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don Zeno di Nomadelfia

Don Zeno Saltini nacque a Fossoli di Carpi nel 1900 e morì a Nomadelfia nel 1981. Fu il fondatore di Nomadelfia (significa legge della fratermità), dell'Opera Piccoli Apostoli e del Movimento della fraternità umana. Nel 1947 nel Campo di Concentramento di Fossoli, organizzò la prima comunità di famiglie che accoglievano gli abbandonati e si aiutavano tra loro. Nel 1962 Nomadelfia fu trasferita vicino a Grosseto e istituita in parrocchia.

Il brano che segue è la conclusione di "Sete di giustizia" del 1956.

 

In fondo all'anima ci accomuna tutti una grande sofferenza. È la mancanza di un bene che ci faccia vivere nel senso più pieno. È un bene che siamo soliti chiamare felicità.

Quando assistiamo ad uno spettacolo che c'interessa, che ci prende, che ci fa entrare con l'immaginazione come in un regno di vita piena, verso la fine dello spettacolo cominciamo a rattristarci perché sta per finire e perché ripiomberemo nella comune sofferenza, nella solitudine del mondo, nella sua inesorabile realtà, sempre in assalto per farsi padrone di tutto il nostro essere e per annientarci.

Non è sempre vivere quando si sta a contatto degli uomini perché alle volte che riversano addosso la nausea dei loro malanni,  della loro intima infelicità. Se non si sa capire che essi sono come noi aggrediti da quella realtà inesorabile, si finisce per odiarli, anziché amarli come fratelli tanto se ci offendono, quanto se ci trattano con gentilezza.

Se sapessimo vedere in tutti gli uomini noi stessi, saremmo lieti, perché realizzeremo insieme ciò che, divisi, non possiamo, e di cui abbiamo bisogno.

Abbiamo bisogno di essere solidali come necessità di vita.

Dice Gesù: "vi do comandamento nuovo: amatevi in un l'altro come io ho amato voi". L'antica legge diceva: " ama il prossimo tuo come te stesso". Invece Gesù fa un passo avanti e dice di amarci l'un l'altro come egli ha amato noi: cioè immolandosi per noi.

La nuova misura dell'amore è immolarsi l'uno per l'altro, è la libertà di saper disporre completamente di se stessi per compiere l'opera divina di donarsi alla salvezza e alla felicità del fratello. E quando il fratello si tornerà in reciproco amore alla mia salvezza, alla mia felicità, ci saremmo liberati da quella inesorabile realtà aggressiva che ora tanto ci mortifica, perché l'avremo assoggettata alla ragione e alla fede: saremo noi, saremo quello che dobbiamo essere.

Ho scritto in questo libro su qualche aspetto della giustizia derivante dalla legge naturale, ho accennato vagamente alla legge della solidarietà umana; ho accennato a qualche punto che costituisce il più pressante tormento del secolo; ma non mi dilungo su questi argomenti perché non ho inteso fare un trattato scientifico.

Ho solo inteso dirvi, toccando qualche aspetto del complesso delitto sociale, che se decisamente sterziamo su questa strada, scopriremo noi stessi.

Ho solo inteso farvi pensare; farvi pensare nella speranza che ci penserete sul serio; snebbiando la vita sociale da tutte quelle delittuose incoerenze alla realtà delle cose, da tutte quelle sovrastrutture e aberrazioni che non ci permettono di vivere da uomini, che violentano e rifiutano la legge naturale su cui deve fondarsi la struttura sociale del consorzio umano.

Queste incoerenze ci fanno ladri, perché ci portano a strapparci l'un l'altro i beni necessari alla vita; omicidi, perché ci portano a lasciare morire di fame i fratelli; violenti, perché costringiamo quei poveri giovani della polizia a sparare sulle folle in ribellione, esasperate; falsi, perché decantiamo " battendo l'aria " virtù teoretiche, ma viviamo negandole con le opere; nemici di Dio, perché neghiamo la sua legge; mostri, perché neghiamo la natura umana; pericolosi idioti, perché non vediamo la verità; ci inaridiscono il cuore, perché, negando la giustizia della legge naturale, ci rendiamo impotenti a palpitare l'amore l'uno per l'altro; ci smorzano persino la fede, perché voltiamo le spalle a Dio.

La legge promulgata riconosce al popolo la sovranità. E se siamo sovrani, uniamoci un cuor solo a fondare la società e lo Stato sugli eterni piloni della legge naturale, che il Padre nostro che sta nei cieli ha scolpito inequivoca e sicura nelle stesse fibre del nostro cuore. Quanto saremmo buoni! Quanta felicità doneremmo al mondo intero!

Avete mai letto che quando San Francesco passava attraverso i campi, gli uccelli gli volavano festosi attorno e andavano persino a posarsi su di lui senza paura come, tranquilli, vanno sempre a posarsi sui rami delle riposanti e vive piante? Quando passiamo noi scappano.

San Francesco era un uomo vivente la legge della natura nell'amore a Dio.

Gli stessi uccelli dell'aria lo sentivano fratello, gli volavano attorno e si posavano su di lui, gli facevano festa.

Quanto saremo buoni se ci facessimo degni della nostra sovranità!

Dio ce l'ha data creandoci; e i nostri rappresentanti al potere finalmente ce l'hanno riconosciuta.

Lo stesso creato ci farebbe festa, la natura ci aprirebbe i suoi tesori e i segreti del suo palpito che dovunque procrea alla vita; passeremo sulla terra alla volta della vita eterna, pellegrini, accolti e salutati da tutte le creature come i figli di colui che le muove e le vivifica. Saremmo noi.

 

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