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Sono lieto di poter
incontrarvi, pur se brevemente, e di rivolgere il mio saluto a tutti
i partecipanti: i referenti della Lombardia, del Piemonte e della
Liguria, i responsabili del progetto culturale della Chiesa
italiana.
Esprimo un cordiale
saluto anche al dottor Marcello Pacini, direttore della Fondazione
Agnelli. Seguo infatti con molta ammirazione e attenzione l’impegno
suo e della Fondazione per un lavoro culturale di alto profilo.
Desidero quindi ringraziarlo della puntualità con cui mi informa
sulle attività e mi fa avere i risultati delle ricerche.
Ho pochissimo tempo
a disposizione, e mi limito quindi a richiamare il testo degli
Atti degli Apostoli, che abbiamo ascoltato (17,22ss), testo che
riporta il discorso di Paolo ad Atene.
Questo discorso
rappresenta certamente un grande sforzo di incontro culturale, un
esempio di dialogo, la testimonianza di una fede alla ricerca di un
rapporto con una cultura concreta, quella della città di Atene.
Non a caso Paolo
accenna sia alla tradizione religiosa della città («quello che voi
adorate senza conoscere, io ve lo annunzio»), sia alla tradizione
filosofica («essendo Lui che dà a tutti la vita, il respiro e ogni
cosa…In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo»), sia alla tradizione
poetica («come alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di Lui
stirpe noi siamo»).
Davvero l’Apostolo
ha tentato di cogliere il linguaggio della gente per entrare nella
mentalità degli ateniesi e farsi capire.
E tuttavia è chiaro,
dalla descrizione dell’autore degli Atti, che questo discorso
è un insuccesso, non ottiene l’ascolto sperato, la credibilità su
cui Paolo contava. Comprendiamo allora perché abbia voluto ripensare
il suo modo di trasmettere il messaggio: nella prima Lettera ai
Corinti assistiamo al passaggio da un discorso di sapienza al
cosiddetto lógos toû stauroû, al discorso della croce.
Quindi, molto probabilmente, l’Apostolo trae dall’insuccesso di
Atene il motivo di un ripensamento e di una riproposta più
coraggiosa del mistero della croce.
Non per questo,
però, abbandona lo sforzo di inculturazione; egli lo ritenta, a
partire dalla forza della croce, da quella forte affermazione che
leggiamo nella Lettera ai Romani: “Io non mi vergogno del
vangelo” (1,16). Sente anzitutto la fierezza del Vangelo, anche se
nutrito di espressioni che appaiono paradossali, sente come il
Vangelo che ha dentro lo muove a trovare un nuovo linguaggio.
Leggo qui un
messaggio estremamente importante per noi: il nodo fondamentale non
è l’inculturazione o la traduzione del discorso in maniera
accessibile ai contemporanei, ma è l’avere anzitutto il Vangelo
dentro. Quando il Vangelo è vissuto, è forte, è fuoco ardente
nel cuore, è sorgente zampillante nel segreto della vita, allora le
vie di comunicazione, cercate con pazienza, si trovano; allora si
incrociano tutti i modi di dire e di pensare della cultura
contemporanea.
Voi siete
rappresentanti di tale ricerca e il radunarvi così, per regioni –
come ha voluto in questa occasione il Servizio nazionale per il
progetto culturale - è un invito a verificare come la forza del
Vangelo ha cercato di comunicarsi incrociando i linguaggi della
gente.
Vorrei semplicemente
ricordare – dal momento che siamo a Milano - alcuni grandi sforzi di
impegno culturale nati dal fuoco del Vangelo.
Nella nostra città è
nata nel 1600, dal desiderio del Cardinale Federico Borromeo che
voleva parlare alla gente, la Biblioteca Ambrosiana, che
costituisce un grande sforzo di dialogo con la cultura. Ancora oggi
essa è considerata una delle raccolte di tesori, soprattutto
manoscritti, tra i più famosi del mondo.
Inoltre è in fase di
completo rinnovamento Villa Cagnola di Gazzada che, affidata
dalla Santa Sede ai Vescovi lombardi, svolge da oltre 50 anni un
prezioso lavoro culturale nella regione Lombardia e pure a livello
nazionale e internazionale.
Ma ogni diocesi ha i
suoi esempi e occorre partire da essi per cercare anche vie nuove.
Vi auguro quindi di
aiutarci in questo impegno vivendo primariamente il Vangelo con
sincerità. “Non mi vergogno del Vangelo” è la parola da cui tutto
parte. Proprio perché non me ne vergogno, so che è giusto esprimerlo
nelle culture, nella mentalità, nel linguaggio di oggi. È quanto ci
aspettiamo tra l’altro dal progetto culturale della Chiesa italiana.
Buon lavoro! |