Sono quattro o
cinque decenni che i giovani si costruiscono loro luoghi, si
defilano dalla realtà adulta, inventano una sorta di società
parallela, sicuramente non autosufficiente, ma del tutto
impermeabile a presenze non gradite di adulti, si costituiscono come
una questione o almeno una sottocultura.
Qui, anziché nei luoghi istituzionali a ciò dedicati, come la
scuola, la parrocchia, la famiglia, i giovani pongono la forza e
l’emotività necessarie per andare avanti nella vita e per decidere
che farne. Ce ne potremmo scandalizzare, ma è così. Per le relazioni
affettive, per la decisione degli studi da compiere, per i rapporti
sociali, per la appartenenza alla Chiesa, per la dimensione
religiosa spesso influiscono di più questi mondi vitali, che il
giovane si crea, che i nostri luoghi istituzionali. Allora buttiamo
a mare le istituzioni, la famiglia, la scuola, la parrocchia,
l’associazione, l’oratorio? Neanche per sogno, anzi è proprio da qui
che deve partire una capacità di ridefinire anche lo stesso
oratorio.
Oratorio: ponte educativo tra la strada e la chiesa
Tra i ponti educativi più interessanti e che fanno parte della
tradizione educativa della comunità cristiana c’è in molte diocesi e
presso varie congregazioni religiose, l’oratorio, il patronato, il
centro giovanile. È il luogo per eccellenza dove può crescere quel
tessuto di relazioni, a metà tra la strada e la chiesa, necessario
per ogni giovane che non vuol vivere solo col pilota automatico e
che si domanda il significato del suo vivere e del suo morire.
Importante è mantenerlo in questa prospettiva e non farlo “decadere”
o da una parte o dall’altra.
Gli oratori sono sempre stati grandi spazi in cui la vita quotidiana
è apprezzata, in cui si può stare tra amici a socializzare,
offrirsi, sperimentare relazioni, vivere hobbies, far crescere
amicizia, lasciarsi coinvolgere da progetti di generosità, tentare
di impostare esperienze affettive, qualificarsi religiosamente con
la catechesi...Un oratorio o è una piazza della vita quotidiana o
non è più oratorio.
Che cosa avviene oggi?
Molti oratori non sono più nessun crocevia: sono per alcuni solo
gli spazi di attesa per entrare nel gruppo o in associazione o per
avviarsi al luogo di catechesi, mentre per altri sono i luoghi di
qualche gara di calcio o per lo sviluppo del campionato. Come si può
realizzare anche su questa fetta di vita quanto dicono i vescovi:
“L’ascolto e la compagnia impegnano in una duplice direzione: da una
parte chiedono di superare i confini abituali dell’azione pastorale,
per esplorare i luoghi, anche i più impensati, dove i giovani
vivono, si ritrovano, danno espressione alla propria originalità,
dicono le loro attese e formulano i loro sogni; dall’altra esigono
uno sforzo di personalizzazione che faccia uscire ogni giovane
dall’anonimato delle masse e lo faccia sentire persona ascoltata e
accolta per se stessa, come un valore irripetibile”? Queste e altre
domande occorre con chiarezza proporci.
Quali sono le proposte?
1. Consolidare l’esistente, fare bene quello che sempre
abbiamo fatto, ma non nel senso che stiamo tranquilli sulle cose di
sempre per dirci che avevamo ragione. L’accento va posto sul
consolidare e sul fare bene. Devo sapere che il giovane che ho
davanti è colui che vive in quegli spazi come ho detto sopra, colui
che vive anche la notte, colui che anche lì deve essere cristiano e
missionario. Devo allora qualificare maggiormente l’educazione,
l’incontro, il tratto, l’accoglienza la libertà, la coscienza, le
motivazioni, l’apertura, la creatività, la responsabilità, la
conduzione in proprio di esperienze di vita e di fede, la sua
vocazione, la spiritualità laicale di impegno ecclesiale e civile.
Questo esige che l’oratorio di tutti i giorni, quello in cui viviamo
oggi, si dia una mossa, si riempia di proposte forti, sia
significativo per chi ci abita, non mi crei quelle facce da bulldog
scontente della vita, della serie: “che scalogna! sono cattolico,
oggi è domenica e devo anche andare a messa”!
2. Studiare con passione e distacco la cultura della notte,
collegarla alla realtà del giorno. Sappiamo tutti che i
giovani spesso riempiono di sballo la notte perché vivono una
giornata che non li interpreta o che li frustra, che non riescono a
dialogare con l’adulto per mancanza di linguaggi condivisi e ancor
più di ascolto reciproco. La destrutturazione delle appartenenze, la
cancellazione dei confini tra il bene e il male, l’immersione
nell’anonimato, la voglia di uscire dal controllo, la sincerità
delle relazioni, la predisposizione ad approfondire le ragioni della
vita in un dialogo franco (quanti giovani usano la notte per la
direzione spirituale!): sono tutti elementi da comporre in una
lettura a vari livelli.
3. Pensare l’oratorio per progetti, non per muri o spazi o
adempimenti da routine. I progetti devono essere in grado di
interessare il mondo giovanile, di mettersi sulla loro lunghezza
d’onda, sulla ricerca di comunicazione, di stare assieme, di gestire
la propria corporeità, i propri gusti, la propria domanda di
religiosità al di fuori degli schemi già preconfezionati. Occorre
pensare una sorta di progetto “fine settimana” con suoi metodi, con
suoi animatori, con suoi programmi, con una sua capacità di creare
interessi, mediazioni, relazioni, spazi di incontro, momenti
espressivi qualificati.
4. Domandarsi seriamente chi è il soggetto interessato a
questo progetto. Il prete da solo? il gruppetto degli
educatori che già fanno catechesi, vita associativa, vita di gruppo?
la parrocchia? una associazione? Il soggetto è sicuramente una
comunità fatta di famiglie, di adulti e giovani, di
responsabili della società civile, e un insieme di parrocchie,
e una zona pastorale o una unità pastorale, un mettere assieme le
energie e offrire esperienza di comunione, contro la
frammentazione.
Allora, e solo allora, potremo mettere a disposizione quel fior di
strutture che la gente ha donato con tanti sacrifici alla comunità
cristiana per i suoi giovani e che spesso sono abbandonati, perché
si credeva di aver già fatto tutto, quando sono stati costruiti. |