inforo.it dal Progetto Culturale CEI per i Cappellani Militari

 

  home | link | biblio | piano com | contatta

           

Valori etici nello sport e olimpismo moderno

Mons. Carlo Mazza, Direttore Ufficio Nazionale CEI per la Pastorale del tempo libero, turismo e sport, ora vescovo di Fidenza

  Il “mondo dello sport” attraversa una fase di passaggio e di trasformazione. Inserito com’è nel vortice dell’attuale cambiamento culturale – caratterizzato sommariamente dall’insorgere di nuove soggettività sociali ed economiche, dal radicarsi della complessità sociale e dall’affermarsi della frammentazione del sistema di riferimento ideale in molteplici parzialità e appartenenze – anche lo sport partecipa, a modo suo, ai fenomeni in atto mostrando non poche difficoltà nel ridisegnare la sua identità, la sua posizione e il suo ruolo.

Il “travaglio” dello sport si situa nel più ampio e profondo movimento della cosiddetta “modernità” che, sotto la spinta dell’emancipazione della soggettività e delle tutele autoritative, promuove la libertà individuale, il pensiero autonomo, la privatizzazione della dimensione spirituale, l’esaltazione di sé.

 

1. Valori etici e tradizione sportiva

1.1. Così nello sport, come in altri ambiti di vita, è venuta ad affievolirsi e, a volte, a mancare quella che si è soliti chiamare, da parte degli studiosi di etica, la “strutturazione morale della coscienza del soggetto[1]. Vale a dire l’io ha oscurato la sua identità di coscienza evidente e pubblica e si è affidato ad una arbitraria congettura soggettiva, oltre il riferimento alla norma oggettiva accolta dalla coscienza.

Di fatto, se la coscienza è il “luogo simbolico” in cui rendersi conto dell’adeguazione del dover essere all’essere, nella fattispecie dello sport, sospesa la coscienza, si è indebolita la capacità di istuire la consapevole corrispondenza tra valori condivisi e concretezza del fare sport, causando un graduale dissolvimento dell’assolutezza delle regole comuni di comportamento.

            Ciò è accaduto ai diversi ambiti di responsabilità, sia in alto che in basso, della “piramide” sportiva.  In realtà è avvenuto che, mentre  un tempo dirigenti e atleti venivano educati e formati a tenere in evidente considerazione, soprattutto nell’esercizio delle proprie professionalità e competenze, principi e valori ritenuti punti di riferimento essenziali e indiscutibili, ora ogni soggetto sportivo sembra aver acquisito un suo modo autonomo di valutazione e di comportamento, costituendosi per così dire principio e norma nelle scelte.

            Nel corso del tempo il patrimonio valoriale dello sprot e quella somma di principi tramandati entro una tradizione riconosciuta, accolta e custodita, avevano preformato un “sistema” forte, capace di cementare persone e istituzioni, idoneo a legittimare organizzazione e attività, congruo a dirimere controversie, duttile ad ordinare in armonia conflitti e interessi.

La persuasione comune conduceva naturalmente all’assunzione indiscussa delle finalità proprie dello sport, trasmesse dalla sua storia centenaria. Agli occhi degli sportivi tali codificazioni non rappresentavano affatto una “sovrastruttura” soverchiante o un ingombro ideologico, ma un valore intrinseco e permanente rispetto agli obiettivi connaturali dello sport, tale da essere perseguite ovunque e comunque senza riserve. Di conseguenza questa consapevolezza generale fondava scelte e comportamenti; generava mentalità e appartenenza; strutturava cultura e, si direbbe, una specifica e riconoscibile eticità sportiva.

            1.2. Oggi la realtà dello sport è attraversata da tendenze contrapposte. Si trasmuta con immediata evidenza sotto la spinta simultanea da una parte dell’eccellenza della prestazione per il successo del campione e dunque dei vincoli del risultato ad ogni costo, e dall’altra sotto l’esplosione delle esigenze di massa di tipo spettacolare, estetico, ludico. In tal modo l’accelerazione impressa al modello sportivo in atto ha sbancato i criteri di gestione e di politica sportiva, mettendo a nudo le carenze culturali e le arretratezze organizzative della elitaria fruizione sportiva propria dell’ “ancien regime”.

Lo sport dunque sta assumendo modalità nuove. Esse prospettano uno sport segnato prevalentemente dal fattore economico-commerciale e dunque dalle leggi del mercato, dalla domanda di consumo spettacolare, dal pervasivo e seducente strapotere dei media, dall’inclusione delle scienze farmacologiche e nutrizionali. E ciò avviene oltre ogni riferimento etico prescrittivo alla coscienza del soggetto sportivo e dell’impresa sportiva.

 

2. L’appello della coscienza

            In un contesto come quello brevemente delineato, non può non emergere una domanda semplice: è ancora possibile reintrodurre e praticare nel “mondo vitale dello sport” l’appello alla coscienza? In altre parole, è oggettivamente pensabile ridare allo sport una valenza etica, cioè “un volto e un’anima”, oppure questa intenzione si rivela essere solo una bella ma ingenua ipotesi di lavoro?

            Noi rispondiamo di sì, a patto che si tenga in considerazione che appellandosi alla coscienza significa richiamare due orizzonti di senso imprescindibili, quello della persona e quello della società.

 

            2.1. Il primo orizzonte di senso coglie il soggetto come persona e non tanto nella semplice individualità. Questo orizzonte soggettuale evidenzia e valorizza primariamente il luogo più inviolabile dell’uomo, che è la coscienza, dove si specchia la sua identità e dove emerge il ruolo guida dello spirito, teso ad edificare una vita buona e degna attraverso azioni coerenti. E’ evidente che in tale prospettiva la coscienza non si pone in subordinazione rispetto alle tendenze dominanti dello sport. Essa svolge la sua funzione critica di discernimento e di giudizio, secondo i principi di libertà, verità, responsabilità, trasparenza e giustizia.

 

            2.2. Il secondo orizzonte di senso coglie la società non come aggregato casuale di individui, ma come comunità di persone organicamente costituite e ordinate al bene comune. Orientata al fine di una convivenza solidale, sostenuta dal principio di cittadinanza, di sussidiarietà e di solidarietà, la società diventa spazio vivente e dinamico dove si attuano pienamente le identità personali, distinte ma non separate nel rispetto delle diversità, gli interessi individuali e le finalità comuni. In un dinamismo virtuoso che adempie le abilità di ogni soggetto, anche lo sport interagisce come attività responsabile, secondo regole pattuite e condivise.

 

2.3. In tal duplice polarizzazione, la “persona” e la “società”, il “mondo dello sport” – considerato nella progressiva mutazione del suo oggetto causativo intrinseco in quanto mondo di professionisti, luogo di transazioni economiche e di imprese sportive, ambiente di alto spettacolo, ecc. – assume sempre di più la forma di una figura soggetta a forte e riconosciuta “responsabilità pubblica”. Questa qualificazione – dove “persona” e “società” si autodeterminano seguendo norme dettate dal bene personale e societario di volta in volta adattate su misura delle persone coinvolte, dirigenti e atleti, e dei loro fini – produce una novità sociale di grande rilievo, strutturandosi nelle primarie dinamiche delle società postmoderne.

L’impressione diffusa, e a volte conclamata, è che in questa nuova situazione la questione etica debba permanere silente, quasi che lo sport non possedesse il diritto/dovere di una sua limpida coscienza. Contrariamente la rilevanza pubblica dello sport aumenta il peso dell’istanza della coscienza, in quanto necessaria risonanza critica e costruttiva di valori e in quanto vincolata dal rapporto intrinseco con la persona e con la società.

 

3. Per una “nuova epoca” sportiva

Se così stanno le cose, lo sport presenta ancor più la doverosità di una profonda rigenerazione ideale e conseguentemente di un ritrovato slancio etico proprio per essere all’altezza del suo ruolo sociale, culturale e vitale.

 

            3.1. Seguendo la proposta di un movimento di rigenerazione, si è indotti a pensare lo sport come in uno stato di ri-fondazione, come se dovesse essere sottoposto ad un’energia originale capace di produrre una “creatura nuova” a partire dal grembo della persona umana. Interpretando di fatto la persona, lo sport ne esprime tutte le facoltà, sia sotto il profilo antropologico che culturale e sociale. La conseguenza è che si darà vero sport solo se sarà funzionale alla persona umana, storicamente situata, socialmente inserita, culturalmente istruita, suscitandone lo sviluppo in modo attivo, responsabile e divertente.

 

            3.2. Seguendo la sollecitazione di un ritrovato slancio etico, si è indotti a pensare lo sport come un’attività umana in uno stato di discernimento e di verifica, di confronto con i suoi valori e i suoi fini. Così animato e valorizzato da una propria tensione etica, lo sport potrà garantire la sua funzione ludica e spettacolare, educativa e culturale, locale e transnazionale. La conseguenza è che si darà vero sport quando, vinte le derive economicistiche incongrue rispetto allo stesso sport, verrà posto nel rinnovamento della sua vera “filosofia” e della sua vera “prassi”, secondo le perenni esigenze della vera corporeità e della sana socialità.

 

            3.3. Da questa prospettiva nasce la domanda del come la coscienza possa diventare idonea e omogenea allo sport, cioè del come agire nello sport e con lo sport perché il primato della persona e della società sia non solo rispettato formalmente ma reso concretamente operativo e determinante. Ciò implica non solo un soprassalto di coraggio e di forza morale, ma soprattutto richiede una solida cultura sportiva, capace di fare sintesi tra la visione dello sport che abbiamo delineato, secondo le categorie dello spirito e della corporeità, della soggettività e della socialità, e le istanze economiche e quelle dello spettacolo.

 

            3.4. La risposta, come è ovvio, non si esaurisce unicamente nel prospettare un’organizzazione sempre più efficiente e perfetta, ma nell’assunzione di una politica generale dello sport atta a coinvolgere l’oggettiva responsabilità personale, sociale ed economica. Essa consiste praticamente nell’elaborare un’ordinata “tavola” attorno a cui convergono tutti i soggetti individuali e collettivi coinvolti nel movimento sportivo, valorizzando armonicamente il loro patrimonio umanistico e storico-civile, i fattori economici e l’immenso bagaglio tecnico. Chiamati in causa in unità organica dallo sport moderno, dovrebbero ricostruire i presupposti ideali da cui trarre le risorse intellettuali, etiche, culturali ed economiche per definire una “nuova epoca sportiva” che sappia ispirare di autentici significati le facoltà, le attitudini e le attività specifiche delle persone impegnate nello sport. L’obiettivo è uno sport che sia umanamente ludico, eticamente irreprensibile, accrescitivo della persona e dell’intera società.

 

3.5. Non si deve misconoscere che anche nell’attività sportiva sussiste una discriminante che si situa nella scelta del profilo etico come criterio teorico e pratico di valutazione, di giudizio e di comportamento. Nel qual che caso va osservato che l’etica non concerne solo il privato della coscienza o il retaggio di una mitologia dello spirito, ma consegue come naturale alla visione trascendente della vita e della realtà, che incide sulle scelte private e pubbliche del soggetto sportivo. Visto sotto questo profilo, lo sport non si rivela agnostico. Anzi, lo sport diventa immediatamente riflesso delle scelte del soggetto che lo pone in essere, rispecchiandone le convinzioni, le motivazioni profonde, i giudizi sulla realtà dello sport. Tali scelte vanno correttamente estrinsecate nelle determinazioni delle politiche sportive, nei processi di formazione sportiva, nei linguaggi comunicativi, e nelle effettive condizioni del fare sport, quello agonistico-competitivo e quello amatoriale, salutistico e ludico.

 

4. Olimpismo moderno: tra nostalgia, spettacolo e affari

            Anche lo sport migliore subisce logoramenti e una certa consumazione di ideali. E’ fatale per ogni cosa umana. E così l’evoluzione dei significati e delle pratiche sportive ad alto livello si fa evidente quanto più cresce la retorica in riferimento all’olimpismo moderno. Non vi è nulla di più esaltante di una “celebrazione” olimpica ma nel contempo non vi è nulla di più contrastante e avvilente di una spregiudicata logica degli affari che vi si consuma.

Di qui nasce il confronto tra olimpismo antico e nuovo. Rileggendo oggi alcune note di Pierre de Coubertin si avverte subito che il trapasso in corso ha scavato un abisso, anche se, beninteso, quelle riflessioni restano suggestive e custodiscono indicazioni e aperture di notevole interesse[2].

A conferma mi limiterò a tre brevi citazioni nell’ambito del tema “etica e sport” e mi permetterò succinti commenti conclusivi.

 

            4.1. Circa lospirito religioso”. Annota Coubertin che la caratteristica che unisce l’antica olimpiade alla moderna dovrebbe essere lo “spirito religioso”: “Quel che avvicina dal punto di vista olimpico le due epoche [quella dell’olimpismo antico e quella del neo-olimpismo, ndr] è lo stesso spirito religioso, quello spirito che – nell’intervallo – è rifiorito anche nel giovane atleta del Medioevo. Religio athletae: gli antichi avevano intravisto il senso di queste parole, i moderni non l’hanno ancora riafferrato[3].

            Nel quadro di riferimento del pensiero coubertiniano, proprio dell’originario olimpismo, l’affermazione intende evidenziare non tanto uno spirito confessionale, quanto una dimensione romantica dello spirito, capace di fondare la causa e il senso dello sport. Si tratta evidentemente di una qualità dell’anima più che di una evidenza della fede. Se l’atleta impersona un modello di virtù sublimi e attua, attraverso lo sport, quasi una partecipazione alla natura della divinità, secondo una visione individualistica ed eroica dell’uomo, non può non coltivare uno “spirito religioso”.

            Cosa resta oggi di questa visione dello sportivo? Sembrerebbe ben poco. Non vi è traccia nell’atleta professionista stando alle esterne manifestazioni. Forse permane un segno nelle anime belle e nobili di appassionati che affollano il nostro volontariato sportivo. Lo “spirito religioso” ha preso congedo dallo sport nella sua forma pubblica. Probabilmente si nasconde nella dimensione privatistica, impenetrabile dall’esterno, e tende ad affiorare in quei “segni di croce” fugacemente espressi all’inizio delle gare, soffocati tuttavia da innumerevoli forme di superstizione disseminate nella notte e nel giorno.

 

            4.2. Circa un eventualeperfezionamento interiore”. Scrive Coubertin che lo sport segna, nella prospettiva di un’etica idealista e pura, la via di una crescita interiore. “Lo sport non è un oggetto di lusso, un’attività per gente oziosa e neanche una compensazione muscolare del lavoro cerebrale. Esso è per ogni uomo fonte di un eventuale perfezionamento interiore non condizionato dal mestiere. E’ appannaggio comune, allo stesso grado per tutti, e, se verrà a mancare, nient’altro potrà sostituirlo[4].

            Questo pensiero coubetiniano delinea un interessante superamento di ovattate mentalità proprie delle classi agiate. Con coraggio viene respinto un certo elitarismo sportivo in favore di uno sport popolare. Si propone anche un superamento di un certo positivismo sportivo in favore di una valenza spirituale che premia l’elevazione interiore. Infine sembra propiziare la prospettiva di superamento di un certo nazionalismo sportivo in favore di una visione universalistica. Qui si colloca la vera novità dello sport olimpico che prospetta un salto di qualità nella visione generale dello sport.

            Che ne è di queste poderose e meritorie acquisizioni? Non vi è dubbio che lo sport oggi è diventato appannaggio delle masse, senza esclusioni. Lo sport è per tutti e tutti possono goderne le virtualità. E’ vero anche che lo sport costituisce fattore di unità e di universalità. Il gravame positivista e naturalista tuttavia alligna e prospera sotto forme diverse e perciò permane non debellato nella sua indole materialista e tecnicistica. Il “mestiere” purtroppo obnubila l’ispirazione interiore, ma anche l’esasperazione dei risultati, sollecitata dal denaro, fiacca quel vero “perfezionamento” che indica la valenza premiante dello spirito.

 

            4.3. Circa il “motto” competitivo. Coubertin, da eccellente pedagogista, propone con lo sport e nello sport un costante impegno di esemplarità indomabile e in progressione indefinita, quando scrive: “Il motto dell’olimpismo è stato dato da padre Didon ai suoi allievi, ed è citius altius fortius[5].

Vi è qui sotterranea la convinzione che per l’uomo non esiste limite. Al pensiero coubertiniano, cresciuto in un contesto culturale idealista, è sottesa una concezione della natura umana considerata come un organismo in indefinita ascesa, secondo una visione volontaristica dell’uomo. Appare davvero encomiabile la passione sportiva che spinge l’uomo a mete sempre più elevate. Ciò esprime una visione ottimistica della vita, secondo la più accreditata coscienza educativa dello scoutismo dell’ottocento. Nella sua essenza si ritiene che valga ancora per l’oggi. Di fronte infatti al generalizzato rifiuto della fatica, della disciplina e del sacrificio, la propensione al meglio ideale – sempre più veloce, sempre in più in alto, sempre più forte – sospinge ad una revisione delle attuali pedagogie compromissorie e “buoniste”.

Che ne è di questi ideali? Lo sport moderno è “costruito” in laboratori specialistici e altamente professionali. L’atleta è soggetto ad una costante osservazione da parte di operatori del corpo e della mente. Viene introdotto in una iniziazione nutrizionale e di allenamenti scientifici e duri, atti ad acquisire automatismi perfetti, strategie di comportamenti sofisticati. In questo “sistema” artefatto, la virtù personale sta forse nell’accettazione paziente della pressione psicologica, nella finalizzazione di sé al risultato. Ma è virtù tecnologica. Lo spirito se n’è involato, tanto che il dramma umano spesso sta in agguato e le scorciatoie biochimiche mostrano la loro corda crudele.

 

Conclusione

Se si intende configurare uno sguardo complessivo sul cosiddetto “olimpismo moderno” post coubertiniano, ci viene da pensare, oltre una comprensibile nostalgia dei tempi mitici, che sia in atto una sorta di discontinuità valoriale rispetto a quella originaria. Nell’attuale “ideologia” olimpica, venuto meno il supporto idealistico, etico e culturale, si  andata annacquandosi la passione per la “civiltà sportiva”, la cura per l’atleta come “modello esemplare”, la tensione per la gratuità radicale del gesto sportivo a vantaggio di gigantesche operazioni commerciali, economiche e politiche.

La attuali “celebrazioni” olimpiche, pure nei loro fascinosi e scintillanti rituali globali, sembrano perpetuare simulacri più che offrire nel vivo realtà agonistiche di prima grandezza. Di queste permane l’involucro esteriore, la bellezza inesausta del gesto sportivo prestato alla televisione. All’apparenza è scomparsa l’anima di sostegno causativo e finalistico. Per questo è giunto forse il tempo che lo sport accetti l’umile critica di se stesso.

            E’ vero: non esiste uno sport puro. Esiste lo sport che vediamo e che amiamo. Ma non vorremmo che lo sport, oggi magnete di mille sogni e di mille illusioni, divenisse, sotto i nostri occhi colmi di stupore e un po’ stralunati dalle malie spettacolari, un’immensa finzione scenica. Vorremmo invece che rimanesse una seducente metafora della vita, un’attività degna della persona umana, nel segno della libertà, della creatività, della solidarietà e della pace.


 


[1] Cfr: G. Angelini, Teologia, 4/1999, p. 372.

[2] Cfr. A. Lombardo, Pierre de Coubertin, Saggio storico sulle Olimpiadi moderne 1880-1914, ed. RAI-ERI, Roma, 2000.

[3] Cfr. P. de Coubertin, Memorie olimpiche, ed. Oscar Mondatori, Milano, 2003, p. 201

[4] Cfr. ivi, p. 202.

[5] Cfr. ivi, p. 206.

 home | link | biblio | piano com | contatta