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INDICE Presentazione Introduzione
–
Al servizio della gioia e della speranza di ogni uomo
(nn. 1-2)
–
Attingendo alla Parola della vita
(nn. 3-4)
–
Assumendo il cammino percorso insieme dal Concilio ad oggi
(nn. 5-6)
–
La chiamata alla conversione e l’eloquenza della santità
(nn. 7-9)
Capitolo Primo: LO SGUARDO FISSO SU
GESÙ, L’INVIATO DEL PADRE
–
Gesù, l’Inviato dal Padre
(nn. 10-15)
–
Gesù in mezzo a noi
(nn. 16-23)
–
Gesù, il Risorto
(nn. 24-28)
–
Gesù, colui che viene
(nn. 29-31)
Capitolo
Secondo: LA CHIESA A SERVIZIO DELLA MISSIONE DI CRISTO
–
Per una missione senza confini
(nn. 32-35)
–
Discernere l’oggi di Dio
(nn. 36-43)
–
Quali compiti per il prossimo decennio?
(nn. 44-46)
–
Il giorno del Signore e la parrocchia, tempo e spazio per una
comunità realmente eucaristica
(nn. 47-49)
–
Una fede adulta e “pensata”
(n. 50)
–
I giovani e la famiglia
(nn. 51-55)
–
Una rinnovata attenzione a tutti i battezzati
(nn. 56-62)
Conclusione:
UNA VITA DI COMUNIONE
–
Una Chiesa di discepoli e di inviati
(nn. 63-64)
–
Una Chiesa “casa e scuola di comunione”
(n. 65-68)
Appendice
INDICAZIONI PER UNA “AGENDA PASTORALE” DEL
PROSSIMO DECENNIO
PRESENTAZIONE
L’Assemblea
Generale dei Vescovi italiani ha approvato, nel maggio scorso, un documento che
offre alcuni orientamenti pastorali per un fecondo cammino delle nostre
comunità lungo il prossimo decennio.
Il tema di fondo è indicato
già nel titolo: «Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia». Esso
include la prospettiva della missione e ne privilegia il compito. Invita per
questo a dare uno sguardo realistico al contesto nel quale siamo chiamati a
offrire la nostra testimonianza: si tratta infatti di scorgere l’«oggi di Dio» e
le sue attese su di noi. E infine solleva interrogativi e offre indicazioni
circa la «conversione pastorale» richiesta dalla chiamata a servire nel modo più
adeguato l’annuncio del Vangelo oggi.
Questo documento, mentre
intende sostenere – e non certo sostituire – le responsabilità pastorali a cui
sono chiamate le singole Chiese particolari, vuol essere una prima risposta
all’invito rivolto a noi tutti da Giovanni Paolo II nella lettera apostolica
Novo millennio ineunte. Il Papa ci sospinge ad affrontare il nuovo millennio
con piena fiducia nella presenza tra noi di Cristo risorto e con il coraggio che
ci è donato dall’azione decisiva dello Spirito Santo.
Vogliamo anche noi «andare
al largo», salpare senza paura, non temere la notte infruttuosa, riprendere
con fiducia la pesca. Vogliamo soprattutto dare gloria a Dio ed essergli
profondamente grati. Attraverso l’incarnazione di suo Figlio, egli ha infatti
deposto nel grembo della Chiesa il seme di una speranza che non delude. E così
ci ha resi capaci di ravvivare la speranza di ogni uomo. È ciò che, umilmente e
senza tentennamenti, vogliamo fare nel prossimo futuro.
Ci accompagni sempre, con
la sua silenziosa testimonianza e il suo affetto materno, Maria, Madre di Gesù e
Madre nostra, “Stella dell’evangelizzazione”.
Camillo Card.
Ruini Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
Roma, 29 giugno
2001 Solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo
Introduzione
«Ciò che era fin da principio, ciò che noi
abbiamo udito…
il Verbo della vita… Queste cose vi scriviamo,
perché la nostra gioia sia perfetta» (1Gv 1,1.4)
Al servizio della gioia e della speranza di ogni
uomo
1. –
Amatissimi fratelli e sorelle in Cristo, ci rivolgiamo a voi, all’inizio di
questo nuovo millennio, con sentimenti di lode e di ringraziamento
al Signore, perché ha operato e continua a operare meraviglie in mezzo a noi: è
il Signore vivente, il Dio con noi, la nostra speranza. Ci rivolgiamo a voi
anche con sentimenti di profonda gratitudine per il cammino che, grazie a voi
tutti, le Chiese di Dio che sono in Italia hanno compiuto dal Concilio Vaticano
II ad oggi. Insieme a voi abbiamo cercato di condividere il peso delle tristezze
e delle angosce dei nostri contemporanei,
convinti che compito primario della Chiesa sia testimoniare la gioia e
la speranza originate dalla fede nel Signore Gesù Cristo, vivendo nella
compagnia degli uomini, in piena solidarietà con loro, soprattutto con i più
deboli.
Come
pastori, vorremmo essere soprattutto i «collaboratori della vostra gioia»,
senza «far da padroni sulla vostra fede» (2Cor 1,24). Non abbiamo la presunzione
di credere di non avervi mai dato giusto motivo di lamentarvi di noi nel nostro
servizio episcopale;
perciò chiediamo perdono al Signore e a voi per tutte le mancanze
a questo nostro ministero, e desideriamo rinnovare il nostro impegno di
confermarvi nella fede e di alimentare in voi con tutte le nostre forze la gioia
evangelica, per essere insieme a voi portatori della gioia a ogni uomo.
2. – A tutti
vogliamo recare una parola di speranza. Non è cosa facile, oggi, la
speranza. Non ci aiuta il suo progressivo ridimensionamento: è offuscato se non
addirittura scomparso nella nostra cultura l’orizzonte escatologico, l’idea che
la storia abbia una direzione, che sia incamminata verso una pienezza che va al
di là di essa. Tale eclissi si manifesta a volte negli stessi ambienti
ecclesiali, se è vero che a fatica si trovano le parole per parlare delle realtà
ultime e della vita eterna.
C’è poi la
tentazione di dilatare il tempo presente, togliendo spazio e valore al passato,
alla tradizione e alla memoria. A volte abbiamo paura di fermarci
per ricordare, per ripensare a ciò che abbiamo vissuto e ricevuto. Preferiamo
fare molte cose, o cercare distrazioni. Eppure sono l’ascolto, la memoria e il
pensare a dischiudere il futuro, ad aiutarci a vivere il presente non solo come
tempo del soddisfacimento dei bisogni, ma anche come luogo dell’attesa, del
manifestarsi di desideri che ci precedono e ci conducono oltre, legandoci agli
altri uomini e rendendoci tutti compagni nel meraviglioso e misterioso viaggio
che è la vita.
Vorremmo perciò
invitare con forza tutti i cristiani del nostro paese a riscoprire, insieme a
tutti gli uomini e le donne di buona volontà, i fili invisibili della vita, per
cui nulla si perde nella storia e ogni cosa può essere riscattata e acquisire un
senso.
Attingendo alla Parola della vita
3. – Ma dove
potrà mai volgersi il nostro cuore per indicare prospettive reali e concrete di
speranza a ogni uomo? Dove potremo, noi pastori, attingere le forze per vegliare
su noi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo ci ha
costituiti vescovi per pascere la Chiesa di Dio (cf. At 20,28), per essere
servitori della gioia? Non possiamo far altro che sentirci affidati, come gli
anziani di Efeso, «al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di
edificare e di concedere l’eredità» (At 20,32), cioè il suo regno, vero
orizzonte di speranza.
Risuonano ai
nostri orecchi le parole dell’apostolo Giovanni: «Ciò che era da principio,
ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò
che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il
Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di
ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il
Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo
annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra
comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo,
perché la nostra gioia sia perfetta» (1Gv 1,1-4).
«Ciò che era
fin da principio, ciò che noi abbiamo udito…»: la fede nasce dall’ascolto
della parola di Dio contenuta nelle Sante Scritture e nella Tradizione,
trasmessa soprattutto nella liturgia della Chiesa mediante la predicazione,
operante nei segni sacramentali come principio di vita nuova. Non ci stancheremo
mai di ribadire questa fonte da cui tutto scaturisce nelle nostre vite: «la
parola di Dio viva ed eterna» (1Pt 1,23).
«…ossia il
Verbo della vita»: l’ascolto dei cristiani è rivolto soprattutto alla Parola
fatta carne, a colui che secondo l’evangelista Giovanni è la narrazione, la
spiegazione, cioè la rivelazione del Padre (cf. Gv 1,18). Tale ascolto apre a
una conoscenza esperienziale e amorosa, capace di incidere
profondamente sulle nostre vite trasmettendoci la vita stessa di Dio: «È apparsa
la grazia di Dio», dice l’apostolo Paolo, «apportatrice di salvezza per tutti
gli uomini, che ci insegna… a vivere… in questo mondo» (Tt 2,11-12).
«Ciò che noi
abbiamo udito… lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione
con noi… Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia [di noi e di voi
tutti] sia perfetta»: grazie all’ascolto, all’esperienza e alla
contemplazione del Verbo, i nostri cuori si trasformano, sino a plasmare le
nostre vite, sino a farle diventare a loro volta capaci e desiderose di offrire
e comunicare la vita ricevuta. Nel cuore di chi ha aderito al
Signore Gesù Cristo, non può non nascere il desiderio di condividere il dono
ricevuto, di «amare come siamo stati amati».
4. –
L’itinerario dall’ascolto alla condivisione per amore – tratteggiato nel
prologo della prima lettera di Giovanni e tipico della fede cristiana – è la via
che Cristo ci ha indicato, è ciò per cui è stato inviato dal Padre, è la ragione
ultima per cui si è fatto «obbediente fino alla morte, e alla morte di croce»
(Fil 2,8). Ma un tale itinerario è in realtà eloquente per ogni uomo, perché è
una via che conduce alla speranza e alla gioia. Permette, infatti,
che gli uomini possano trovare un senso nella tribolazione e nella sofferenza,
confortandosi e perdonandosi a vicenda, e rende loro possibile godere pienamente
della gioia: perché, altrimenti, l’uomo avrebbe l’irresistibile bisogno di far
festa, se non per quel «di più» di gioia che soltanto la condivisione può
permettergli di vivere?
Per questo, ci
pare che compito assolutamente primario per la Chiesa, in un mondo che
cambia e che cerca ragioni per gioire e sperare, sia e resti sempre la
comunicazione della fede, della vita in Cristo sotto la guida dello Spirito,
della perla preziosa del Vangelo.
Assumendo il cammino
percorso insieme dal Concilio a oggi
5. –
Guardando agli anni dal Concilio – «la grande grazia di cui la Chiesa ha
beneficiato nel secolo XX»
– fino a oggi, ci pare di poter dire che la Chiesa italiana ha
cercato di interrogarsi in profondità, e l’ha fatto seguendo l’itinerario
poc’anzi ricordato, ossia il cammino della fede che nasce dall’ascolto e che
attraverso l’esperienza vissuta si fa testimonianza dell’amore di Dio e
condivisione con tutti gli uomini della speranza e della gioia cristiane.
Nel
contempo si è sviluppato e ha preso corpo l’insegnamento del Santo Padre
Giovanni Paolo II, che continuamente invita la Chiesa a riflettere sul
mistero di Cristo, per porsi, sotto la guida dello Spirito, al servizio della
missione dell’Inviato del Padre. Il successore di Pietro ha invitato in questi
anni tutte le Chiese, soprattutto quelle dei paesi occidentali, a ripartire da
una profonda opera di evangelizzazione e catechesi,
tesa a rendere sempre più salda la fede e l’esperienza spirituale dei cristiani,
al fine di renderli testimoni del Vangelo in un mondo che sta attraversando
profondi mutamenti culturali.
6. – Negli
ultimi anni, in particolare, ci siamo sentiti fortemente coinvolti
nell’itinerario di preparazione all’evento giubilare. La lettera
apostolica Tertio millennio adveniente ci ha aiutati a riporre al centro
Cristo, salvatore ed evangelizzatore, invitandoci a un rinnovato studio del
Vangelo, per approfondire la figura di Gesù, la sua storia, fino a comprendere
con sempre maggiore profondità la sua vera identità.
Siamo stati quindi guidati a riscoprire la presenza e l’azione dello Spirito,
che costituisce il culmine del mistero dell’Incarnazione e che compagina i
cristiani nella Chiesa, rendendoli testimoni della speranza nell’avvento del
Regno.
Infine, nell’ultimo anno di preparazione al Giubileo, il nostro sguardo si è
rivolto al Padre, verso il quale tutti gli uomini – quale che sia la loro razza,
la loro cultura o la loro religione – sono incamminati e nel cui abbraccio si
incontreranno alla fine della storia.
La chiamata alla
conversione e l’eloquenza della santità
7. –
Occorre aggiungere che il Giubileo, tempo di grazia e di misericordia, ci
ha lasciato anche impressa nella memoria la necessità di purificazione
che sempre permane nella Chiesa.
Come non pensare a immagini che hanno colpito il mondo intero, quali quella di
Giovanni Paolo II che abbraccia la croce invocando la misericordia del Signore,
o quella del Pontefice pellegrino al muro del tempio di Gerusalemme, per
chiedere perdono a Dio per le sofferenze che alcuni figli della Chiesa hanno
inflitto al popolo d’Israele? L’anno giubilare è stato così occasione per
riscoprire che la vita cristiana è sì tesa all’annuncio, alla condivisione della
Buona Notizia di Cristo, ma che ciò è possibile solo se la Chiesa per prima si
lascia purificare e santificare dall’amore misericordioso di Dio, dall’ascolto
della Parola della croce. Ogni cristiano, nel Giubileo, ha potuto vivere
un’esperienza forte della misericordia di Dio, riscoprendosi, con tanti
fratelli, popolo pellegrinante verso la sorgente del perdono e della
riconciliazione.
La
risposta libera e responsabile a tale appello del Signore, con la conversione
e nella perseveranza fino al martirio, è e rimane il messaggio più forte
e convincente che la Chiesa può trasmettere nella storia. Non a caso, altro
momento fondamentale dell’anno giubilare è stata la celebrazione della
moltitudine di testimoni della fede, la cui vita nel corso del
XX secolo è stata pienamente
conformata a quella dell’Agnello. Ed è stato importante accorgersi che i martiri
hanno già saputo vivere quell’unità della Chiesa che noi oggi purtroppo non
sappiamo ancora realizzare, sebbene tale desiderio abiti nel cuore del Signore
che noi diciamo di amare (cf. 1Pt 1,8). «Circondati da un così grande numero di
testimoni» (Eb 12,1), ci sentiamo accompagnati e incoraggiati in un cammino di
costante e profonda conversione verso la gioia e la speranza.
8. – Consapevoli
del bisogno di senso dell’uomo d’oggi, teniamo «fisso lo sguardo su Gesù,
autore e perfezionatore della fede» (Eb 12,2). Nel contempo, vogliamo custodire
nella memoria e nei cuori come un bene prezioso i tesori di sapienza e i moniti
accumulati negli oltre trent’anni trascorsi dal grande evento del Concilio.
Tutto questo ci fa avvertire l’urgenza di rinnovare e approfondire la
nostra collaborazione alla missione di Cristo. L’amore di Cristo ci
spinge ad annunciare la speranza a tutti i fratelli e le sorelle del nostro
paese: Cristo è risorto, la morte è vinta, e vi sono ancora migliaia di uomini
che accettano di morire per testimoniare la verità della risurrezione del
Signore.
Ora sta
a noi metterci al servizio della missione dell’Inviato del Padre, assumendo la
vocazione battesimale alla santità. Ci potranno accompagnare ed essere di
stimolo le parole di John Henry Newman, che così amava rivolgersi in preghiera
al Signore:
«Stai con me, e io inizierò a
risplendere come tu risplendi;
a risplendere fino ad essere luce
per gli altri.
La luce, o Gesù, verrà tutta da te:
nulla sarà merito mio.
Sarai tu a risplendere, attraverso
di me, sugli altri.
Fa’ che io ti lodi così, nel modo
che tu più gradisci,
risplendendo sopra tutti coloro che
sono intorno a me.
Da’ luce a loro e da’ luce a me;
illumina loro insieme a me,
attraverso di me.
Insegnami a diffondere la tua lode,
la tua verità, la tua volontà.
Fa’ che io ti annunci non con le
parole ma con l’esempio,
con quella forza attraente, quella
influenza solidale che proviene da ciò che faccio,
con la mia visibile somiglianza ai
tuoi santi,
e con la chiara pienezza dell’amore
che il mio cuore nutre per te.».
9. – Gli
orientamenti pastorali che seguono scaturiscono da queste considerazioni
introduttive e, nel medesimo tempo, vogliono essere una risposta all’invito
formulato da Giovanni Paolo II a guardare avanti, a «prendere il largo», con un
dinamismo nuovo e nuove iniziative concrete.
Lo stesso
Santo Padre, nella lettera apostolica Novo millennio ineunte, invita
esplicitamente le singole Chiese a raccogliere le indicazioni pastorali che
emergono dall’esperienza giubilare e a incarnarle nella loro situazione
culturale ed ecclesiale, avvalendosi anche del lavoro collegiale svolto nelle
Conferenze episcopali.
Abbiamo accolto tale invito e, senza fare un nostro diverso cammino, ci siamo
inseriti nel solco aperto dalla lettera apostolica di Giovanni Paolo II, per
meditarla, cogliervi le indicazioni più pertinenti per la situazione italiana e
favorire così, da parte di ciascuna diocesi, la formulazione dei veri e propri
itinerari pastorali.
La Novo
millennio ineunte è da considerarsi pertanto il testo di primario
riferimento di questi anni. Gli orientamenti pastorali che seguono ne
sono una lettura e uno sviluppo, per meglio accoglierlo e attuarlo. Nella
prima parte, stimolati dalla celebrazione del Giubileo, concentreremo
l’attenzione su Gesù Cristo, l’Inviato del Padre. Quindi, partendo da alcuni
elementi di analisi dell’ambiente culturale in cui viviamo, offriremo
indicazioni ecclesiologiche e pastorali per la comunicazione del lieto annuncio
cristiano, centrandole sul mistero dell’Incarnazione. Solo guardando ad esso le
nostre Chiese particolari potranno riprendere con rinnovato slancio la propria
missione evangelizzatrice, a servizio della missione di Cristo.
Capitolo I - Lo sguardo fisso su Gesù, l’Inviato del Padre
«La vita si è fatta visibile… la vita eterna,
che era presso il Padre e si è resa visibile a
noi» (1Gv 1,2)
10.
– La Chiesa può affrontare il compito dell’evangelizzazione solo ponendosi,
anzitutto e sempre, di fronte a Gesù Cristo, parola di Dio fatta carne.
Egli è «la grande sorpresa di Dio»,
colui che è all’origine della nostra fede e che nella sua vita ci ha lasciato un
esempio, affinché camminassimo sulle sue tracce (cf. 1Pt 2,21). Solo il continuo
e rinnovato ascolto del Verbo della vita, solo la contemplazione
costante del suo volto permetteranno ancora una volta alla Chiesa di comprendere
chi è il Dio vivo e vero, ma anche chi è l’uomo. Solo seguendo l’itinerario
della missione dell’Inviato – dal seno del Padre fino alla glorificazione alla
destra di Dio, passando per l’abbassamento e l’umiliazione del Messia –, sarà
possibile per la Chiesa assumere uno stile missionario conforme a quello del
Servo, di cui essa stessa è serva. La Chiesa, come ha detto il Concilio,
«mira a questo solo: a continuare, sotto la guida dello Spirito Paraclito,
l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza
alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito».
Questa è la missione della Chiesa nella storia e al cuore dell’umanità. Perciò
essa medita anzitutto e sempre «sul mistero di Cristo, fondamento assoluto di
ogni nostra azione pastorale».
Il primo passo
per riprendere vigore e motivazioni autentiche nel servizio che ci è stato
affidato, consisterà quindi nel rivolgerci all’itinerario del Verbo della
vita, in tutta la sua interezza: egli è colui che è uscito dal Padre
ed è venuto nel mondo (cf. Gv 16,28) per rivelarci il volto del Padre e donarci
lo Spirito Santo, perché potessimo partecipare alla vita divina. Ci soffermeremo
anzitutto a guardare Gesù l’Inviato del Padre, poi Gesù in mezzo a noi, quindi
Gesù il Risorto e infine Gesù che viene già ora e poi nella gloria, nel
suo Regno eterno. Si tratta di quattro momenti di un’unica e indissociabile
missione che dev’essere contemplata quale fonte ispiratrice della nostra
pastorale.
Gesù, l’Inviato del Padre
11. – «Dio, che
aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per
mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del
Figlio» (Eb 1,1-2). L’invio del Figlio da parte del Padre avviene in
una storia, che ha inizio con la creazione stessa dell’umanità. Non
sorprenda se, parlando di Cristo, risaliamo fino all’«in principio» (Gen 1,1).
Lo ricorda san Paolo agli Efesini: «Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,…
in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo… predestinandoci a essere
suoi figli adottivi» (Ef 1,3-5).
Nel libro della
Genesi ci viene rivelato che Dio crea l’uomo a sua immagine e somiglianza (cf.
Gen 1,26-27), gli affida un creato frutto della sua parola benedicente e lo pone
in un giardino, spazio di bellezza che racchiude l’albero della vita e l’albero
della conoscenza del bene e del male (cf. Gen 2,8-16). Il primo simboleggia la
vocazione alla pienezza, alla comunione; il secondo rappresenta la condizione
fondamentale per godere pienamente del dono della vita: saper discernere dietro
al dono il Donatore, imparare che solo nel riconoscimento del Creatore e di sé
come creatura è possibile la comunione con Dio, con l’altro, con la creazione.
L’albero della conoscenza del bene e del male raffigura il limite della
creaturalità, condizione indispensabile per un autentico esercizio della
libertà.
Il cammino
dell’uomo è però tragicamente messo in crisi dal peccato (cf. Gen 3),
perché – come commenta sant’Ireneo – «l’uomo era bambino, e il suo senso del
discernimento non era ancora sviluppato. Così venne facilmente ingannato dal
seduttore».
È il dramma della storia, in cui la libertà ha saputo a volte declinarsi come
amore, ma spesso anche come negazione dell’altro e di Dio. E tale duplice
possibilità attraversa la vita di ciascuno di noi: nessuno è senza peccato, e
tuttavia nessuno di noi è totalmente estraneo all’esperienza del vero amore.
12. –
L’Antico Testamento narra i ripetuti tentativi di Dio per ricondurre la
creazione al fine per cui l’ha creata: essere spazio di vita e di bellezza. Ma,
per attuare questo disegno, Dio si serve sempre della libertà dell’uomo.
Con ogni essere umano che viene al mondo è immesso un potenziale di novità nella
storia,
nel bene come nel male. L’uomo è creatura responsabile,
capace con la sua libertà di dare inizio a nuove vie, di vita o di morte.
Così, Dio fa un’alleanza
con Noè, quindi con Abramo, e poi ancora con Mosè. Attraverso tali proposte, Dio
chiama gli uomini a riscoprire la loro dignità di figli e la loro vocazione alla
santità mediante l’ascolto della sua parola. Alle alleanze si aggiungono le
incessanti esortazioni alla conversione che Dio fa al suo popolo Israele
per mezzo dei profeti. Così si legge, ad esempio, nel profeta Geremia: «Io
inviai a voi tutti i miei servitori, i profeti, con premura e sempre; eppure
essi non li ascoltarono e non prestarono orecchio… Questo è il popolo che non
ascolta la voce del Signore suo Dio né accetta la correzione» (Ger 7,25.28).
I profeti
mettono in guardia anche gli uomini più «religiosi»; il rischio maggiore è stato
ed è quello di cadere nell’equivoco di compiere atti di culto al Signore
senza che sia coinvolto il cuore, senza permettere al Signore di entrare
veramente nella nostra vita e senza compiere poi il cammino imprevedibile a cui
egli chiama (cf. Os 6,6; Am 5,21; Is 1,12-17; Ger 7,1-15). Il salmista
riconosce: «Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non
hai chiesto olocausto e vittima per colpa. Allora ho detto: “Ecco, io vengo”.
Sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere. Mio Dio,
questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore» (Sal 40,7-9). E
la volontà del Signore è la pace, la giustizia, il bene, è soprattutto l’amore
per i più piccoli e indifesi; la sua volontà è che gli uomini vivano una vita
piena, cioè buona, bella e beata.
Ma è l’incarnazione
del Verbo l’evento che rende visibile, tangibile e sperimentabile, da parte
degli uomini, l’intenzione eterna di Dio. Egli non parla più attraverso
intermediari. La sua Parola si fa carne, nascendo dalla Vergine Maria, e
nell’umanità che assume diventa completamente solidale con noi. Tutta la storia
era orientata a questo evento. L’apostolo Paolo esprime costantemente questa
intenzione: il nostro riferimento a Cristo non è qualcosa di secondario, né
tanto meno di casuale. A questa relazione noi siamo preordinati da sempre:
costituisce la nostra vocazione a quella pienezza di vita che è stata pensata da
Dio per noi sin dal principio e che ci sarà data nel Regno, quando tutte le
realtà saranno ricapitolate in Cristo (cf. Ef 1,10).
13. – La storia
della salvezza non è segnata solo dalle ripetute chiamate di Dio, ma anche dai
ripetuti rifiuti da parte dell’uomo di accogliere la via della vita. Lo
stesso Verbo di Dio, ci ricorda l’evangelista Giovanni, «venne fra la sua gente,
ma i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1,11). Gesù, nel Vangelo di Giovanni, indica
la radice profonda del rifiuto, dell’incredulità, e lo fa servendosi di un
linguaggio duro, che richiede di essere decifrato: «Io dico quello che ho visto
presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre
vostro!… Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate,
perché non siete da Dio» (Gv 8,38.47). La radice della fede biblica sta
nell’ascolto, attività vitale, ma anche esigente. Perché ascoltare
significa lasciarsi trasformare, a poco a poco, fino a essere condotti su strade
spesso diverse da quelle che avremmo potuto immaginare chiudendoci in noi
stessi. Le vie che Gesù indica sono segnate dalla bellezza, perché bella è la
vita di comunione, bello lo scambio dei doni e della misericordia; ma sono vie
impegnative. Di qui la tentazione di non aprirgli la porta, di lasciarlo fuori
dalla nostra esistenza reale. La storia del peccato, infatti, è sempre
radicata nella storia del non ascolto. Anche se – va detto con forza –
nessuno di noi può giudicare l’ascolto degli altri, neppure di coloro che si
dichiarano lontani dalla fede.
14. –
Colui che è stato inviato per manifestarci in pienezza l’intenzione del Padre,
nel farsi vicino a noi segue l’unica traiettoria capace di fare breccia nella
nostra sordità, di parlare realmente al nostro cuore: la via della kènosis,
dell’abbassamento, dell’umiliazione. L’umiltà è il tratto più
caratteristico dell’amore di Dio rivelato dall’Inviato del Padre. Scrive san
Tommaso, riprendendo sant’Agostino: «Una così grande umiltà di Dio
[manifestatasi nell’Incarnazione, cioè nell’invio del Figlio] è in grado di
rimproverare e di guarire la superbia dell’uomo».
La discesa,
l’umiliazione del Verbo ci è spiegata da una pagina preziosa della
lettera ai Filippesi, che non a caso la liturgia della Chiesa ripropone in
occasione delle maggiori feste cristologiche: «Abbiate in voi gli stessi
sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in
forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte
di croce» (Fil 2,5-8). In Cristo, Dio si è comunicato e si comunica mediante una
profonda condivisione dell’esperienza umana. Egli non ha rifuggito
l’opacità della storia, ma l’ha assunta per redimerla. Il Verbo, condividendo la
condizione umana, l’ha illuminata rivelando le profondità di Dio. Lui che da
sempre era presso Dio, per rivelare Dio si è posto accanto all’uomo. Anzi, si
può dire di più: ha mostrato il volto di Dio attraverso il dono di sé sino alla
morte, e alla morte in croce. La croce è diventata la suprema cattedra
per la rivelazione della sua nascosta e imprevedibile identità: il
volto dell’amore che si dona e che salva l’uomo condividendone in tutto la
condizione, «escluso il peccato» (Eb 4,15). La Chiesa non lo dovrà mai
dimenticare: sarà questa la sua strada a servizio dell’amore e della rivelazione
di Dio agli uomini.
15. – In tal
modo l’abbassamento divino, manifestato dall’Inviato del Padre, diviene
rivelazione di ciò che regge l’universo: l’amore di Dio, un amore tale da
prevedere e superare anche l’infedeltà dell’uomo, il cattivo uso che questi
avrebbe fatto del dono della libertà; in una parola, il peccato. L’Apocalisse di
Giovanni, spingendosi fino alle profondità ultime del mistero dell’Inviato del
Padre, arriva a riconoscere in lui l’Agnello immolato «fin dalla fondazione del
mondo» (Ap 13,8), Colui dalle cui piaghe siamo stati guariti (cf. 1Pt 2,25; Is
53,5).
Gesù in mezzo a noi
16. – La
missione dell’Inviato del Padre diventa visibile e udibile soprattutto
dal giorno in cui Gesù dà inizio all’annuncio del regno di Dio e lo manifesta in
mezzo a Israele. Essa trova il suo vertice nei giorni in cui, affrontando la
passione e la croce, Gesù svela pienamente il volto del Padre con il dono totale
di sé e opera la nostra redenzione. Tuttavia, non è soltanto la vita pubblica di
Gesù a esprimerne la missione, ma è tutta la parabola della sua
esistenza.
È
significativo il gesto che Giovanni Paolo II ha voluto compiere durante il
Giubileo: uno speciale pellegrinaggio lungo la storia, «sostando in alcuni dei
luoghi che sono particolarmente legati all’Incarnazione del Verbo di Dio».
Così facendo, il Papa ha dato evidenza a una regola fondamentale per la Chiesa:
tornare sempre alle proprie origini, ricavare linfa dalle proprie radici, ridare
evidenza all’essenziale. Tutto ciò che Gesù ha vissuto nella sua carne è per noi
un’occasione fondamentale di insegnamento, poiché «Cristo svela pienamente
l’uomo all’uomo».
17. – Gesù ha
conosciuto come ogni uomo le tappe della crescita fisica,
psicologica, spirituale. Emblematiche, al riguardo, sono le parole
dell’evangelista Luca, che descrivono la vita di Gesù a Nazaret con i
suoi genitori e la partecipazione alla vita religiosa del suo popolo (cf. Lc 2).
Ciò significa che anch’egli, come ogni uomo, ha dovuto accettare la famiglia in
cui è nato, il contesto culturale in cui è cresciuto, nonché le potenzialità e i
limiti della propria corporeità. Sono queste le condizioni umanissime per
crescere in età e sapienza. Ma, come ogni figlio di Israele, egli ha altresì
letto e ascoltato le parole del Dio dei padri, cogliendovi la propria storia e
quella del suo popolo. Lo vediamo pertanto frequentare le sinagoghe e il tempio,
per pregare e per ascoltare e interrogare i maestri del suo tempo. Luca
riassume, in forma assai breve ma efficace: «Gesù cresceva in sapienza, età e
grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52).
18. – I Vangeli
narrano poi il suo battesimo (cf. Mt 3,13-17), evento denso di
significati. Recandosi dal Battista, Gesù mostra – come farà per tutta la vita –
il proprio grande amore per i peccatori, facendosi solidale con loro; ma,
soprattutto, egli riceve la testimonianza dall’alto di essere il Figlio,
l’Amato, colui nel quale il Padre ha posto ogni compiacimento. L’esperienza del
battesimo segna una svolta decisiva nella vita di Gesù: lascia la casa e
si prepara a svolgere un ministero pubblico, ad assumere fino in fondo la
propria missione di Inviato del Padre, predicando l’avvento del regno di
Dio.
19. – A questo
punto, i Vangeli sinottici narrano di un tempo vissuto da Gesù nel deserto,
a lottare contro Satana, armato soltanto delle Scritture e della consapevolezza
di essere amato dal Padre (cf. Mt 4,1-11). Egli ripercorre l’esperienza
della tentazione, come Adamo nel giardino dell’Eden, come Israele nel
deserto e come ciascuno di noi nella vita quotidiana, uscendone però
vincitore: è lui il nuovo Adamo, l’uomo che ha saputo crescere nella propria
libertà fino a essere capofila di una nuova umanità, condotta, al suo
seguito, dal deserto del peccato alla terra promessa del Regno. Ascoltare la
Parola di Dio e lottare contro le tentazioni, contro i «pensieri malvagi» (Mc
7,21) che allontanano dalla via della vita: è il cammino necessario a ogni
cristiano per imparare a usare la propria libertà amando Dio e i fratelli.
20. – Gesù
inizia ad annunciare ciò che in lui si è compiuto: l’instaurarsi della
regalità di Dio, della sua volontà che rende pienamente uomini (cf. Mc
1,14-15). Il «Figlio dell’uomo» invita a seguire il suo cammino, che è quello
del Regno, «e ne illustra le esigenze e la potenza attraverso parole e segni di
grazia e misericordia».
Dalla Galilea, in cui è cresciuto, risuona così il Vangelo, la buona
notizia per i poveri, i prigionieri, gli oppressi: Gesù proclama e inaugura
l’anno di grazia del Signore (cf. Lc 4,14-21), annuncia che saranno i piccoli e
gli umili a «regnare» (cf. Mt 5,3-12).
L’opera di
evangelizzazione da parte di Gesù è così riassunta nella predicazione di Pietro:
«Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò
beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo,
perché Dio era con lui» (At 10,38). Gesù è passato facendo il bene: ha
condotto una vita buona, nel senso che ha aiutato gli altri a far emergere il
potenziale di bene e di vita che li abitava, liberandoli dal potere del demonio
e risanandoli dalle contraddizioni di cui erano prigionieri. Egli è stato anche
un ascoltatore attento del suo tempo, capace di valorizzare tutto
il bene disseminato in Israele e nella cultura del suo popolo.
21. – Ma in che
cosa consiste la via verso il Regno che Cristo illustra? Essa è fatta di
ascolto della volontà del Padre, di pratica della misericordia e
della giustizia, di servizio umile e amoroso per i fratelli; tutto
per poter giungere a condividere con ogni essere umano il banchetto
escatologico, segno di quella comunione che è la vita stessa di Dio.
A questa
missione Gesù associa i Dodici e li rende partecipi del suo
annuncio e della sua autorità sulle forze del male (cf. Mc 3,13-15). Egli li
istruisce, li chiama a stare con lui, a imparare dalla sua umiltà e mitezza (cf.
Mt 11,29).
È molto
significativo anche il linguaggio scelto da Gesù per fare entrare i suoi
interlocutori nella comprensione del Regno. Egli parla in parabole,
ricorre cioè all’esperienza di ogni figlio del suo popolo: nelle parabole e
nelle similitudini impiegate da Gesù troviamo allusioni alla vita di ogni
giorno. In tal modo si svela una profonda capacità di trarre lezione e
consolazione da ogni creatura e da ogni evento. Gesù sa discernere e far
comprendere la bellezza della vita attraverso i simboli che si celano dietro
alle esperienze umanissime della vita quotidiana. E fare appello all’esperienza
significa coinvolgere la libertà di colui che ascolta.
Sì, la sua è
stata una vita bella, vissuta in pienezza: è stato un uomo sapiente,
capace di vivere tutti i registri delle relazioni umane, compreso quello dell’amicizia;
le pagine evangeliche sulla «casa di Betania» sono tra le più affascinanti di
tutta la Scrittura (cf. Lc 10,38-42; Gv 11,1-44; 12,1-8). Se non comprendiamo
come tutta l’esistenza di Gesù sia stata manifestazione di una vita vissuta
nell’amore di Dio e degli uomini e nella libertà integrale, rischiamo di
fraintendere anche l’esito drammatico della sua storia.
22. –
Tutti i Vangeli concordano nel narrare una crescente tensione nei
confronti di Gesù. Egli ne porta il peso sempre più da solo, fino all’abbandono
da parte di tutti (cf. Mc 14,50) di fronte alla sua fine «ingloriosa». Sulla
croce, come un «maledetto da Dio» (cf. Gal 3,13), egli non ha più attorno a
sé alcun segno tangibile dell’amore del Padre, neppure la voce dall’alto che
aveva dato inizio alla sua missione al Giordano e che lo aveva confermato
nell’ora della Trasfigurazione (cf. Mt 3,17; 17,5). Anche quegli evangelisti che
ricordano la presenza sotto la croce di persone a lui care, ce le presentano
mute: solo Gesù parla e conforta. Egli aveva instancabilmente insegnato che la
via verso la pienezza della vita consiste nel sacrificare la propria vita
liberamente e per amore: ora, nonostante l’estrema solitudine, rimane
totalmente fedele alla missione ricevuta, amando sino alla fine, continuando
a perdonare anche dalla croce (cf. Lc 23,34).
È importante,
però, sottolineare che Gesù si mostra capace di giungere a questa estrema
libertà perché ha coltivato una vita interiore, un dialogo con il Padre.
I Vangeli ci dicono come egli amasse ritirarsi in preghiera prima di iniziare le
sue giornate, soprattutto nelle ore più decisive della sua vita: prima di
iniziare il suo ministero pubblico, di fronte alla crescente popolarità in
Galilea e ancora quando ormai si profila evidente l’ostilità che porterà al
«fallimento» umano della sua missione. Come non ricordare, poi, la preghiera al
Padre nel Getsemani, prima dell’ora decisiva della sua morte in croce? Per
quanto immerso nella paura e nell’angoscia, egli si rivolge a Dio con la
tenerezza e la fiducia del Figlio amato: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te,
allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu»
(Mc 14,36).
23. – L’intima
relazione con il Padre fa sì che Gesù sappia amare i suoi «sino alla
fine» (Gv 13,1). E non solo i suoi: tutti gli evangelisti ci raccontano i
gesti di amore, le parole che egli rivolge a tutti coloro che gli sono accanto e
a tutti coloro che incontra, fino alla morte. Alla luce dei suoi gesti e delle
sue parole, rivolti soprattutto ai peccatori che rappresentano un po’ tutta
l’umanità, è possibile leggere la croce stessa come una
parola d’amore di Dio in Gesù, come l’estremo appello della misericordia
divina affinché ci convertiamo alla volontà del Padre.
Anche il
pensiero di Gesù, nei giorni della sua passione, rivolto al futuro della sua
comunità e del suo messaggio è il frutto dell’amore «sino alla fine». Nel
Vangelo di Giovanni, questa sollecitudine ci è narrata nelle figure di Maria e
del discepolo amato, affidati da Gesù l’uno all’altra, affinché prosegua e si
realizzi nella storia la vocazione filiale di ogni uomo (cf. Gv 19,25-27). Ma,
ancor più chiaramente, tale compito di trasmissione del Vangelo del Regno è
affidato da Gesù ai suoi discepoli nell’ultima cena consumata con loro,
quando egli consegna loro un memoriale, un racconto e dei gesti capaci di
trasmettere il senso della sua vita e della sua morte per ogni uomo.
Nell’istituzione dell’Eucaristia, egli spiega e rende presente la Nuova Alleanza
che sta per siglare con il suo sangue: non più i sacrifici di un tempo, bensì il
totale dono di sé, il totale affidamento alla volontà del Padre, l’amore «sino
alla fine», sul suo esempio. Commenterà san Paolo: il «culto spirituale» dei
cristiani consiste nell’offrire a Dio tutta la vita (cf. Rm 12,1-3), per farne
una narrazione dell’amore di Dio per gli uomini.
Gesù, il Risorto
24. – Se il
racconto terminasse qui, non sarebbe sufficiente a suscitare e sostenere la
nostra fede. Il Messia che annunciava l’imminenza del regno di Dio è morto come
un maledetto, appeso al legno della croce. I discepoli si smarriscono, hanno
paura (cf. Gv 20,19); alcuni, come i due di Emmaus, lasciano Gerusalemme (cf. Lc
24,13). Il pastore è stato colpito e le pecore sono disperse. Gesù stesso
l’aveva annunciato: «Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notteuesta
notte sarò per tutti voi motivo diqu» (Mt 26,31).
Qui interviene
invece un’esperienza decisiva per la comprensione del significato della morte di
Gesù, per l’origine della Chiesa, per il raduno dei figli di Dio in Cristo e per
l’annuncio della parola definitiva di Dio sulla storia: la Risurrezione.
È la Risurrezione il fondamento della nostra fede e della nostra
speranza, come ricorda l’apostolo Paolo: «Se Cristo non è risorto, è vana la
vostra fede» (1Cor 15,14). La Risurrezione è infatti la conferma che,
davanti agli uomini, Dio dà alla missione portata a compimento dal Figlio; è l’elevazione
del Messia crocifisso a Signore del cosmo e della storia, la sua esaltazione a
redentore e giudice dell’umanità intera. Così canta l’inno della lettera ai
Filippesi, dopo aver sottolineato l’abbassamento di Cristo Gesù fino alla morte
di croce: «Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra
di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli,
sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore,
a gloria di Dio Padre» (Fil 2,9-11). La Chiesa, professando la risurrezione di
Gesù e la sua ascensione alla destra del Padre, riconosce che l’umanità
intera è ormai con Cristo in Dio (cf. Col 3,1-4). Infatti Dio «nella
sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù
Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe,
non si macchia e non marcisce» (1Pt 1,3-4).
25. – La
Risurrezione è altresì accompagnata dall’effusione dello Spirito Santo,
che rende possibile anche a noi di seguire l’itinerario di abbassamento e di
innalzamento del Figlio: è l’evento che ci dischiude la possibilità di diventare
«partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4), di essere figli nel Figlio.
La nostra
speranza si fonda unicamente sul fatto che la via tracciata da Gesù di
Nazaret è quella che conduce anche noi alla vita piena ed eterna: «Dio, che ha
risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza» (1Cor 6,14).
Noi possiamo comprendere, di giorno in giorno, che vivendo cristianamente si fa
il bene – lo si fa emergere nella storia –, che la vita cristiana è bella, degna
di essere vissuta; possiamo anche sperimentare umanamente che vale la pena di
vivere offrendo la vita per amore. Ma, senza l’intervento divino che risuscita
il Figlio, senza l’azione potente dello Spirito, l’orizzonte della nostra
speranza si farebbe labile e nell’ora della prova e della debolezza non potremmo
far altro che venire meno. Grande «prova» della risurrezione del Signore è
proprio l’immensa schiera di uomini e donne che hanno trovato la forza per
rimanere fedeli al Vangelo fino alla morte. Mostrando che c’è una ragione
per cui vale la pena di dare la vita – cioè l’amore di Dio e dei fratelli –,
essi hanno svelato di essere abitati da una ragione per cui valeva la pena di
vivere: hanno trovato il senso della vita, della storia, del mondo,
riconoscendo, con l’apostolo Paolo, che la potenza di Dio si manifesta nella
debolezza (cf. 2Cor 12,9) e che la nostra fede non è fondata sulla sapienza
umana ma sulla potenza di Dio (cf. 1Cor 2,3-5).
Le apparizioni
del Risorto riguardarono solo la prima generazione di testimoni; anche a noi
tuttavia, come a loro, è possibile fare un’esperienza della Risurrezione,
anzitutto nell’adesione alla testimonianza apostolica e poi nel dono vicendevole
dell’amore e del perdono: è in vista di questi doni, infatti, che è stato effuso
dal Risorto lo Spirito sulla Chiesa, come testimoniano i racconti evangelici
delle apparizioni (cf. Gv 20,19-23). Dono della comunione, testimonianza sino
alla fine, remissione dei peccati: sono i segni grandi della presenza dello
Spirito del Risorto nella storia.
26. – La
Risurrezione fa della storia umana lo spazio dell’incontro possibile con la
grazia di Dio, con quell’amore gratuito che fin dall’inizio ha creato l’uomo
per vivere in comunione con lui e donargli la vita eterna. Questo è il progetto
di Dio, questa la sua volontà, per tutti! Ed è bene che torniamo a insistere,
nella predicazione e in altre forme di comunicazione, sul fondamento e sul
significato di questa speranza per la vita dei cristiani e degli uomini tutti.
Dio ci ha fatti
venire all’esistenza con la sua parola, ci ha pensati e amati da sempre e chiama
ciascuno per nome. Qui sta la ragione profonda della nostra vita sulla terra e
qui sta il fondamento della nostra speranza in una vita oltre la morte: Dio
ci ama «di amore eterno» (Ger 31,3). Va aggiunto che la vita eterna
non scaturisce dall’esistenza isolata e autosufficiente dell’uomo, né dalla sua
propria forza, ma unicamente dalla vita di relazione con il suo Creatore:
tale relazione è costitutiva del suo essere più profondo. Dio stesso non è
solitudine, ma relazione sussistente: «Dio è amore» (1Gv 4,8). Ma relazione,
amore, significano vita: Dio ha fatto esistere l’uomo per renderlo partecipe
della sua stessa vita.
27. – Attraverso
Gesù Cristo, suo inviato nel mondo, il Padre ha manifestato definitivamente il
suo desiderio di una vita piena ed eterna per gli uomini e ha
attuato tale disegno nella storia (cf. Ef 3,11). Ancora una volta ritornano alla
mente le parole della prima lettera di Giovanni che abbiamo scelto come icona
biblica per questi nostri orientamenti: noi annunciamo il Verbo della vita che
abbiamo udito e contemplato, «poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo
veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era
presso il Padre e che si è resa visibile a noi» (1Gv 1,2). Con la sua vita Gesù
ci ha mostrato come vivere e come morire, con la sua risurrezione ci ha svelato
qual è il cammino nel quale la parola del Padre introduce colui che lo ascolta
ed entra pienamente in relazione con lui.
Il primo passo
per aprirci al dono della vita è aprire l’orecchio del nostro
cuore alla parola di Dio, è affidarci ad essa, lasciando che la nostra
assiduità con Gesù Cristo e con il suo Vangelo illumini e sostenga ogni istante
delle nostre esistenze. Gesù è l’Inviato del Padre che ci chiama alla pienezza
della vita: è aderendo a lui – questo significa «credere» – che anche noi
potremo partecipare pienamente al dialogo che non ha fine tra il Figlio e il
Padre, imparando a dire in verità: «Abbà, Padre!».
28. – Gesù ci ha
insegnato a dire «Abbà», a pregare il Padre nel segreto (cf. Mt 6,6). Ci ha
consegnato anche una preghiera che noi tutti recitiamo ogni giorno e che inizia
con le parole «Padre nostro»: essere in Cristo significa riconoscere
l’unica fonte della vita, il Padre di tutti, e significa riconoscere
il Corpo di Cristo che è la Chiesa. Non potrebbe essere altrimenti: se la
vita che Dio ci ha dato trova un senso e una pienezza nella relazione, se Gesù
Cristo l’ha manifestata agli uomini attraverso relazioni concrete d’amore per i
fratelli e le sorelle con cui è vissuto, anche noi possiamo pregustare la vita
eterna soltanto attraverso i tangibili e quotidiani rapporti di amore che
riusciamo a intessere con tutti gli altri figli dell’unico Padre. Ogni forma di
amore – il perdono, il dono di sé, la condivisione, e mille altre ancora – è il
luogo in cui trapela per ognuno di noi qualche raggio dell’eternità. Perché
la vita eterna è l’amore (cf. 1Cor 13,8; 1Gv 3,14).
Chi è assiduo
nell’ascolto del Signore e si apre all’ascolto dei fratelli, diventerà capace a
poco a poco di vincere la paura della morte. Solo i profondi rapporti
d’amore con Dio e con chi ci è accanto, infatti, sanno indicarci con forza un
«al di là», una verità verso la quale siamo incamminati e che sta sotto il segno
dell’eternità. Allora anche il lento declino del nostro corpo potrà lasciar
spazio ad altre certezze interiori, come ricorda san Paolo: «Se anche il nostro
uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in
giorno» (2Cor 4,16).
Questo è
l’annuncio cristiano sulla vita eterna: esso si fonda sulla Risurrezione
di Cristo, ma già fin d’ora ognuno di noi può intuire e pregustare la vita
eterna nella Chiesa, nella communio sanctorum, così come in ogni
relazione umana segretamente trasfigurata dall’amore di Dio, in ogni esperienza
di perdono accolto e donato. Testimoniando e predicando tutto questo, noi
svolgiamo il nostro servizio alla missione di Cristo.
Gesù, colui che viene
29. – Noi viviamo tra il
giorno della risurrezione di Cristo e quello della sua venuta.
Egli è colui che verrà alla fine dei tempi, per portare a compimento in tutto il
creato la volontà del Padre. Per questo il cristianesimo vive nell’attesa,
nella costante tensione verso il compimento; e dove tale attesa viene meno c’è
da chiedersi quanto la fede sia viva, la carità possibile, la speranza fondata.
Gesù è colui che è
venuto, viene e verrà. È venuto nell’Incarnazione, verrà nella gloria e nel
frattempo non ci lascia soli: egli continua a venire a noi nei doni del suo
Spirito, nella predicazione della parola di verità, nella liturgia e nei
sacramenti, nella comunione attorno ai pastori nella Chiesa, nell’esperienza
della sua misericordia che a ciascuno è possibile fare, per grazia, nell’intimo
della coscienza. San Bernardo di Chiaravalle parla, con termini assai
indovinati, di un medius adventus,
di un dolce e misterioso venire a noi già oggi del Verbo, che ci visita per
confortarci e darci forza nel cammino della vita. Così dice la liturgia: «Ora
egli viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, perché lo accogliamo
nella fede e testimoniamo nell’amore la beata speranza del suo regno».
Dire che Gesù è
colui che viene, significa rimandare soprattutto, come ricorda il Credo, al
giorno in cui egli «verrà nella gloria a giudicare i vivi e i
morti». Dio, infatti, ha l’iniziativa: egli chiama all’esistenza, ama di amore
preveniente, elargisce con totale gratuità i suoi doni agli uomini. L’uomo,
tuttavia, resta libero di accogliere o di rifiutare il dono della figliolanza
divina in Cristo. È qui che si radica il tema del giudizio, così difficile oggi
da esprimere senza dar luogo a malintesi, eppure così urgente. Si tratta,
infatti, di una realtà presente nelle Scritture e nelle parole stesse di Gesù:
la Chiesa non può dimenticarla, né può smettere di annunciarla per conformarsi
alle attese mondane. Ma come parlare oggi del giudizio di cui Gesù è portatore?
Come proclamare oggi le verità circa la vita eterna in modo che suscitino
un profondo interesse negli uomini alla ricerca di «che cosa sperare» e siano
capaci di scuotere le coscienze e di provocare conversione?
Anzitutto,
dobbiamo osservare come la morte sia per ciascun uomo il momento della
verità, della caduta delle maschere. Ciò che noi siamo realmente si esprime
nello spazio tra l’inizio e la fine della nostra vita terrena. In termini umani,
in questo svelamento finale, che ci rende responsabili di quanto abbiamo
espresso nell’arco dell’unica vita a noi data, consiste il giudizio per ognuno
di noi.
In questo
spazio che è l’esistenza terrena, Dio parla all’uomo, gli indica in mille modi
la via che porta alla vita. Come ricorda il Concilio: «La vocazione ultima
dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere
che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo
che Dio conosce, con il mistero pasquale».
Ma il giudizio
non è solo un fatto personale: esso è anche la risposta di Dio alle domande
di giustizia degli uomini. Alla fine dei tempi si rivelerà la giustizia e la
verità del Signore e troveranno risposta i tanti perché, le tante sofferenze
patite ingiustamente dagli uomini. Il regno di Dio è compimento della giustizia
vera per tutti coloro che nel mondo hanno subìto afflizione e hanno atteso
l’epifania del Signore; è incontro e riconciliazione tra ogni essere umano, e
tra gli uomini e il Padre che è nei cieli.
30. – Gesù ha annunciato in vari modi il giudizio e la vita eterna.
Lo ha fatto con parole di rivelazione e di esortazione, nei discorsi
escatologici dei Vangeli sinottici, e ponendo la carità come criterio del
giudizio con cui, al suo ritorno glorioso, chiederà conto a ognuno dell’uso
fatto del dono della vita (cf. Mt 25,31-46). Come ha ammonito san Giovanni della
Croce, «alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore».
Ma proprio
perché il fine ultimo delle nostre vite è l’amore e la comunione, non possiamo,
in una visione veramente conforme al Vangelo, restare indifferenti nel vedere
altri che rifiutano l’accesso al regno della vita, siano pure nostri nemici o
persecutori. Gesù non è venuto a condannare, ma a salvare: «Se qualcuno ascolta
le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per
condannare il mondo, ma per salvare il mondo» (Gv 12,47).
Gesù,
nella sua vita, non ha condannato nessuno, ma ha mostrato in ogni recesso della
nostra tenebra vie di luce, in ogni luogo della nostra disobbedienza la strada
dell’adesione alla volontà del Padre. Le sue ultime parole dalla croce sono
state di perdono verso i suoi persecutori. La croce stessa è stata lo
svelamento di una verità che è misericordia, che apre alla speranza
invitando l’uomo fino all’ultimo istante alla conversione. La croce è lo
svelamento di un Dio che ha voluto condividere le nostre sofferenze facendosi
solidale fin dove ha potuto con noi peccatori, cioè portando il suo amore al
cuore della nostra stessa inimicizia. Dice san Paolo: «Dio dimostra il suo amore
verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm
5,8). Si ricordino le parole di un Padre della Chiesa: «Il più grande peccato è
non credere nelle energie della Risurrezione»,
ovvero disperare della misericordia divina.
31. –
Contemplando le realtà ultime nelle Scritture e soprattutto nelle parole di
Gesù, la Chiesa ha sempre riconosciuto che Dio rispetta a tal punto l’uomo
da lasciarlo libero di accogliere o non accogliere la grazia. Per questo,
la Chiesa ritiene che sia possibile sottrarsi allo spazio della figliolanza
divina, operando in tal modo da se stessi un giudizio sulla propria vita.
Inoltre, la
tradizione cattolica sottolinea come lo svelamento della nostra verità alla fine
della vita comporti l’esigenza di una purificazione per poter
accedere al banchetto del Regno, alla comunione con tutta l’umanità radunata
attorno all’Agnello. Perché solo ciò che è stato in noi sotto il segno
dell’amore non avrà mai fine, come ricorda l’apostolo Paolo, mentre ciò che è
imperfetto è destinato a scomparire (cf. 1Cor 13,8-10). Davanti a Dio proveremo
disgusto di noi stessi (cf. Ez 20,43) e il suo amore misericordioso compirà in
ciascuno di noi la necessaria purificazione affinché possiamo entrare a far
parte della Gerusalemme celeste.
Infine, il
tema del giudizio è stato assunto con profonda serietà a partire dal pressante
invito di Gesù alla vigilanza: «Vegliate!» (Mc 13,37). Ogni uomo è
chiamato a prestare attenzione in ogni momento al rivelarsi gratuito di Dio,
della sua misericordia che purifica e risana; è chiamato a scorgere la presenza
della grazia divina attraverso persone ed eventi. Solo custodendo il timore di
non riconoscere Colui che passa tra noi e rimane con noi,
potremo realmente vivere una vita degna dell’eternità.
L’unico
timore che si addice a un cristiano maturo è quello di ferire l’amore con cui
Dio continuamente vuole beneficarci,
non il timore di un castigo. Soltanto così l’annuncio del giudizio può essere
«Vangelo», buona notizia, appello alla conversione, parola che dischiude un
orizzonte di vita e di speranza, che non chiude le porte, ma le apre. La Chiesa
non deve mai dimenticare di essere chiamata a un ministero di misericordia.
A ciascuno di noi spetta, poi, la scelta di entrare o di rimanere fuori,
usufruendo di quella libertà che Dio ha dato all’uomo e che Cristo non ha mai
contraddetto, preferendo piuttosto la via della croce. È la sua grande
debolezza, ma anche la sua più grande forza: «Quando sarò elevato da terra,
attirerò tutti a me» (Gv 12,32). L’uomo ha la possibilità di rifiutare Dio e il
suo amore, ma le braccia di Gesù restano sempre spalancate, pronte
ad accogliere chi si lascia attrarre da lui.
Capitolo II - La Chiesa a servizio della missione
di Cristo
«La
vita… noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza» (1Gv 1,2)
Per
una missione senza confini
32. –
Comunicare il Vangelo è il compito fondamentale della Chiesa. Questo
si attua, in primo luogo, facendo il possibile perché attraverso la preghiera
liturgica la parola del Signore contenuta nelle Scritture si faccia evento,
risuoni nella storia, susciti la trasformazione del cuore dei credenti.
Ma ciò non basta. Il Vangelo è il più grande dono di cui dispongano i cristiani.
Perciò essi devono condividerlo con tutti gli uomini e le donne
che sono alla ricerca di ragioni per vivere, di una pienezza della vita.
L’Eucaristia, fonte e culmine della vita di fede, ci ricorda come la Nuova
Alleanza che in essa si celebra è principio di novità e di comunione per il
mondo intero: Dio continua a radunare intorno a sé un popolo da un
confine all’altro della terra.
La missione ad gentes non è soltanto il punto conclusivo dell’impegno
pastorale, ma il suo costante orizzonte e il suo paradigma per eccellenza.
Proprio la dedizione a questo compito ci chiede di essere disposti anche a
operare cambiamenti, qualora siano necessari, nella pastorale e nelle forme di
evangelizzazione, ad assumere nuove iniziative, «fiduciosi nella parola di
Cristo: Duc in altum!».
33. – Lo
Spirito Santo opera liberamente, a somiglianza del vento che soffia dove
vuole (cf. Gv 3,8) e, al di là delle opache testimonianze che sappiamo dare, la
nostra speranza si fonda soprattutto sulla fiducia che è Dio stesso a condurre
in modo misterioso i fili invisibili della storia. Ma questo non può affatto
deresponsabilizzarci: lo Spirito Santo opera normalmente nel mondo attraverso la
nostra cooperazione. Per questo i credenti sono chiamati a vegliare in ogni
momento, a custodire la grazia della loro vocazione, a collaborare alla gioia e
alla speranza del mondo condividendo la perla preziosa del Vangelo. Ha detto il
Signore Gesù: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore,
con che cosa lo si potrà rendere salato?» (Mt 5,13).
La
presenza certa dello Spirito, semmai, è lì a ricordarci costantemente come
soltanto lasciandoci conformare a Cristo, fino ad assumere il suo stesso sentire
(cf. Fil 2,5), potremo predicare Gesù Cristo e non noi stessi.
L’evangelizzazione può avvenire solo seguendo lo stile del Signore Gesù,
il «primo e più grande evangelizzatore».
Con questo spirito, dopo aver contemplato il Verbo della vita, intendiamo in
questo capitolo dei nostri orientamenti suggerire alcune linee di
fondo sulla missione della Chiesa, intesa in senso ampio come
comunicazione del Vangelo nel mondo odierno.
34. – Partiremo
dunque interrogandoci sull’oggi di Dio, sulle opportunità e sui problemi
posti alla missione della Chiesa dal tempo in cui viviamo e dai mutamenti che lo
caratterizzano, per passare poi a mettere a fuoco alcuni compiti e
priorità pastorali che ci pare di intravedere per i prossimi anni. Vi è però
un’ulteriore e importante premessa da fare. Se vogliamo adottare un criterio
opportuno dal quale lasciarci guidare per compiere un discernimento evangelico,
dovremo coltivare due attenzioni tra loro complementari anche se, a prima
vista, contrapposte. Di entrambe ci è testimone lo stesso Gesù Cristo.
La prima
consiste nello sforzo di metterci in ascolto della cultura del nostro
mondo, per discernere i semi del Verbo già presenti in essa, anche al di
là dei confini visibili della Chiesa. Ascoltare le attese più intime dei nostri
contemporanei, prenderne sul serio desideri e ricerche, cercare di capire che
cosa fa ardere i loro cuori e cosa invece suscita in loro paura e diffidenza, è
importante per poterci fare servi della loro gioia e della loro speranza. Non
possiamo affatto escludere, inoltre, che i non credenti abbiano qualcosa da
insegnarci riguardo alla comprensione della vita e che dunque, per vie inattese,
il Signore possa in certi momenti farci sentire la sua voce attraverso di loro.
L’animo giusto ci pare essere quello che, come scrive san Luca, l’apostolo Paolo
assume dinanzi agli ateniesi riuniti nell’areopago della città (cf. At
17,22-31): vi è un Dio ignoto che abita nei cuori degli uomini e che è da essi
cercato; allo svelamento del volto di Dio noi possiamo contribuire, per grazia,
nella consapevolezza che in quest’opera di annuncio noi stessi approfondiamo la
sua conoscenza.
35. –
L’attenzione a ciò che emerge nella ricerca dell’uomo non significa rinuncia
alla differenza cristiana, alla trascendenza del Vangelo, per
acquiescenza alle attese più immediate di un’epoca o di una cultura. Come
ricorda san Paolo ai cristiani della Galazia: «Vi dichiaro, fratelli, che il
Vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto
né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo» (Gal 1,11-12). Vi
è una novità irriducibile del messaggio cristiano: pur additando un
cammino di piena umanizzazione, esso non si limita a proporre un mero umanesimo.
Gesù Cristo è venuto a renderci partecipi della vita divina, di quella che
felicemente è stata chiamata «l’umanità di Dio». Il Signore ci ha fatti
annunciatori della sua vita rivelata agli uomini e non possiamo misurare con
criteri mondani l’annuncio che siamo chiamati a fare. In certi momenti il
Vangelo è duro, impopolare, perché duri sono i cuori degli uomini – i nostri, a
volte, più di quelli degli altri –, bisognosi di essere ricondotti sulla via
della vita per aprirsi al dono di una nuova e più piena umanità.
Questa
duplice attenzione costituisce la paradossalità dell’esperienza
cristiana, di cui parla uno scritto del secondo secolo: i cristiani sono
uomini come tutti gli altri, pienamente partecipi della vita nella città e nella
società, dei successi e dei fallimenti sperimentati dagli uomini; ma sono anche
ascoltatori della Parola, chiamati a trasmettere la differenza evangelica nella
storia, a dare un’anima al mondo, perché l’umanità tutta possa incamminarsi
verso quel Regno per il quale è stata creata.
Discernere l’oggi di Dio
36. – Ma quali
sono le potenzialità e gli ostacoli che si incontrano oggi nelle nostre
comunità e nel nostro paese per quanto riguarda la diffusione della Buona
Notizia cristiana? Offriamo qui alcune linee di riflessione, ricordando
però che con quanto segue non intendiamo descrivere la mentalità dell’uomo
moderno o delineare un profilo dei non credenti, quasi fossero un mondo a parte
rispetto ai credenti. La mentalità del mondo in cui viviamo può permeare anche
noi cristiani e l’incredulità è tentazione che attraversa anche il nostro cuore:
prendere coscienza dei suoi tratti essenziali è fondamentale per discernere
potenzialità e rischi presenti anche nella nostra esistenza.
37. – Una prima
opportunità che ci pare di poter riconoscere, almeno in qualche misura, in molte
persone è il desiderio di autenticità. I giovani, in particolare, sono
disposti a investire con generosità energie, ove sentano che davvero quanto
stanno facendo ha un senso. Certo, il puro desiderio di autenticità non basta:
va integrato con il riconoscimento dell’autenticità degli altri,
dell’autenticità della storia, del valore di tutto ciò che, in poche parole, è
esterno alla nostra coscienza e alle nostre sensazioni emotive. La ricerca
dell’autenticità, se non è integrata da altri fattori, può portare a esiti
individualistici, in casi estremi anche violenti. Ma solo riconoscendo questa
esigenza come un valore, sarà possibile dare risposte vere e profonde alla
ricerca di significato che abita le nostre vite.
Vi
sono poi altre potenzialità: sono da discernere là dove emerge il desiderio
di «prossimità», di socialità, di incontro, di solidarietà e di ricerca
della pace. È il segno che l’autenticità a cui mira l’uomo moderno non si
orienta soltanto verso la ricerca di emozioni immediate e a basso prezzo, che
essa non è di per sé inesorabilmente destinata all’individualismo: gli occhi dei
nostri contemporanei continuano a dischiudersi sull’altro, specie su chi è
sofferente e bisognoso, e questo è un motivo di speranza. Anche in questa
prospettiva non mancano ovviamente ambiguità, specialmente quando il desiderio
dell’incontro con l’altro si traduce in passivo adeguamento alla massificazione,
o quando la scoperta della ricchezza dell’incontro tra culture diverse scade a
indifferentismo verso la verità. I grandi movimenti migratori accentuano la
condizione di multiculturalità, nel duplice versante di risorsa e problema.
Questi fermenti
possono essere estremamente fecondi se si saprà coniugare ricerca
dell’autenticità e accettazione dell’alterità. Si cresce realmente in umanità –
in età, sapienza e grazia… – soltanto se, oltre a prestare ascolto ai nostri
desideri, sappiamo riconoscere di essere preceduti da una storia, da
tradizioni e culture che veicolano un senso che va al di là di noi. Alla
spontaneità va aggiunta la capacità di perseverare nelle inevitabili oscurità
della vita, all’espressione della libertà non può mancare il
riconoscimento della verità, dello spessore della realtà che ci circonda,
nonché della verità ultima che costituisce anche l’orizzonte verso cui siamo
tutti incamminati. Gesù ha promesso ai credenti in lui: «Conoscerete la verità e
la verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Nessuno può pretendere di disporre
totalmente della verità che sempre ci precede; solo cercandola, e cercandola
insieme, tutti i nostri desideri potranno trovare un senso, già anticipato ora
nell’evento della riconciliazione e della comunione tra gli uomini: quaerere
veritatem in dulcedine societatis è il metodo della grande tradizione
cattolica. E resta per i credenti la serena certezza di avere già incontrato
questa verità nella persona di Gesù: il suo volto risplende già nei nostri
cuori e alla nostra mente, anche se la ricerca del suo mistero è senza fine.
38. – Per questo
guardiamo con interesse alla rinnovata ricerca di senso che sta, almeno
un poco, riavvicinando molti uomini e donne del nostro paese all’esperienza
religiosa e in particolare a Gesù Cristo. Dopo stagioni di forte
contrapposizione tra credenti e non credenti, emerge un rinnovato desiderio di
incontro, che non va tradito. Ci pare di cogliere in questo qualcosa di più
importante e di meno ambiguo rispetto a un vago «risveglio religioso»: oggi è
infatti rintracciabile un anelito alla trascendenza.
Anche lo
sviluppo della scienza e della tecnica presenta aspetti positivi da cogliere
e valorizzare. L’uomo che si spinge avanti nelle vie del sapere scientifico si
trova di fronte a domande non di tipo tecnico, e tuttavia ineludibili, che
riguardano il fondamento e il senso dell’esistenza. Si aprono frontiere nuove,
legate in particolare a un rapporto inedito dell’uomo con il corpo, oscuro
ancora però negli esiti: prevale infatti la tendenza a percepire e vivere il
corpo come luogo di desiderio e soddisfazione e come oggetto di sperimentazione
e manipolazione. Il superamento del dualismo, della contrapposizione tra mentale
e corporeo, come pure il miglioramento delle condizioni materiali di vita
possono tuttavia far crescere verso una più compiuta sintesi dell’esperienza
personale, al cui centro di colloca la dimensione spirituale. Nella stessa
letteratura e nelle arti figurative sembrano emergere segni di un
superamento di quella crisi nel rapporto con il reale che a lungo le aveva
caratterizzate e si intravedono nuove possibilità e rinnovato interesse per un
incontro con l’esperienza religiosa.
Prendiamo atto
con gioia anche dell’accresciuta sensibilità ai temi della salvaguardia del
creato, che indicano come gli uomini e le donne del nostro tempo se
ne sentano in qualche misura corresponsabili. Sarà importante, in avvenire,
accogliere maggiormente questa sensibilità, approfondendo la riflessione sui
corretti fondamenti del rapporto tra uomo e natura e cooperando con quanti sono
sinceramente preoccupati e impegnati per il futuro della terra.
Come cristiani
siamo condotti a interrogarci sul contributo che possiamo dare alla
comprensione del cosmo, della vita, dell’uomo.
39. – Un campo in cui
stanno emergendo grandi potenzialità è anche quello della comunicazione
sociale. Nuove opportunità di conoscenza, scambio e partecipazione
accompagnano le innovazioni tecnologiche in questo ambito. Ci troviamo di fronte
a una nuova cultura che «nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto
stesso che esistono nuovi modi di comunicare, con nuovi linguaggi, nuove
tecniche, nuovi atteggiamenti psicologici».
La
possibilità di comunicare in modo nuovo e diffuso è un bene di tutta
l’umanità e come tale va promosso e tutelato. Quanto più potenti sono i
mezzi di comunicazione tanto più deve essere forte la coscienza etica di chi in
essi opera e di chi ne fruisce. È necessario pertanto che la comunicazione
sociale non sia considerata solo in termini economici o di potere, ma resti e si
sviluppi nel quadro dei beni di primaria importanza per il futuro dell’umanità.
La
comunione ecclesiale e la missione evangelizzatrice della Chiesa trovano inoltre
nei media un campo privilegiato di espressione. Dal Concilio ad oggi la Chiesa
ha preso ancor più coscienza di quanto sia importante coniugare tutti gli
ambiti della vita ecclesiale con questa nuova realtà culturale e sociale. Le
iniziative avviate in questi anni dalla Chiesa in Italia per raccordare e
promuovere la comunicazione in campo ecclesiale e per rendere più incisiva la
presenza della Chiesa nei media dovranno trovare in questo decennio un’ulteriore
realizzazione nel quadro di un’organica pastorale delle comunicazioni sociali e
nella prospettiva del progetto culturale. Qui si colloca anche l’impegno di
promuovere il ruolo e la formazione di tutti i comunicatori, ovunque essi
operino.
40. – Ma accanto
alle potenzialità a cui abbiamo fatto cenno, non si possono tacere i rischi e
i problemi che riscontriamo oggi nel nostro paese riguardo al compito della
trasmissione della fede.
In primo luogo,
dobbiamo prendere atto che le persone che si dicono «senza religione»
sono in aumento; vi sono poi persone disposte a riconoscere un certo
riferimento a Cristo, ma non alla Chiesa; non mancano neppure le conversioni dal
cristianesimo ad altre religioni. Ciò che tuttavia è più preoccupante è il
crescente analfabetismo religioso delle giovani generazioni, per tanti
versi ben disposte e generose, ma spesso non adeguatamente formate
all’essenziale dell’esperienza cristiana e ancor meno a una fede capace di farsi
cultura e di avere un impatto sulla storia.
È poi indubbio
che, nella mentalità comune e di conseguenza nella
legislazione, si diffondono su diversi argomenti prese di posizione
lontane dal Vangelo e in netto contrasto con la tradizione cristiana. Questo
sia riguardo alla maniera di intendere questioni assai delicate come i problemi
del rapporto tra lo Stato e le formazioni sociali – in primo luogo la famiglia
–, dell’economia e delle migrazioni dei popoli, sia in merito alla visione della
sessualità, della procreazione, della vita, della morte e della facoltà di
intervento dell’uomo sull’uomo. Oggi più che mai su questi temi è richiesta a
ogni cristiano un’autentica vigilanza profetica: la sua testimonianza e il suo
annuncio devono essere conformi al Vangelo.
41. – Non si può
poi tacere sul fatto che è avvenuta alla fine del secondo millennio cristiano
una vera e propria eclissi del senso morale. Con questo non vogliamo né
possiamo dire che la gente sia più cattiva di un tempo: piuttosto, è diventato
difficile perfino parlare dell’idea del bene, come di quella del male, senza
suscitare non tanto reazioni, quanto molto più semplicemente una forte
incomprensione. Gli uomini e le donne del nostro tempo hanno indubbiamente dei
valori di riferimento – chi potrebbe vivere senza affidarsi a qualcosa o a
qualcuno? –, ma spesso trovano difficile o poco interessante dar ragione di ciò
che guida le loro scelte di vita, rischiando così di esporsi fortemente
all’arbitrarietà delle emozioni o – fatto molto più insidioso – ai miti occulti
che permeano la nostra società su diversi temi morali non periferici.
Più
radicalmente, la caduta delle ideologie totalizzanti e delle grandi utopie di
liberazione storica – insieme con le cause più antiche che già da molto tempo
sospingono verso un agnosticismo razionalista e talvolta verso un vero e proprio
nichilismo – ha lasciato spazio a forme di relativismo, di
indifferenza diffusa per le domande più radicali, senso del provvisorio,
frammentazione del sapere e delle esperienze. Oggi assistiamo poi a un vero e
proprio smarrimento, nel contesto di una società multimediale che
tende a stordire con il vorticoso susseguirsi di immagini e informazioni, mentre
rischia di perdersi il valore della lettura e dell’ascolto. Avvertiamo da tempo
l’importanza di un’educazione all’uso dei mezzi di comunicazione sociale e nei
prossimi anni l’attenzione formativa al riguardo dovrà essere rafforzata. Senza
uno sguardo contemplativo diventa difficile interiorizzare gli eventi, la storia
in cui viviamo, fino a discernervi un senso e a farla nostra. Oggi aumentano le
informazioni e le conoscenze, ma con esse non aumentano affatto automaticamente
l’unità della persona e la sapienza della vita, anzi, si manifesta sempre di più
il rischio della scissione interiore tra razionalità, dimensione
affettivo-emotiva e vita spirituale.
42. – Un altro
fenomeno legato al precedente, che desta interrogativi, è la scarsa
trasmissione della memoria storica. È urgente assumersi la responsabilità di
trasmettere pazientemente il senso di ciò che ci ha preceduti, delle tradizioni
e delle vicende senza le quali noi non saremmo ciò che siamo oggi; non per
irrigidirci o ripiegarci sul passato, bensì per trasmetterne lo spirito, pur nel
necessario mutare delle forme. In questo senso noi cristiani dovremmo insistere
perché l’Italia sappia valorizzare e trasmettere anche la sua tradizione
religiosa: il patrimonio cristiano è anche un patrimonio storico,
culturale, artistico comune a credenti e a non credenti, e nessuno può
saggiamente guardare avanti senza confrontarsi seriamente con il proprio
passato.
Senza questo
allargamento dello sguardo fino ad abbracciare la dimensione storica delle
nostre esistenze personali e comunitarie, non saremo capaci di far fronte alle
sfide della globalizzazione, la quale amplia sì gli orizzonti spaziali
delle nostre vite, creando grandi e sempre nuove opportunità, ma in realtà
restringe quelli temporali, appiattendoci sul presente e chiedendoci nel
contempo una capacità di risposta e una velocità di adeguamento ai cambiamenti
tutt’altro che facili da conseguire. Se non si attuerà ciò che è in nostro
potere per rimuovere l’attuale appiattimento sul presente, non sarà certo
facile combattere gli esiti individualistici della cultura in cui viviamo.
43. –
Infine, noi cristiani, insieme a tutti gli uomini che vivono accanto a noi,
dobbiamo sempre essere pronti a discernere ogni forma di idolatria, ogni
costruzione della mente umana che sia portatrice di morte e non di vita. Ebbene,
nella nostra società sono presenti dei «miti» che vanno smascherati. Il
cristianesimo non può accettare ad esempio la logica del più forte, l’idea che
la presenza di poveri, sfruttati e umiliati sia frutto dell’inesorabile fluire
della storia: Gesù ha annunciato che saranno proprio i poveri a regnare, a
precederci nel regno dei cieli. Sono essi i nostri «signori».
Su questo punto il cristianesimo non può scendere affatto a compromessi: il
povero, il viandante, lo straniero non sono cittadini qualunque per la Chiesa,
proprio perché essa è mossa verso di loro dalla carità di Cristo e non da altre
ragioni.
Quali compiti per il
prossimo decennio?
44. – Se
comunicare il Vangelo è e resta il compito primario della Chiesa, guardando al
prossimo decennio, alla luce del contesto socio-culturale di cui abbiamo
offerto qualche lineamento, intravediamo alcune decisioni di fondo capaci
di qualificare il nostro cammino ecclesiale. In particolare: dare a tutta la
vita quotidiana della Chiesa, anche attraverso mutamenti nella pastorale, una
chiara connotazione missionaria; fondare tale scelta su un forte
impegno in ordine alla qualità formativa, in senso spirituale, teologico,
culturale, umano;
favorire, in definitiva, una più adeguata ed efficace comunicazione agli
uomini, in mezzo ai quali viviamo, del mistero del Dio vivente e
vero, fonte di gioia e di speranza per l’umanità intera.
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