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Symposium Episcoporum Africae et Europae - SCEAM CCEE - Roma, 10-13 novembre 2004

Comunione e Solidarietà tra l’Africa e l’Europa. Chiesa in Africa ed Europa: Giustizia e Pace

S.E. Renato Raffaele Card. Martino Presidente Pontificio Consiglio Giustizia e Pace

Premessa

Ringrazio sentitamente il SECAM-SCEAM e il CCEE per avermi invitato a partecipare a questo Simposio dei Vescovi d’Africa e d’Europa, organizzato per riflettere su Comunione e solidarietà tra l’Africa e l’Europa. Desidero congratularmi per questa iniziativa, tanto opportuna e utile a rinsaldare le relazioni ecclesiali tra i due continenti, che, nei secoli, sono stati legati da rapporti spirituali, culturali, sociali ed economici molto complessi e, qualche volta, difficili. La prospettiva di uno sviluppo e di una crescita comune nel segno della comunione e della solidarietà ecclesiali mi sembra la strada migliore per dare anche un senso alla ricerca di quelle condizioni che rendono possibile la collaborazione per la promozione della giustizia sociale e della pace politica. La collaborazione ecclesiale tra Africa ed Europa costituisce un incentivo e un’indicazione di percorso tra la collaborazione economica e politica tra i due continenti nel segno della solidarietà: “Il termine «solidarietà», ….., esprime in sintesi l’esigenza di riconoscere nell’insieme dei legami che uniscono gli uomini e i gruppi sociali tra loro, lo spazio offerto alla libertà umana per provvedere alla crescita comune, condivisa da tutti. L’impegno in questa direzione si traduce nell’apporto positivo da non far mancare alla causa comune e nella ricerca dei punti di possibile intesa anche là dove prevale una logica di spartizione e frammentazione, nella disponibilità a spendersi per il bene dell’altro al di là di ogni individualismo e particolarismo” (Compendio della dottrina sociale della Chiesa n. 194).

 

La cooperazione Unione europea-Africa: alcuni dati

In via preliminare mi sembra importante segnalare, a titolo informativo, alcuni dati riguardanti le iniziative proprie dell’Unione Europea in tema di cooperazione con il Continente africano.

a)           L’Unione Europea è il primo partner commerciale dei Paesi in via di sviluppo (PVS) e fornisce oltre il 50% dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo all’Africa sub-sahariana. Essa finanzia la maggior parte degli aiuti umanitari, in tutti i Paesi extra-europei, attraverso l’European Commission Humanitarian Office (ECHO), e contribuisce, con gli aiuti alimentari, alla sopravvivenza di molte popolazioni e alla realizzazione di una politica di sicurezza alimentare[1].

b)            L'Africa ha oggi, attraverso due tipi di accordi, un rapporto istituzionale con l'Unione Europea.

-          Tutti i Paesi dell'Africa sub-sahariana, compresi quelli dell'Oceano Indiano, sono firmatari dell'Accordo di Cotonou, stipulato il 23 Giugno del 2000, che istituisce un partenariato politico, commerciale e di cooperazione finanziaria, per 20 anni, tra i Paesi dell’Unione Europea e 77 Stati (Paesi d’Africa, dei Caraibi e del Pacifico - ACP), che costituisce l’ultimo atto istituzionale e politico di una cooperazione nata con la Comunità Economica Europea (CEE) nel 1957. Non esiste nessun altro accordo al mondo tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo di questa portata e di tale durata.

-          Anche con i Paesi del Nord Africa la Comunità ha stabilito, dagli anni '70, una serie di accordi commerciali e di cooperazione finanziaria, rinnovati ogni cinque anni, conclusi con i singoli Paesi (Algeria, Marocco, Tunisia, Egitto…) con differenti protocolli e non con un testo unico per la mancanza di un’entità rappresentativa regionale e anche per le divergenze tra Paesi arabi. Gli accordi interessano anche altri paesi del Mediterraneo, come Giordania, Libano, Siria e Israele[2].

c)           Circa l’Accordo di Cotonou, va segnalato che prevede il rispetto dei diritti dell'uomo e dei principi democratici, lo Stato di diritto, il buon governo (good governance), la lotta alla povertà ma anche alla corruzione, il dialogo politico, la prevenzione dei conflitti: questi sono gli elementi di un partenariato politico, completato da quello economico con gli aiuti finanziari e la cooperazione commerciale, che caratterizzano le nuove relazioni dell'Unione Europea con i Paesi africani e gli altri Stati dei Carabi e del Pacifico. Questi principi non erano presenti nelle Convenzioni negoziate dalla Comunità negli anni '60, '70 e '80. L’Accordo mette l’accento anche sulla cooperazione regionale, sia come strategia di sviluppo, sia per aiutare i paesi ACP a integrare le loro economie e facilitare la cooperazione commerciale tra gruppi di paesi, attraverso le loro organizzazioni regionali.

d)           Da notare, inoltre, che l’Organizzazione dell'Unità Africana (OUA) si è trasformata in Unione Africana (UA), ispirandosi alle strutture dell’Unione Europea, con la quale dovrebbe collaborare. Nei prossimi anni, nel rispetto delle regole dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), vi sarà lo smantellamento progressivo delle preferenze commerciali concesse dall'UE (libero accesso per quasi tutte le esportazioni dei Paesi ACP sul mercato comunitario, protocolli speciali per taluni prodotti, come lo zucchero e la carne bovina).

 

Giustizia e Pace: Gli ambiti di una collaborazione

 a)           Collaborazione e promozione della pace

Tutta l’Africa è sconvolta da conflitti. Si stima che tra i 53 Stati del continente, una ventina di essi sia stato teatro di crisi politiche o di maggiori conflitti. In alcuni Stati, tali conflitti continuano tuttora: Sudan, Grandi Laghi (Rwanda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo), Costa d’Avorio, Uganda, Nigeria, Angola, … Quelli che pagano di più sono i civili inermi: 800.000 in Rwanda nel genocidio del 1994, 3 milioni nella Repubblica Democratica del Congo, per non parlare di migliaia di uomini, donne e bambini uccisi negli altri Paesi. Tutti i conflitti vanno ad ingrossare i 16 milioni di sfollati in Africa e i 6 milioni di rifugiati. Venti sono i Paesi del mondo da cui provengono la maggior parte dei rifugiati, di questi 9 sono africani!

 

Sono moltissime le missioni di pace sul continente. Esse dimostrano che, lasciata da sola, l’Africa non può farcela perché ha bisogno del sostegno della comunità internazionale. Se le varie missioni di pace internazionali e le comunità regionali africane hanno il mandato di mantenere la pace (peacekeeping), è opportuno sottolineare che la Chiesa, convinta che le guerre nascono dal cuore dell’uomo[3], deve essere, da parte sua, in prima linea in una fattiva collaborazione per la costruzione della pace (peacebuilding) con tutto ciò che tale impegno comporta di mediazione e risoluzione dei conflitti. Ricordo in particolare quei Paesi che hanno organizzato le cosiddette Conferenze nazionali per la riconciliazione e la purificazione della memoria (healing)[4].

b)           Collaborazione e malattie pandemiche

Nel campo sanitario, le notizie che pervengono dall’Africa non sono affatto rassicuranti[5]. Sul fronte sanitario, è opportuno tenere in debita considerazione due elementi su cui lavorare per una possibile collaborazione tra Europa e Africa.

1)           In primo luogo si deve valutare attentamente le responsabilità del settore farmaceutico anche europeo. Tale settore è balzato all’attenzione della pubblica opinione, in riferimento all’accesso ai medicinali salvavita da parte della popolazione nei Paesi più poveri[6]. Nella Dichiarazione Ministeriale di Doha è stata riaffermata la prevalenza degli obiettivi di salute pubblica nazionale sul soddisfacimento degli impegni in materia di proprietà intellettuale.

2)           In secondo luogo, si deve dare una debita attenzione all’iniziativa denominata Global Fund. La Santa Sede ha espresso la disponibilità della Chiesa Cattolica a fornire - nella chiarezza degli obiettivi e dei metodi e con piena garanzia circa le istanze di fondo della morale cattolica – la sua collaborazione al Global Fund, messo in atto dal G7/8 per combattere le malattie pandemiche. Con questa collaborazione, la Chiesa Cattolica sul continente - con i suoi numerosi ospedali, cliniche, centri sanitari e dispensari che coprono anche le zone rurali - potrà affrontare in maniera più efficace i molti problemi sanitari connessi con la prevenzione, l’accesso ai farmaci, le cure alle persone malate e l’accoglienza degli orfani.

c)           Collaborazione e lotta alla povertà

L’Africa non è sconvolta solo dai conflitti armati, ma anche da una situazione di sottosviluppo cronico. A questo riguardo, mi sembra prioritario la collaborazione per la lotta alla povertà in Africa. I dati relativi al numero assoluto di poveri mostrano che la maggiore incidenza di poveri si ha in Africa, dove il 47% della popolazione – 300 milioni di persone ­– vive in condizioni di assoluta povertà[7].    

 

Quali i punti più bisognosi di una fattiva e generosa collaborazione?

1)      La questione del debito internazionale dei Paesi poveri[8], resta una questione aperta, che va ripresa, perché la crisi dei Paesi poveri altamente indebitati è una crisi quasi tutta africana. Una crisi «piccola» che si fatica ad affrontare proprio perché non mette in allarme né i mercati finanziari, ad essa estranei, né i creditori - Paesi e istituzioni - rispetto ai quali il debito dei Paesi poveri è questione poco rilevante[9].

2)      La questione dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo. In questo ambito i Paesi europei devono mantenere quanto promesso nel 1970, solennemente confermato nella Conferenza internazionale di Monterrey sul finanziamento allo sviluppo. Finora, non solo non è stato raggiunto l’obiettivo di portare l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) allo 0,7% del PIL fissato nel 1970 dai Paesi ricchi, ma la misura dell’APS è andata, in media, decrescendo progressivamente fino a non superare, ora, una media dello 0,2%... Solo cinque Paesi finora hanno raggiunto questo traguardo: Svezia, Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi e Lussemburgo.

 

I fondi dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo non sarebbero comunque sufficienti. Per cambiare la prospettiva, occorre un aumento dei fondi disponibili, come pure è necessario che vengano esplorate nuove fonti di finanziamento. Alcuni Governi si stanno movendo significativamente in questa direzione, avendo ricevuto l’incoraggiamento e il sostegno morale del Santo Padre e della Santa Sede. Ricordo l’iniziativa del Governo britannico denominata International Finance Facility e le proposte dei Governi francese e brasiliano.

3)           Altra questione sociale drammatica è l’insicurezza alimentare del continente africano. L’Africa Sub-sahariana sta sperimentando una delle peggiori crisi alimentari degli ultimi decenni, che secondo le stime FAO potrebbe coinvolgere 38 milioni di persone[10]. Importante, a questo proposito, è anche la struttura e il funzionamento dei mercati agricoli mondiali. Il loro settore agricolo, come è noto, è fortemente protetto da misure di carattere interno e di carattere commerciale e tende a produrre eccedenze che deprimono il prezzo mondiale delle derrate agricole. Se da un lato i prezzi bassi possono rendere meno costosa l’importazione di cibo nelle situazioni di emergenza alimentare, essi però contribuiscono a penalizzare gravemente il settore agricolo e gli agricoltori dei Paesi meno avanzati e quindi ad aggravare l’insicurezza alimentare cronica. Per questo è molto importante che le politiche agricole dei Paesi avanzati vengano riformate, senza perpetuare barriere insormontabili all’accesso delle potenziali esportazioni agricole dei Paesi meno avanzati.

 

4)           Altra questione che affligge i Paesi africani è la grave marginalizzazione rispetto ai flussi commerciali. La loro partecipazione ai mercati globali è paradossale, assumendo per lo più la forma delle fughe di capitali. Il 40% della ricchezza finanziaria privata degli africani è detenuta fuori dal continente, nonostante non manchino tentativi di tenere sotto controllo le uscite di capitali[11]. In termini di flussi di risorse, all’inizio del XXI secolo ci troviamo in una situazione assurda: i Paesi africani, come gruppo, generano dei flussi di prestito al sistema mondiale, invece di riceverli come sarebbe logico; ciò significa che in molti Paesi non si realizzano investimenti potenzialmente interessanti, sia perché i mercati finanziari internazionali guardano altrove, sia perché gli scarsi risparmi locali vengono dirottati su forme di investimento finanziario internazionale più attraenti.

 

5)           È oggi universalmente riconosciuto che la chiave dello sviluppo risiede nella scienza e nella tecnologia e in questo ambito il problema principale sono i rilevanti ostacoli al trasferimento del know how, connesso al progresso tecnologico, dai Paesi ricchi, che ne dispongono, ai Paesi poveri[12]. Se si pensa che la maggior parte di questi ultimi si trova in aree tropicali in cui la vita media è sui 50 anni e se si tiene presente che nel mondo oltre 861 milioni di adulti, di cui i 2/3 sono donne, non hanno accesso all’alfabetizzazione e più di 113 milioni di bambini non vanno a scuola, si capisce che una priorità assoluta deve essere riservata alle iniziative che riguardano l’educazione e la sanità.

 

6)    L’ultima questione riguarda la cooperazione internazionale. L’obiettivo di un’autentica cooperazione dovrà essere quello di fare dell’Africa la protagonista del proprio sviluppo. Con l’iniziativa NEPAD, il Nuovo Partenariato per lo Sviluppo Africano, i leader africani si stanno muovendo verso un maggior impegno di responsabilità nel senso della ownership e della partnership. Lo sviluppo deve partire dall’Africa. Il ruolo della comunità internazionale e dei Paesi donatori consisterà nell’appoggiare questo processo. Per decollare economicamente e socialmente, il continente può avvalersi delle competenze dei suoi figli e figlie, del dinamismo della società civile che bisogna far crescere, nonché delle sue importanti risorse naturali, che però richiedono una gestione trasparente[13].

 

 Conclusione

In questa relazione, ho cercato di illustrare alcune delle sfide sociali maggiori della società africana su cui è chiamata a confrontarsi la collaborazione ecclesiale, ma anche quella economica e politica tra Africa e Europa, nello spirito di una ritrovata solidarietà. Gli europei devono anche sapere che l’Africa non è solo un continente pieno di problemi e di cattive notizie, perché dall’Africa giungono anche buone e belle notizie, soprattutto sul fronte dell’impegno della Chiesa per risolvere i problemi sociali della giustizia e della pace[14]. Ovunque si vada nell’Africa profonda - negli ospedali e nei centri sanitari, nelle scuole e nei centri di formazione, nei campi di rifugiati e di sfollati, nelle prigioni e in altri campi sociali - la Chiesa è sempre presente al fianco dei più deboli, in adempimento della sua opzione preferenziale per i poveri. La Chiesa in Africa è veramente un quotidiano miracolo di amore e di carità!

Un campo possibile e auspicabile di collaborazione potrebbe essere quello della formazione, soprattutto dei laici. In questo ambito, la dottrina sociale della Chiesa riveste un’importanza particolare. È mio vivo augurio che il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, che il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha appena pubblicato, possa essere utile alla Chiesa dell’Africa e dell’Europa per la formazione e l’impegno dei cristiani in campo sociale nella prospettiva di una più solida collaborazione.


 

[1] L’ECHO, creato nel 1992, opera in 30 aree di conflitti, in oltre 85 Paesi e in quasi tutti i Paesi africani attraverso 180 Organizzazioni non governative (ONG), agenzie dell'ONU ed altre istituzioni.

 

[2] Con la Conferenza di Barcellona, nel 1995, è stato lanciato un progetto di collaborazione euro-mediterranea con tutti i paesi del Mediterraneo del Sud, ma l’inasprirsi delle tensioni tra Israele e l’Autorità palestinese ha rallentato, per ora, l'iniziativa dell’Unione Europea.

 

[3] Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1984, 2.

[4] La Chiesa in Africa — in particolare attraverso taluni suoi responsabili — è stata in prima linea nella ricerca di soluzioni negoziate per i conflitti armati scoppiati in numerose zone del continente. «Questa missione di pacificazione dovrà continuare, incoraggiata da quanto il Signore promette nelle Beatitudini: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”(Mt 5, 9) », così Giovanni Paolo II nella Esortazione Ecclesia in Africa (n. 118). Questi argomenti sono stati affrontati nel Congresso internazionale organizzato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e dalla Caritas Internationalis nell’agosto del 2000 a Maputo in Mozambico, durante l’Anno del Grande Giubileo, cui presero parte rappresentanti delle Chiese locali d’Africa, d’America Latina e dei Caraibi, oltre a quelli degli Stati Uniti d’America, della Comunità di Sant’Egidio e di ONG cattoliche di Paesi d’Europa e d’America. Lo stesso anno, a dicembre, i Vescovi dell’Africa e Madagascar dedicavano la 12a Assemblea plenaria del SECAM, tenuta a Roma dal 30 settembre al 9 ottobre 2000, al tema: «Christ Our Peace: Church as Family of God, Place and Sacrament of Reconciliation, Forgiveness and Peace in Africa».

[5] Più di due milioni di uomini e donne muoiono ogni anno in Africa di AIDS, il flagello che colpisce le fasce lavorative delle popolazioni del continente mettendo a repentaglio lo sviluppo futuro del continente africano. I morti a causa del virus dell’HIV/AIDS sono stimati in 20 milioni, mentre altri 30 milioni sono infetti dal morbo. I bambini orfani di genitori vittime della malattia sono circa 12 milioni sul continente. Altre malattie infettive come la tubercolosi e la malaria non danno tregua all’Africa. Quest’ultima, la malaria, sarebbe addirittura la prima causa dei decessi in Africa. Si stima che, per le cattive condizioni sanitarie, un bambino su sette muore prima di raggiungere l’età di cinque anni.

[6] La controversia fra Sud Africa e aziende farmaceutiche riguardo alla tutela dei loro brevetti ha catalizzato una mobilitazione che si è dimostrata efficace nel perseguire la strada per rendere «flessibile» il sistema delle regole di tutela della proprietà intellettuale, sia in riferimento al caso specifico del Sud Africa sia a livello più generale.

[7] Ci sono due cause prossime di questa povertà: da un lato la modestissima crescita economica che molti Paesi poverissimi hanno sperimentato in questo decennio, dall’altro la persistenza della disuguaglianza, che di fatto esclude i poveri dalla partecipazione ai benefici della crescita economica. Quando si affronta la questione della povertà in Africa ci si trova di fronte ad una paradossale e dolorosa situazione in cui, pur non essendo le risorse, globalmente considerate, insufficienti, la povertà cosiddetta relativa si è fatta più stridente. Dunque, a parte il caso di Paesi poverissimi, il problema consiste in una distribuzione inefficace, quando non ingiusta, delle risorse, dovuta ad una governance inadeguata, per varie cause, a livello nazionale e internazionale.

[8] Già nel 1986, in un documento intitolato «Al servizio della comunità umana: un approccio etico al debito internazionale», il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace vedeva in questo meccanismo un problema morale sotto il profilo di quelle popolazioni, soprattutto i bambini, che devono soffrire non per colpa loro, ma per i debiti contratti da Governi corrotti che si sono arricchiti alle spese dello Stato e delle popolazioni. Successivamente, nel dicembre 2000, lo stesso Pontificio Consiglio organizzava una consultazione sul debito con ONG cattoliche dei Paesi creditori e rappresentanti dei Paesi poveri altamente indebitati, nonché rappresentanti delle Istituzioni Finanziarie Internazionali. Il 21 maggio scorso durante l’'incontro con gli Ambasciatori dei Paesi Africani presso la Santa Sede sul tema «Lo sviluppo sociale ed economico dell’Africa nell’era della globalizzazione», e lo scorso 9 luglio in occasione del Seminario su «Povertà e Globalizzazione», il Dicastero ha nuovamente esaminato il problema del debito internazionale sotto il profilo del finanziamento dello sviluppo.

[9] Mentre il realismo vuole che si riconosca l’inesigibilità dei debiti di alcuni Paesi poverissimi – e in parte ciò è già avvenuto – è importante che i meccanismi studiati e già avviati per darvi soluzione, sia dagli Stati creditori che dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali, vengano applicati almeno entro i tempi stabiliti. È importante, altresì, vegliare sull’effettivo impiego da parte dei Governi degli Stati debitori delle somme corrispondenti ai debiti liberati in programmi sociali, in primo luogo sanitari ed educativi. Bisogna riconoscere che in questo ambito alcuni risultati sono stati ottenuti, specie a livello bilaterale. Su questa specifica questione del debito si devono tenere in debita considerazione, proprio per il crescente coinvolgimento delle Chiese locali, i meccanismi previsti dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali. Infatti, l’iniziativa del Fondo Monetario e della Banca Mondiale per l’alleggerimento del debito dei Paesi Poveri Altamente Indebitati, conosciuta come iniziativa HIPC e che ha dei meccanismi molto complessi, prevede, fra l’altro, la presentazione di piani d’azione denominati Piani Strategici di Riduzione della Povertà (PRSP). Si tratta di piani a lungo termine che devono essere elaborati dai governi locali con ampia consultazione della società civile. Inutile nascondersi le difficoltà che questa consultazione incontra, specie in presenza, in molti casi, di governi non propriamente democratici e in Paesi dove a volte mancano i registri dell’anagrafe, i diritti di proprietà sono quanto meno incerti e i catasti non si sa in cosa consistano. Ciò nonostante, è positivo constatare come i meccanismi sopra citati favoriscano la partecipazione della società civile, tanto che in alcuni Paesi la Chiesa locale ha ritenuto di poter partecipare alla stesura dei PRSP.

[10] Esistono due tipologie di insicurezza alimentare nell’Africa, ognuna delle quali richiede particolari tipi di interventi di natura tecnica, economica e sociale.  Una prima forma, configurabile come insicurezza alimentare transitoria, consiste in un declino temporaneo dell’accesso delle famiglie ad una quantità adeguata di generi alimentari. La sua forma più acuta, per la quale la collaborazione internazionale può essere mobilitata rapidamente con soluzioni di indubbia efficacia, è rappresentata dalle carestie. Diversa è la seconda forma, definibile come insicurezza alimentare cronica. Essa è caratterizzata da una dieta alimentare continuamente inadeguata che risulta dalla mancanza di risorse per produrre o per acquistare generi alimentari. Questa seconda forma di insicurezza alimentare fa molto meno notizia delle carestie, ma non per questo è meno grave. Essa non trae giovamento significativo dalle forme di aiuto alimentare che sono invece opportune nel caso di forme transitorie, richiede profonde trasformazioni del contesto economico domestico ed internazionale e non può venire disgiunta dai processi di educazione, di crescita economica e di trasformazione strutturale dei Paesi africani.

[11] Tali controlli non risultano efficaci, anche per l’esistenza di importanti centri finanziari off-shore che, nei loro affari, non rispettano le regole della trasparenza.

[12] Cfr. Giovanni Paolo II, Centesimus Annus, n. 32.

[13] Kofi Annan, Segretario Generale delle Nazioni Unite, sottolinea così la particolarità dell’Africa nel suo famoso rapporto intitolato «We the Peoples . The Role of the United Nations in the 21st Century» (United Nations Department of Public Information, 2000): «Nowhere is a global commitment to poverty reduction needed more than in Africa south of the Sahara, because no region of the world endures greater human suffering» (p. 30).

[14]  «Nonostante la povertà e i pochi mezzi a disposizione, la Chiesa in Africa riveste un ruolo di primo piano in ciò che concerne lo sviluppo umano integrale; le sue notevoli realizzazioni in questo campo sono spesso riconosciute dai governi e dagli esperti internazionali. L’Assemblea speciale per l’Africa ha espresso profonda riconoscenza verso “tutti i cristiani e tutti gli uomini di buona volontà che lavorano nel campo dell’assistenza e della promozione umana con la nostra Caritas o con le nostre organizzazioni per lo sviluppo”. L’assistenza che essi, come buoni Samaritani, danno alle vittime africane delle guerre e delle catastrofi, ai rifugiati ed ai profughi, merita ammirazione, riconoscenza e sostegno da parte di tutti»: così si esprime Giovanni Paolo II nell’Esortazione Ecclesia in Africa (n. 45), manifestando al tempo stesso «un vivo ringraziamento alla Chiesa in Africa per il ruolo che essa ha svolto, nel corso degli anni, a favore della pace e della riconciliazione in non poche situazioni di conflitto, di sconvolgimento politico o di guerra civile» (ibidem).

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