|
Il “mondo dello sport” attraversa una
fase di passaggio e di trasformazione. Inserito com’è nel vortice
dell’attuale cambiamento culturale – caratterizzato sommariamente
dall’insorgere di nuove soggettività sociali ed economiche, dal
radicarsi della complessità sociale e dall’affermarsi della
frammentazione del sistema di riferimento ideale in molteplici
parzialità e appartenenze – anche lo sport partecipa, a modo suo, ai
fenomeni in atto mostrando non poche difficoltà nel ridisegnare la sua
identità, la sua posizione e il suo ruolo.
Il “travaglio” dello sport si situa nel
più ampio e profondo movimento della cosiddetta “modernità” che, sotto
la spinta dell’emancipazione della soggettività e delle tutele
autoritative, promuove la libertà individuale, il pensiero autonomo, la
privatizzazione della dimensione spirituale, l’esaltazione di sé.
1. Valori etici e tradizione sportiva
1.1. Così nello sport, come in altri
ambiti di vita, è venuta ad affievolirsi e, a volte, a mancare quella
che si è soliti chiamare, da parte degli studiosi di etica, la “strutturazione
morale della coscienza del soggetto”.
Vale a dire l’io ha oscurato la sua identità di coscienza evidente e
pubblica e si è affidato ad una arbitraria congettura soggettiva, oltre
il riferimento alla norma oggettiva accolta dalla coscienza.
Di fatto, se la coscienza è il “luogo
simbolico” in cui rendersi conto dell’adeguazione del dover essere
all’essere, nella fattispecie dello sport, sospesa la coscienza, si è
indebolita la capacità di istuire la consapevole corrispondenza tra
valori condivisi e concretezza del fare sport, causando un graduale
dissolvimento dell’assolutezza delle regole comuni di comportamento.
Ciò è accaduto ai diversi
ambiti di responsabilità, sia in alto che in basso, della “piramide”
sportiva. In realtà è avvenuto che, mentre un tempo dirigenti e atleti
venivano educati e formati a tenere in evidente considerazione,
soprattutto nell’esercizio delle proprie professionalità e competenze,
principi e valori ritenuti punti di riferimento essenziali e
indiscutibili, ora ogni soggetto sportivo sembra aver acquisito un suo
modo autonomo di valutazione e di comportamento, costituendosi per così
dire principio e norma nelle scelte.
Nel corso del tempo il
patrimonio valoriale dello sprot e quella somma di principi tramandati
entro una tradizione riconosciuta, accolta e custodita, avevano
preformato un “sistema” forte, capace di cementare persone e
istituzioni, idoneo a legittimare organizzazione e attività, congruo a
dirimere controversie, duttile ad ordinare in armonia conflitti e
interessi.
La persuasione comune conduceva
naturalmente all’assunzione indiscussa delle finalità proprie dello
sport, trasmesse dalla sua storia centenaria. Agli occhi degli sportivi
tali codificazioni non rappresentavano affatto una “sovrastruttura”
soverchiante o un ingombro ideologico, ma un valore intrinseco e
permanente rispetto agli obiettivi connaturali dello sport, tale da
essere perseguite ovunque e comunque senza riserve. Di conseguenza
questa consapevolezza generale fondava scelte e comportamenti; generava
mentalità e appartenenza; strutturava cultura e, si direbbe, una
specifica e riconoscibile eticità sportiva.
1.2. Oggi la realtà dello sport è attraversata da tendenze
contrapposte. Si trasmuta con immediata evidenza sotto la spinta
simultanea da una parte dell’eccellenza della prestazione per il
successo del campione e dunque dei vincoli del risultato ad ogni costo,
e dall’altra sotto l’esplosione delle esigenze di massa di tipo
spettacolare, estetico, ludico. In tal modo l’accelerazione impressa al
modello sportivo in atto ha sbancato i criteri di gestione e di politica
sportiva, mettendo a nudo le carenze culturali e le arretratezze
organizzative della elitaria fruizione sportiva propria dell’ “ancien
regime”.
Lo sport dunque sta assumendo modalità
nuove. Esse prospettano uno sport segnato prevalentemente dal fattore
economico-commerciale e dunque dalle leggi del mercato, dalla domanda di
consumo spettacolare, dal pervasivo e seducente strapotere dei media,
dall’inclusione delle scienze farmacologiche e nutrizionali. E ciò
avviene oltre ogni riferimento etico prescrittivo alla coscienza del
soggetto sportivo e dell’impresa sportiva.
2. L’appello della coscienza
In un contesto come quello
brevemente delineato, non può non emergere una domanda semplice: è
ancora possibile reintrodurre e praticare nel “mondo vitale dello sport”
l’appello alla coscienza? In altre parole, è oggettivamente pensabile
ridare allo sport una valenza etica, cioè “un volto e un’anima”, oppure
questa intenzione si rivela essere solo una bella ma ingenua ipotesi di
lavoro?
Noi rispondiamo di sì, a
patto che si tenga in considerazione che appellandosi alla coscienza
significa richiamare due orizzonti di senso imprescindibili, quello
della persona e quello della società.
2.1. Il primo orizzonte di
senso coglie il soggetto come persona e non tanto nella semplice
individualità. Questo orizzonte soggettuale evidenzia e valorizza
primariamente il luogo più inviolabile dell’uomo, che è la coscienza,
dove si specchia la sua identità e dove emerge il ruolo guida dello
spirito, teso ad edificare una vita buona e degna attraverso azioni
coerenti. E’ evidente che in tale prospettiva la coscienza non si pone
in subordinazione rispetto alle tendenze dominanti dello sport. Essa
svolge la sua funzione critica di discernimento e di giudizio, secondo i
principi di libertà, verità, responsabilità, trasparenza e giustizia.
2.2. Il secondo orizzonte di
senso coglie la società non come aggregato casuale di individui, ma come
comunità di persone organicamente costituite e ordinate al bene comune.
Orientata al fine di una convivenza solidale, sostenuta dal principio di
cittadinanza, di sussidiarietà e di solidarietà, la società diventa
spazio vivente e dinamico dove si attuano pienamente le identità
personali, distinte ma non separate nel rispetto delle diversità, gli
interessi individuali e le finalità comuni. In un dinamismo virtuoso che
adempie le abilità di ogni soggetto, anche lo sport interagisce come
attività responsabile, secondo regole pattuite e condivise.
2.3. In tal duplice polarizzazione, la
“persona” e la “società”, il “mondo dello sport” – considerato nella
progressiva mutazione del suo oggetto causativo intrinseco in quanto
mondo di professionisti, luogo di transazioni economiche e di imprese
sportive, ambiente di alto spettacolo, ecc. – assume sempre di più la
forma di una figura soggetta a forte e riconosciuta “responsabilità
pubblica”. Questa qualificazione – dove “persona” e “società” si
autodeterminano seguendo norme dettate dal bene personale e societario
di volta in volta adattate su misura delle persone coinvolte, dirigenti
e atleti, e dei loro fini – produce una novità sociale di grande
rilievo, strutturandosi nelle primarie dinamiche delle società
postmoderne.
L’impressione diffusa, e a volte
conclamata, è che in questa nuova situazione la questione etica debba
permanere silente, quasi che lo sport non possedesse il diritto/dovere
di una sua limpida coscienza. Contrariamente la rilevanza pubblica dello
sport aumenta il peso dell’istanza della coscienza, in quanto necessaria
risonanza critica e costruttiva di valori e in quanto vincolata dal
rapporto intrinseco con la persona e con la società.
3. Per una “nuova epoca” sportiva
Se così stanno le cose, lo sport presenta
ancor più la doverosità di una profonda rigenerazione ideale e
conseguentemente di un ritrovato slancio etico proprio per essere
all’altezza del suo ruolo sociale, culturale e vitale.
3.1. Seguendo la proposta di
un movimento di rigenerazione, si è indotti a pensare lo sport
come in uno stato di ri-fondazione, come se dovesse essere sottoposto ad
un’energia originale capace di produrre una “creatura nuova” a partire
dal grembo della persona umana. Interpretando di fatto la persona, lo
sport ne esprime tutte le facoltà, sia sotto il profilo antropologico
che culturale e sociale. La conseguenza è che si darà vero sport solo se
sarà funzionale alla persona umana, storicamente situata, socialmente
inserita, culturalmente istruita, suscitandone lo sviluppo in modo
attivo, responsabile e divertente.
3.2. Seguendo la
sollecitazione di un ritrovato slancio etico, si è indotti a
pensare lo sport come un’attività umana in uno stato di discernimento e
di verifica, di confronto con i suoi valori e i suoi fini. Così animato
e valorizzato da una propria tensione etica, lo sport potrà garantire la
sua funzione ludica e spettacolare, educativa e culturale, locale e
transnazionale. La conseguenza è che si darà vero sport quando, vinte le
derive economicistiche incongrue rispetto allo stesso sport, verrà posto
nel rinnovamento della sua vera “filosofia” e della sua vera “prassi”,
secondo le perenni esigenze della vera corporeità e della sana
socialità.
3.3. Da questa prospettiva
nasce la domanda del come la coscienza possa diventare idonea e omogenea
allo sport, cioè del come agire nello sport e con lo sport perché il
primato della persona e della società sia non solo rispettato
formalmente ma reso concretamente operativo e determinante. Ciò implica
non solo un soprassalto di coraggio e di forza morale, ma soprattutto
richiede una solida cultura sportiva, capace di fare sintesi tra
la visione dello sport che abbiamo delineato, secondo le categorie dello
spirito e della corporeità, della soggettività e della socialità, e le
istanze economiche e quelle dello spettacolo.
3.4. La risposta, come è
ovvio, non si esaurisce unicamente nel prospettare un’organizzazione
sempre più efficiente e perfetta, ma nell’assunzione di una politica
generale dello sport atta a coinvolgere l’oggettiva responsabilità
personale, sociale ed economica. Essa consiste praticamente
nell’elaborare un’ordinata “tavola” attorno a cui convergono tutti i
soggetti individuali e collettivi coinvolti nel movimento sportivo,
valorizzando armonicamente il loro patrimonio umanistico e
storico-civile, i fattori economici e l’immenso bagaglio tecnico.
Chiamati in causa in unità organica dallo sport moderno, dovrebbero
ricostruire i presupposti ideali da cui trarre le risorse intellettuali,
etiche, culturali ed economiche per definire una “nuova epoca
sportiva” che sappia ispirare di autentici significati le facoltà,
le attitudini e le attività specifiche delle persone impegnate nello
sport. L’obiettivo è uno sport che sia umanamente ludico, eticamente
irreprensibile, accrescitivo della persona e dell’intera società.
3.5. Non si deve misconoscere che anche
nell’attività sportiva sussiste una discriminante che si situa nella
scelta del profilo etico come criterio teorico e pratico di
valutazione, di giudizio e di comportamento. Nel qual che caso va
osservato che l’etica non concerne solo il privato della coscienza o il
retaggio di una mitologia dello spirito, ma consegue come naturale alla
visione trascendente della vita e della realtà, che incide sulle scelte
private e pubbliche del soggetto sportivo. Visto sotto questo profilo,
lo sport non si rivela agnostico. Anzi, lo sport diventa immediatamente
riflesso delle scelte del soggetto che lo pone in essere,
rispecchiandone le convinzioni, le motivazioni profonde, i giudizi sulla
realtà dello sport. Tali scelte vanno correttamente estrinsecate nelle
determinazioni delle politiche sportive, nei processi di formazione
sportiva, nei linguaggi comunicativi, e nelle effettive condizioni del
fare sport, quello agonistico-competitivo e quello amatoriale,
salutistico e ludico.
4. Olimpismo moderno: tra nostalgia,
spettacolo e affari
Anche lo sport migliore
subisce logoramenti e una certa consumazione di ideali. E’ fatale per
ogni cosa umana. E così l’evoluzione dei significati e delle pratiche
sportive ad alto livello si fa evidente quanto più cresce la retorica in
riferimento all’olimpismo moderno. Non vi è nulla di più esaltante di
una “celebrazione” olimpica ma nel contempo non vi è nulla di più
contrastante e avvilente di una spregiudicata logica degli affari che vi
si consuma.
Di qui nasce il confronto tra olimpismo
antico e nuovo. Rileggendo oggi alcune note di Pierre de Coubertin si
avverte subito che il trapasso in corso ha scavato un abisso, anche se,
beninteso, quelle riflessioni restano suggestive e custodiscono
indicazioni e aperture di notevole interesse.
A conferma mi limiterò a tre brevi
citazioni nell’ambito del tema “etica e sport” e mi permetterò succinti
commenti conclusivi.
4.1. Circa lo “spirito
religioso”. Annota Coubertin che la caratteristica che unisce
l’antica olimpiade alla moderna dovrebbe essere lo “spirito religioso”:
“Quel che avvicina dal punto di vista olimpico le due epoche
[quella dell’olimpismo antico e quella del neo-olimpismo, ndr] è lo
stesso spirito religioso, quello spirito che – nell’intervallo – è
rifiorito anche nel giovane atleta del Medioevo. Religio athletae: gli
antichi avevano intravisto il senso di queste parole, i moderni non
l’hanno ancora riafferrato”.
Nel quadro di riferimento del
pensiero coubertiniano, proprio dell’originario olimpismo,
l’affermazione intende evidenziare non tanto uno spirito confessionale,
quanto una dimensione romantica dello spirito, capace di fondare la
causa e il senso dello sport. Si tratta evidentemente di una qualità
dell’anima più che di una evidenza della fede. Se l’atleta impersona un
modello di virtù sublimi e attua, attraverso lo sport, quasi una
partecipazione alla natura della divinità, secondo una visione
individualistica ed eroica dell’uomo, non può non coltivare uno “spirito
religioso”.
Cosa resta oggi di questa
visione dello sportivo? Sembrerebbe ben poco. Non vi è traccia
nell’atleta professionista stando alle esterne manifestazioni. Forse
permane un segno nelle anime belle e nobili di appassionati che
affollano il nostro volontariato sportivo. Lo “spirito religioso” ha
preso congedo dallo sport nella sua forma pubblica. Probabilmente si
nasconde nella dimensione privatistica, impenetrabile dall’esterno, e
tende ad affiorare in quei “segni di croce” fugacemente espressi
all’inizio delle gare, soffocati tuttavia da innumerevoli forme di
superstizione disseminate nella notte e nel giorno.
4.2. Circa un eventuale
“perfezionamento interiore”. Scrive Coubertin che lo sport
segna, nella prospettiva di un’etica idealista e pura, la via di una
crescita interiore. “Lo sport non è un oggetto di lusso, un’attività
per gente oziosa e neanche una compensazione muscolare del lavoro
cerebrale. Esso è per ogni uomo fonte di un eventuale perfezionamento
interiore non condizionato dal mestiere. E’ appannaggio comune, allo
stesso grado per tutti, e, se verrà a mancare, nient’altro potrà
sostituirlo”.
Questo pensiero coubetiniano
delinea un interessante superamento di ovattate mentalità proprie delle
classi agiate. Con coraggio viene respinto un certo elitarismo sportivo
in favore di uno sport popolare. Si propone anche un superamento di un
certo positivismo sportivo in favore di una valenza spirituale che
premia l’elevazione interiore. Infine sembra propiziare la prospettiva
di superamento di un certo nazionalismo sportivo in favore di una
visione universalistica. Qui si colloca la vera novità dello sport
olimpico che prospetta un salto di qualità nella visione generale dello
sport.
Che ne è di queste poderose e
meritorie acquisizioni? Non vi è dubbio che lo sport oggi è diventato
appannaggio delle masse, senza esclusioni. Lo sport è per tutti e tutti
possono goderne le virtualità. E’ vero anche che lo sport costituisce
fattore di unità e di universalità. Il gravame positivista e naturalista
tuttavia alligna e prospera sotto forme diverse e perciò permane non
debellato nella sua indole materialista e tecnicistica. Il “mestiere”
purtroppo obnubila l’ispirazione interiore, ma anche l’esasperazione dei
risultati, sollecitata dal denaro, fiacca quel vero “perfezionamento”
che indica la valenza premiante dello spirito.
4.3. Circa il “motto”
competitivo. Coubertin, da eccellente pedagogista, propone con lo
sport e nello sport un costante impegno di esemplarità indomabile e in
progressione indefinita, quando scrive: “Il motto dell’olimpismo è
stato dato da padre Didon ai suoi allievi, ed è
citius altius fortius”.
Vi è qui sotterranea la convinzione che
per l’uomo non esiste limite. Al pensiero coubertiniano, cresciuto in un
contesto culturale idealista, è sottesa una concezione della natura
umana considerata come un organismo in indefinita ascesa, secondo una
visione volontaristica dell’uomo. Appare davvero encomiabile la passione
sportiva che spinge l’uomo a mete sempre più elevate. Ciò esprime una
visione ottimistica della vita, secondo la più accreditata coscienza
educativa dello scoutismo dell’ottocento. Nella sua essenza si ritiene
che valga ancora per l’oggi. Di fronte infatti al generalizzato rifiuto
della fatica, della disciplina e del sacrificio, la propensione al
meglio ideale – sempre più veloce, sempre in più in alto, sempre più
forte – sospinge ad una revisione delle attuali pedagogie
compromissorie e “buoniste”.
Che ne è di questi ideali? Lo sport
moderno è “costruito” in laboratori specialistici e altamente
professionali. L’atleta è soggetto ad una costante osservazione da parte
di operatori del corpo e della mente. Viene introdotto in una
iniziazione nutrizionale e di allenamenti scientifici e duri, atti ad
acquisire automatismi perfetti, strategie di comportamenti sofisticati.
In questo “sistema” artefatto, la virtù personale sta forse
nell’accettazione paziente della pressione psicologica, nella
finalizzazione di sé al risultato. Ma è virtù tecnologica. Lo spirito se
n’è involato, tanto che il dramma umano spesso sta in agguato e le
scorciatoie biochimiche mostrano la loro corda crudele.
Conclusione
Se si intende configurare uno sguardo
complessivo sul cosiddetto “olimpismo moderno” post coubertiniano,
ci viene da pensare, oltre una comprensibile nostalgia dei tempi mitici,
che sia in atto una sorta di discontinuità valoriale rispetto a
quella originaria. Nell’attuale “ideologia” olimpica, venuto meno il
supporto idealistico, etico e culturale, si andata annacquandosi la
passione per la “civiltà sportiva”, la cura per l’atleta come “modello
esemplare”, la tensione per la gratuità radicale del gesto
sportivo a vantaggio di gigantesche operazioni commerciali, economiche e
politiche.
La attuali “celebrazioni” olimpiche,
pure nei loro fascinosi e scintillanti rituali globali, sembrano
perpetuare simulacri più che offrire nel vivo realtà agonistiche di
prima grandezza. Di queste permane l’involucro esteriore, la bellezza
inesausta del gesto sportivo prestato alla televisione. All’apparenza è
scomparsa l’anima di sostegno causativo e finalistico. Per questo è
giunto forse il tempo che lo sport accetti l’umile critica di se stesso.
E’ vero: non esiste uno sport
puro. Esiste lo sport che vediamo e che amiamo. Ma non vorremmo che lo
sport, oggi magnete di mille sogni e di mille illusioni, divenisse,
sotto i nostri occhi colmi di stupore e un po’ stralunati dalle malie
spettacolari, un’immensa finzione scenica. Vorremmo invece che rimanesse
una seducente metafora della vita, un’attività degna della persona
umana, nel segno della libertà, della creatività, della solidarietà e
della pace.
|