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CONTARE LA STORIA

Molta storiografia di destra e di sinistra si arrabatta a difendere oltre misura i propri meriti e i propri eroi, a costo di rimuovere errori e vittime, insegnando a raccontare favole. Anche la Chiesa ha fatto le sue vittime, ma almeno -oltre ad averne fatte meno - non ha distrutto gli archivi, qualcuno dei perseguitati l'ha riabilitato e per tutti ha chiesto più volte il perdono.

L'onore delle vittime è primario dovere di giustizia! Nessuna vittima sacrificale era necessaria alla storia.

Prima che arrivi qualche nuovo storico di regime a impapocchiarci per l'ennesima volta, facciamo quei pochi conti che spiegano da soli parecchio. L’impresa chiede coraggio ed impegno straordinari, perché fare i conti – da ogni parte – significa infrangere miti duri, che hanno coperto e giustificato arroganza e aberrazione fino ai giorni nostri. Se l’invito (e l’esempio) verrà seguito, forse, dopo tanti crimini, tante ideologie e analisi fallaci costruite sul niente, si potrà sperimentare una nuova civiltà dove si decide secondo questa "vera scienza" della storia, che nei numeri sa ancora riconoscere gli uomini, vittime e carnefici.

A fare qualche passo siamo aiutati da una pubblicazione di Eugenio Corti "Le responsabilità della cultura occidentale nelle grandi stragi del nostro secolo". L’autore ci fa guadagnare una sintesi storiografica e culturale ricca di elementi che, suscettibili delle integrazioni di ulteriori studi personali, fissano i dati indispensabili ad evitare il qualunquismo generale, che da sempre accondiscende all’inerzia delle menti prima ed alle barbarie delle persone poi. Le affinità tra le stragi del nostro secolo evocano una strana fenomenologia:

1. la ridicola sproporzione tra le vittime dichiarate dai responsabili diretti e i calcoli sulla popolazione superstite fatti poco dopo gli eventi, prova di un delirio assassino;

2. le matrici " ideali " e " metodologiche " comuni che portano alla decisione e attuazione di queste orribili e sproporzionate misure di controllo della situazione;

3. il profilo psicologico dei capi e dei collaboratori di quelle nazioni cui vanno ascritte tali imprese, imperturbato di fronte all’orrore delle enormi sofferenze dei supposti o veri oppositori e della povera gente presa nel mucchio.

 

A CAVALLO TRA XVIII E XIX SECOLO

Un precedente storico dell’efferatezza di Stato e di partito, che trionferà nel Novecento, fu la repressione in Vandea, operata dai Giacobini della Rivoluzione Francese, indagata solo recentemente con rigore storiografico, nonostante la certezza delle fonti.Nel febbraio del 1793, ghigliottinato Luigi XVI un mese prima, il Governo ordinò una leva di 300.000 uomini nella regione. La situazione precipitò: i ribelli vandeani, su una popolazione di 815.000 abitanti su diecimila kmq, si diedero alla macchia. Battuti i vari reparti entrati nel loro territorio, lo liberarono. La situazione fu capovolta solo all’arrivo di forze soverchianti. Gracchus Babeuf, giacobino, dopo aver preso parte agli eventi, ne ha lasciato un resoconto puntuale.Come faranno in seguito sovietici, cinesi, capi kmer (che avevano studiato a Parigi) e nazisti, i giacobini non si limitarono a castigare i vandeani una volta arresisi, ma ne chiesero lo sterminio alla Convenzione (Gazette Nazionale del 23 febbr. 1794, vol. 19, pag. 573). Seguivano in questo disegno, unitamente all’impulso rabbioso verso un nemico tanto difficile, nientemeno che un piano di spopolamento vagheggiato da J.J. Rousseau, il quale aveva ritenuto indispensabile per il benessere di ciascuno (ovviamente) doversi procedere a ridurre la popolazione francese da 1000 a 700 abitanti per lega quadrata.L’aberrante disegno fu portato a compimento, preferendo all’uso delle armi e della ghigliottina altri modi più cruenti: rastrellamenti, sgozzamenti, annegamenti di massa nella Loira (affondando i battelli come fanno poi con i boat people) ed individuali (con tutti i possibili scherni).Le torture, condotte in maniera da assecondare ogni prava velleità dei carnefici, quando non trovarono più ribelli, al sommo dell’ebbrezza della violenza, furono attuate anche nei confronti di familiari dei "patrioti".Si giunse allo sfruttamento dei cadaveri, della pelle, del grasso, delle teste essiccate. Le stragi continuarono fino all’agosto del 1794. Nel 1799, durante il consolato di Napoleone, ci fu la pacificazione dello sterminio e delle devastazioni: le vittime contate da R. Secher furono 117.257 su 815.029 abitanti.

Le vittime della Rivoluzione Francese, con calcolo approssimativo, superarono il mezzo milione. L’éra dei lumi della ragione, compimento delle aspirazioni rinascimentali, offrì così le sue innovazioni alla propria éra e alla successiva.

 

NEL XX SECOLO

All'inizio del secolo la popolazione mondiale è di 1 mld 650 mlni di uomini; quella europea è di 408 mlni (oggi 727 mlni).

Cominciamo, per la precedenza cronologica, dalle stragi comuniste. Nell’Unione Sovietica, l’unica dichiarazione, fatta nel 1942 da Stalin a Churcill fu che al tempo della collettivizzazione delle terre in quattro anni perirono 10 milioni di contadini. In Cina, Mao nel ’71 affermò ad Hailé Sellassié che il costo di vite umane delle sue vittorie fu di 50 milioni di morti.In realtà, la dekulakizzazione comportò la deportazione e sterminio di 15 milioni di contadini, cui ne seguirono altri 6 milioni morti di fame per la carestia " artificiale " del 1931-32. Ma già Lenin aveva fatto le sue repressioni dal 1918 in poi contro i nobili, clero, borghesi e piccolo borghesi. Nel ’36 comunque Stalin inaugurò le epurazioni sistematiche negli strati della società comunista: dei minori, solo nel ’37, ne fucilò 400 mila, e a molti altri fu aperta la via dei gulag. Solgenistsin nel ’94 assommò le vittime a 60 milioni e nessuno sollevò obiezioni. Il Centro Sakarov di Mosca ne conta 70 milioni di vittime del comunismo sovietico, dei quali 13 milioni sono le vittime dei Gulag (su 22 milioni di internati).

In Cina, le " Campagne di liquidazione politica " contro i nazionalisti vinti durarono dal 1949 al 258 con decine di milioni di vittime; nel 1959 col " grande balzo in avanti " e le " Comuni popolari " fino al 1962, solo le carestie indotte portarono a 50 milioni di morti per fame. Il terzo sterminio è legato alla " Grande rivoluzione culturale proletaria "dal 1966 al ’76; e, per calcolo demografico su dati forniti da Pechino, mancano alla popolazione della Cina in questi anni 150 milioni di uomini.

Secondo lo stesso metodo di calcolo minimale, in Cambogia i Khmer Rossi hanno fatto morire 2 milioni di persone dal 1975 al ’78; in Corea del nord 2 milioni; in Vietnam 1 milione; nei Paesi dell’Est 1 milione; in Africa 1,7 milioni; in Afganistan 1,5 milioni.

Passiamo alle stragi del nazismo. Il numero inferiore di vittime non significa che i nazisti fossero meno disposti ad uccidere (anzi, è vero il contrario) ma il fatto è che questi rimasero sulla scena della storia solo dal 1933 al ’45, periodo nel quale erano soprattutto impegnati nella guerra. Partiamo dall’Olocausto, con 6 milioni di ebrei sterminati; ad essi vanno aggiunti i cittadini tedeschi malati di mente irrecuperabili; gli zingari e i 3 milioni di civili polacchi non ebrei e di civili russi sterminati nelle occupazioni; i militari prigionieri russi, dei quali 2 milioni furono uccisi e 3,7 milioni fatti morire nei lager germanici.

I morti della Seconda Guerra Mondiale non entrano in questo computo sia per difficoltà nel valutare i dati demografici sia perché non riferibili direttamente al progetto nazista; sono comunque altre decine di milioni di morti.

Sarebbe sommario rimandare ai momenti di rottura, elencati da Marx, costituiti dalla Riforma Protestante e dalla filosofia tedesca (Kant, Hegel, Feuerbach e Nietzsche), per affermare che è stata colpa loro. La fatica di indagare la storia e coglierne il senso a partire dalla natura umana non sarà mai conclusa.

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