuto, è forte, è fuoco ardente nel cuore, è sorgente zampillante nel segreto della vita, allora le vie di comunicazione, cercate con pazienza, si trovano; allora si incrociano tutti i modi di dire e di pensare della cultura contemporanea.

Voi siete rappresentanti di tale ricerca e il radunarvi così, per regioni – come ha voluto in questa occasione il Servizio nazionale per il progetto culturale - è un invito a verificare come la forza del Vangelo ha cercato di comunicarsi incrociando i linguaggi della gente.

 

Vorrei semplicemente ricordare – dal momento che siamo a Milano - alcuni grandi sforzi di impegno culturale nati dal fuoco del Vangelo.

Nella nostra città è nata nel 1600, dal desiderio del Cardinale Federico Borromeo che voleva parlare alla gente, la Biblioteca Ambrosiana, che costituisce un grande sforzo di dialogo con la cultura. Ancora oggi essa è considerata una delle raccolte di tesori, soprattutto manoscritti, tra i più famosi del mondo.

Inoltre è in fase di completo rinnovamento Villa Cagnola di Gazzada che, affidata dalla Santa Sede ai Vescovi lombardi, svolge da oltre 50 anni un prezioso lavoro culturale nella regione Lombardia e pure a livello nazionale e internazionale.

Ma ogni diocesi ha i suoi esempi e occorre partire da essi per cercare anche vie nuove.

Vi auguro quindi di aiutarci in questo impegno vivendo primariamente il Vangelo con sincerità. “Non mi vergogno del Vangelo” è la parola da cui tutto parte. Proprio perché non me ne vergogno, so che è giusto esprimerlo nelle culture, nella mentalità, nel linguaggio di oggi. È quanto ci aspettiamo tra l’altro dal progetto culturale della Chiesa italiana.

Buon lavoro!

 

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