Premessa
Ringrazio sentitamente il SECAM-SCEAM
e il CCEE per avermi invitato a partecipare a questo Simposio dei
Vescovi d’Africa e d’Europa, organizzato per riflettere su
Comunione e solidarietà tra l’Africa e l’Europa. Desidero
congratularmi per questa iniziativa, tanto opportuna e utile a
rinsaldare le relazioni ecclesiali tra i due continenti, che, nei
secoli, sono stati legati da rapporti spirituali, culturali, sociali
ed economici molto complessi e, qualche volta, difficili. La
prospettiva di uno sviluppo e di una crescita comune nel segno della
comunione e della solidarietà ecclesiali mi sembra la strada
migliore per dare anche un senso alla ricerca di quelle condizioni
che rendono possibile la collaborazione per la promozione della
giustizia sociale e della pace politica. La collaborazione
ecclesiale tra Africa ed Europa costituisce un incentivo e
un’indicazione di percorso tra la collaborazione economica e
politica tra i due continenti nel segno della solidarietà: “Il
termine «solidarietà», ….., esprime in sintesi l’esigenza di
riconoscere nell’insieme dei legami che uniscono gli uomini e i
gruppi sociali tra loro, lo spazio offerto alla libertà umana per
provvedere alla crescita comune, condivisa da tutti. L’impegno in
questa direzione si traduce nell’apporto positivo da non far mancare
alla causa comune e nella ricerca dei punti di possibile intesa
anche là dove prevale una logica di spartizione e frammentazione,
nella disponibilità a spendersi per il bene dell’altro al di là di
ogni individualismo e particolarismo” (Compendio della dottrina
sociale della Chiesa n. 194).
La
cooperazione Unione europea-Africa: alcuni dati
In via preliminare mi sembra
importante segnalare, a titolo informativo, alcuni dati riguardanti
le iniziative proprie dell’Unione Europea in tema di cooperazione
con il Continente africano.
a) L’Unione Europea è il
primo partner commerciale dei Paesi in via di sviluppo (PVS) e
fornisce oltre il 50% dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo all’Africa
sub-sahariana. Essa finanzia la maggior parte degli aiuti umanitari,
in tutti i Paesi extra-europei, attraverso l’European Commission
Humanitarian Office (ECHO), e contribuisce, con gli aiuti
alimentari, alla sopravvivenza di molte popolazioni e alla
realizzazione di una politica di sicurezza alimentare.
b)
L'Africa ha oggi, attraverso due tipi di accordi, un
rapporto istituzionale con l'Unione Europea.
-
Tutti i Paesi dell'Africa sub-sahariana, compresi
quelli dell'Oceano Indiano, sono firmatari dell'Accordo di Cotonou,
stipulato il 23 Giugno del 2000, che istituisce un partenariato
politico, commerciale e di cooperazione finanziaria, per 20 anni,
tra i Paesi dell’Unione Europea e 77 Stati (Paesi d’Africa, dei
Caraibi e del Pacifico - ACP), che costituisce l’ultimo atto
istituzionale e politico di una cooperazione nata con la Comunità
Economica Europea (CEE) nel 1957. Non esiste nessun altro accordo al
mondo tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo di
questa portata e di tale durata.
-
Anche con i Paesi del Nord Africa la Comunità ha
stabilito, dagli anni '70, una serie di accordi commerciali e di
cooperazione finanziaria, rinnovati ogni cinque anni, conclusi con i
singoli Paesi (Algeria, Marocco, Tunisia, Egitto…) con differenti
protocolli e non con un testo unico per la mancanza di un’entità
rappresentativa regionale e anche per le divergenze tra Paesi arabi.
Gli accordi interessano anche altri paesi del Mediterraneo, come
Giordania, Libano, Siria e Israele.
c) Circa l’Accordo di
Cotonou, va segnalato che prevede il rispetto dei diritti dell'uomo
e dei principi democratici, lo Stato di diritto, il buon governo (good
governance), la lotta alla povertà ma anche alla corruzione, il
dialogo politico, la prevenzione dei conflitti: questi sono gli
elementi di un partenariato politico, completato da quello
economico con gli aiuti finanziari e la cooperazione
commerciale, che caratterizzano le nuove relazioni dell'Unione
Europea con i Paesi africani e gli altri Stati dei Carabi e del
Pacifico. Questi principi non erano presenti nelle Convenzioni
negoziate dalla Comunità negli anni '60, '70 e '80. L’Accordo mette
l’accento anche sulla cooperazione regionale, sia come strategia di
sviluppo, sia per aiutare i paesi ACP a integrare le loro economie e
facilitare la cooperazione commerciale tra gruppi di paesi,
attraverso le loro organizzazioni regionali.
d) Da notare, inoltre, che
l’Organizzazione dell'Unità Africana (OUA) si è trasformata in
Unione Africana (UA), ispirandosi alle strutture dell’Unione
Europea, con la quale dovrebbe collaborare. Nei prossimi anni, nel
rispetto delle regole dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC),
vi sarà lo smantellamento progressivo delle preferenze commerciali
concesse dall'UE (libero accesso per quasi tutte le esportazioni dei
Paesi ACP sul mercato comunitario, protocolli speciali per taluni
prodotti, come lo zucchero e la carne bovina).
Giustizia e Pace: Gli ambiti di una
collaborazione
a)
Collaborazione e promozione della pace
Tutta l’Africa è sconvolta da
conflitti. Si stima che tra i 53 Stati del continente, una ventina
di essi sia stato teatro di crisi politiche o di maggiori conflitti.
In alcuni Stati, tali conflitti continuano tuttora: Sudan, Grandi
Laghi (Rwanda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo), Costa
d’Avorio, Uganda, Nigeria, Angola, … Quelli che pagano di più sono i
civili inermi: 800.000 in Rwanda nel genocidio del 1994, 3 milioni
nella Repubblica Democratica del Congo, per non parlare di migliaia
di uomini, donne e bambini uccisi negli altri Paesi. Tutti i
conflitti vanno ad ingrossare i 16 milioni di sfollati in Africa e i
6 milioni di rifugiati. Venti sono i Paesi del mondo da cui
provengono la maggior parte dei rifugiati, di questi 9 sono
africani!
Sono moltissime le missioni di pace
sul continente. Esse dimostrano che, lasciata da sola, l’Africa non
può farcela perché ha bisogno del sostegno della comunità
internazionale. Se le varie missioni di pace internazionali e le
comunità regionali africane hanno il mandato di mantenere la pace
(peacekeeping), è opportuno sottolineare che la Chiesa,
convinta che le guerre nascono dal cuore dell’uomo,
deve essere, da parte sua, in prima linea in una fattiva
collaborazione per la costruzione della pace (peacebuilding)
con tutto ciò che tale impegno comporta di mediazione e risoluzione
dei conflitti. Ricordo in particolare quei Paesi che hanno
organizzato le cosiddette Conferenze nazionali per la
riconciliazione e la purificazione della memoria (healing).
b) Collaborazione e
malattie pandemiche
Nel campo sanitario, le notizie che
pervengono dall’Africa non sono affatto rassicuranti.
Sul fronte sanitario, è opportuno tenere in debita considerazione
due elementi su cui lavorare per una possibile collaborazione tra
Europa e Africa.
1) In primo luogo si deve
valutare attentamente le responsabilità del settore farmaceutico
anche europeo. Tale settore è balzato all’attenzione della
pubblica opinione, in riferimento all’accesso ai medicinali
salvavita da parte della popolazione nei Paesi più poveri.
Nella Dichiarazione Ministeriale di Doha è stata riaffermata la
prevalenza degli obiettivi di salute pubblica nazionale sul
soddisfacimento degli impegni in materia di proprietà intellettuale.
2) In secondo luogo, si
deve dare una debita attenzione all’iniziativa denominata Global
Fund. La Santa Sede ha espresso la disponibilità della Chiesa
Cattolica a fornire - nella chiarezza degli obiettivi e dei metodi e
con piena garanzia circa le istanze di fondo della morale cattolica
– la sua collaborazione al Global Fund, messo in atto dal
G7/8 per combattere le malattie pandemiche. Con questa
collaborazione, la Chiesa Cattolica sul continente - con i suoi
numerosi ospedali, cliniche, centri sanitari e dispensari che
coprono anche le zone rurali - potrà affrontare in maniera più
efficace i molti problemi sanitari connessi con la prevenzione,
l’accesso ai farmaci, le cure alle persone malate e l’accoglienza
degli orfani.
c) Collaborazione e lotta
alla povertà
L’Africa non è sconvolta solo dai
conflitti armati, ma anche da una situazione di sottosviluppo
cronico. A questo riguardo, mi sembra prioritario la collaborazione
per la lotta alla povertà in Africa. I dati relativi al
numero assoluto di poveri mostrano che la maggiore incidenza di
poveri si ha in Africa, dove il 47% della popolazione – 300 milioni
di persone – vive in condizioni di assoluta povertà.
Quali i punti più bisognosi di una
fattiva e generosa collaborazione?
1) La questione del
debito internazionale dei Paesi poveri,
resta una questione aperta, che va ripresa, perché la crisi dei
Paesi poveri altamente indebitati è una crisi quasi tutta africana.
Una crisi «piccola» che si fatica ad affrontare proprio perché non
mette in allarme né i mercati finanziari, ad essa estranei, né i
creditori - Paesi e istituzioni - rispetto ai quali il debito dei
Paesi poveri è questione poco rilevante.
2) La questione dell’Aiuto
Pubblico allo Sviluppo. In questo ambito i Paesi europei devono
mantenere quanto promesso nel 1970, solennemente confermato nella
Conferenza internazionale di Monterrey sul finanziamento allo
sviluppo. Finora, non solo non è stato raggiunto l’obiettivo di
portare l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) allo 0,7% del PIL
fissato nel 1970 dai Paesi ricchi, ma la misura dell’APS è andata,
in media, decrescendo progressivamente fino a non superare, ora, una
media dello 0,2%... Solo cinque Paesi finora hanno raggiunto questo
traguardo: Svezia, Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi e Lussemburgo.
I fondi dell’Aiuto Pubblico allo
Sviluppo non sarebbero comunque sufficienti. Per cambiare la
prospettiva, occorre un aumento dei fondi disponibili, come pure è
necessario che vengano esplorate nuove fonti di finanziamento.
Alcuni Governi si stanno movendo significativamente in questa
direzione, avendo ricevuto l’incoraggiamento e il sostegno morale
del Santo Padre e della Santa Sede. Ricordo l’iniziativa del Governo
britannico denominata International Finance Facility e le
proposte dei Governi francese e brasiliano.
3) Altra questione sociale
drammatica è l’insicurezza alimentare del continente africano.
L’Africa Sub-sahariana sta sperimentando una delle peggiori crisi
alimentari degli ultimi decenni, che secondo le stime FAO potrebbe
coinvolgere 38 milioni di persone.
Importante, a questo proposito, è anche la struttura e il
funzionamento dei mercati agricoli mondiali. Il loro settore
agricolo, come è noto, è fortemente protetto da misure di carattere
interno e di carattere commerciale e tende a produrre eccedenze che
deprimono il prezzo mondiale delle derrate agricole. Se da un lato i
prezzi bassi possono rendere meno costosa l’importazione di cibo
nelle situazioni di emergenza alimentare, essi però contribuiscono a
penalizzare gravemente il settore agricolo e gli agricoltori dei
Paesi meno avanzati e quindi ad aggravare l’insicurezza alimentare
cronica. Per questo è molto importante che le politiche agricole dei
Paesi avanzati vengano riformate, senza perpetuare barriere
insormontabili all’accesso delle potenziali esportazioni agricole
dei Paesi meno avanzati.
4) Altra questione che
affligge i Paesi africani è la grave marginalizzazione rispetto
ai flussi commerciali. La loro partecipazione ai mercati
globali è paradossale, assumendo per lo più la forma delle fughe di
capitali. Il 40% della ricchezza finanziaria privata degli africani
è detenuta fuori dal continente, nonostante non manchino tentativi
di tenere sotto controllo le uscite di capitali.
In termini di flussi di risorse, all’inizio del XXI secolo ci
troviamo in una situazione assurda: i Paesi africani, come gruppo,
generano dei flussi di prestito al sistema mondiale, invece di
riceverli come sarebbe logico; ciò significa che in molti Paesi non
si realizzano investimenti potenzialmente interessanti, sia perché i
mercati finanziari internazionali guardano altrove, sia perché gli
scarsi risparmi locali vengono dirottati su forme di investimento
finanziario internazionale più attraenti.
5) È oggi universalmente
riconosciuto che la chiave dello sviluppo risiede nella scienza e
nella tecnologia e in questo ambito il problema principale sono
i rilevanti ostacoli al trasferimento del know how,
connesso al progresso tecnologico, dai Paesi ricchi, che ne
dispongono, ai Paesi poveri.
Se si pensa che la maggior parte di questi ultimi si trova in aree
tropicali in cui la vita media è sui 50 anni e se si tiene presente
che nel mondo oltre 861 milioni di adulti, di cui i 2/3 sono donne,
non hanno accesso all’alfabetizzazione e più di 113 milioni di
bambini non vanno a scuola, si capisce che una priorità assoluta
deve essere riservata alle iniziative che riguardano l’educazione e
la sanità.
6) L’ultima questione riguarda la
cooperazione internazionale. L’obiettivo di un’autentica
cooperazione dovrà essere quello di fare dell’Africa la
protagonista del proprio sviluppo. Con l’iniziativa NEPAD, il
Nuovo Partenariato per lo Sviluppo Africano, i leader africani si
stanno muovendo verso un maggior impegno di responsabilità nel senso
della ownership e della partnership. Lo sviluppo deve
partire dall’Africa. Il ruolo della comunità internazionale e dei
Paesi donatori consisterà nell’appoggiare questo processo. Per
decollare economicamente e socialmente, il continente può avvalersi
delle competenze dei suoi figli e figlie, del dinamismo della
società civile che bisogna far crescere, nonché delle sue importanti
risorse naturali, che però richiedono una gestione trasparente.
Conclusione
In questa relazione, ho cercato di illustrare alcune
delle sfide sociali maggiori della società africana su cui è
chiamata a confrontarsi la collaborazione ecclesiale, ma anche
quella economica e politica tra Africa e Europa, nello spirito di
una ritrovata solidarietà. Gli europei devono anche sapere che
l’Africa non è solo un continente pieno di problemi e di cattive
notizie, perché dall’Africa giungono anche buone e belle notizie,
soprattutto sul fronte dell’impegno della
Chiesa per risolvere i problemi sociali della giustizia e della pace.
Ovunque si vada nell’Africa profonda - negli ospedali e nei centri
sanitari, nelle scuole e nei centri di formazione, nei campi di
rifugiati e di sfollati, nelle prigioni e in altri campi sociali -
la Chiesa è sempre presente al fianco dei più deboli, in adempimento
della sua opzione preferenziale per i poveri. La Chiesa in Africa è
veramente un quotidiano miracolo di amore e di carità!
Un campo possibile e auspicabile di
collaborazione potrebbe essere quello della formazione,
soprattutto dei laici. In questo ambito, la dottrina sociale
della Chiesa riveste un’importanza particolare. È mio vivo augurio
che il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, che il
Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha appena
pubblicato, possa essere utile alla Chiesa dell’Africa e dell’Europa
per la formazione e l’impegno dei cristiani in campo sociale nella
prospettiva di una più solida collaborazione.
L’ECHO, creato nel 1992, opera in 30 aree di conflitti, in
oltre 85 Paesi e in quasi tutti i Paesi africani attraverso
180 Organizzazioni non governative (ONG), agenzie dell'ONU
ed altre istituzioni.
Con la Conferenza di Barcellona, nel 1995, è stato lanciato
un progetto di collaborazione euro-mediterranea con tutti i
paesi del Mediterraneo del Sud, ma l’inasprirsi delle
tensioni tra Israele e l’Autorità palestinese ha rallentato,
per ora, l'iniziativa dell’Unione Europea.
Più di due milioni di uomini e donne muoiono ogni anno in
Africa di AIDS, il flagello che colpisce le fasce lavorative
delle popolazioni del continente mettendo a repentaglio lo
sviluppo futuro del continente africano. I morti a causa del
virus dell’HIV/AIDS sono stimati in 20 milioni, mentre altri
30 milioni sono infetti dal morbo. I bambini orfani di
genitori vittime della malattia sono circa 12 milioni sul
continente. Altre malattie infettive come la tubercolosi e
la malaria non danno tregua all’Africa. Quest’ultima, la
malaria, sarebbe addirittura la prima causa dei decessi in
Africa. Si stima che, per le cattive condizioni sanitarie,
un bambino su sette muore prima di raggiungere l’età di
cinque anni.
Ci sono due cause prossime di questa povertà: da un lato la
modestissima crescita economica che molti Paesi poverissimi
hanno sperimentato in questo decennio, dall’altro la
persistenza della disuguaglianza, che di fatto esclude i
poveri dalla partecipazione ai benefici della crescita
economica. Quando si affronta la questione della povertà in
Africa ci si trova di fronte ad una paradossale e dolorosa
situazione in cui, pur non essendo le risorse, globalmente
considerate, insufficienti, la povertà cosiddetta relativa
si è fatta più stridente. Dunque, a parte il caso di Paesi
poverissimi, il problema consiste in una distribuzione
inefficace, quando non ingiusta, delle risorse, dovuta ad
una governance inadeguata, per varie cause, a livello
nazionale e internazionale.
Mentre il realismo vuole che si riconosca l’inesigibilità
dei debiti di alcuni Paesi poverissimi – e in parte ciò è
già avvenuto – è importante che i meccanismi studiati e già
avviati per darvi soluzione, sia dagli Stati creditori che
dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali, vengano
applicati almeno entro i tempi stabiliti. È importante,
altresì, vegliare sull’effettivo impiego da parte dei
Governi degli Stati debitori delle somme corrispondenti ai
debiti liberati in programmi sociali, in primo luogo
sanitari ed educativi. Bisogna riconoscere che in questo
ambito alcuni risultati sono stati ottenuti, specie a
livello bilaterale. Su questa specifica questione del debito
si devono tenere in debita considerazione, proprio per il
crescente coinvolgimento delle Chiese locali, i meccanismi
previsti dalle Istituzioni Finanziarie
Internazionali. Infatti, l’iniziativa del Fondo Monetario e
della Banca Mondiale per l’alleggerimento del debito dei
Paesi Poveri Altamente Indebitati, conosciuta come
iniziativa HIPC e che ha dei meccanismi molto complessi,
prevede, fra l’altro, la presentazione di piani d’azione
denominati Piani Strategici di Riduzione della
Povertà (PRSP). Si tratta di piani a lungo termine che
devono essere elaborati dai governi locali con ampia
consultazione della società civile. Inutile nascondersi le
difficoltà che questa consultazione incontra, specie in
presenza, in molti casi, di governi non propriamente
democratici e in Paesi dove a volte mancano i registri
dell’anagrafe, i diritti di proprietà sono quanto meno
incerti e i catasti non si sa in cosa consistano. Ciò
nonostante, è positivo constatare come i meccanismi sopra
citati favoriscano la partecipazione della società civile,
tanto che in alcuni Paesi la Chiesa locale ha ritenuto di
poter partecipare alla stesura dei PRSP.
Esistono due tipologie di insicurezza alimentare
nell’Africa, ognuna delle quali richiede particolari tipi di
interventi di natura tecnica, economica e sociale. Una
prima forma, configurabile come insicurezza alimentare
transitoria, consiste in un declino temporaneo
dell’accesso delle famiglie ad una quantità adeguata di
generi alimentari. La sua forma più acuta, per la quale la
collaborazione internazionale può essere mobilitata
rapidamente con soluzioni di indubbia efficacia, è
rappresentata dalle carestie. Diversa è la seconda forma,
definibile come insicurezza alimentare cronica. Essa
è caratterizzata da una dieta alimentare continuamente
inadeguata che risulta dalla mancanza di risorse per
produrre o per acquistare generi alimentari. Questa seconda
forma di insicurezza alimentare fa molto meno notizia delle
carestie, ma non per questo è meno grave. Essa non trae
giovamento significativo dalle forme di aiuto alimentare che
sono invece opportune nel caso di forme transitorie,
richiede profonde trasformazioni del contesto economico
domestico ed internazionale e non può venire disgiunta dai
processi di educazione, di crescita economica e di
trasformazione strutturale dei Paesi africani.
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