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da
www.barbiana.it
Ordine del giorno dei cappellani militari della
Toscana in congedo. Presenti alla riunione 20 cappellani militari su un
totale di 120.
Comunicato pubblicato
dal giornale La Nazione - 12.2.1965
Nell'anniversario della Conciliazione tra la
Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l'Istituto della
Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo
della Toscana.
Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto
Cambi, è stato votato il seguente ordine del giorno:
"I cappellani militari in congedo della regione toscana, nello spirito del
recente congresso nazionale dell'associazione, svoltosi a Napoli, tributano
il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d'Italia, auspicando
che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni
divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le
divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria.
Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta "obiezione
di coscienza" che, estranea al comandamento cristiano dell'amore, è
espressione di viltà". L'assemblea ha avuto termine con una preghiera di
suffragio per tutti i caduti.
Lettera di don Milani ai
Cappellani Militari Toscani che hanno sottoscritto il comunicato dell'11
febbraio 1965
Da tempo avrei voluto invitare uno di voi a
parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non
capiamo.
Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi come
avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho fatto
in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola.
Io l'avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un
giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande
pubblicamente.
PRIMO perché avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo.
E nessuno, ch'io sappia, vi aveva chiamati in causa. A meno di pensare che
il solo esempio di quella loro eroica coerenza cristiana bruci dentro di voi
una qualche vostra incertezza interiore.
SECONDO perché avete usato, con estrema leggerezza e senza chiarirne la
portata, vocaboli che sono più grandi di voi.
Nel rispondermi badate che l'opinione pubblica è oggi più matura che in
altri tempi e non si contenterà né d'un vostro silenzio, né d'una risposta
generica che sfugga alle singole domande. Paroloni sentimentali o volgari
insulti agli obiettori o a me non sono argomenti. Se avete argomenti sarò
ben lieto di darvene atto e di ricredermi se nella fretta di scrivere mi
fossero sfuggite cose non giuste.
Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni.
Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri
allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto
di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e
oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei
stranieri. E se voi avete il diritto senza essere richiamati dalla Curia, di
insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente
squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i
poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei
mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine
per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che
approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.
Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le
giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate
anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro
idee pagano di persona.
Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte.
Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo
studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori
ben più alti di lei.
Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. E troppo facile
dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò
nemmeno la legittima difesa.
Mi riferirò piuttosto alla Costituzione.
Articolo 11 "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla
libertà degli altri popoli...".
Articolo 52 "La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino".
Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo italiano
in un secolo di storia.
Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese
alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano
obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete
spiegarci chi difese più la Patria e l'onore della Patria: quelli che
obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il
mondo civile?
Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico.
Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L'obbedienza a ogni
costo? E se l'ordine era il bombardamento dei civili, un'azione di
rappresaglia su un villaggio inerme, I'esecuzione sommaria dei partigiani,
I'uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura,
I'esecuzione d'ostaggi, i
processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte
qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri
soldati della Patria), una guerra di evidente aggressione, I'ordine d'un
ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni
popolari?
Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra.
Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete
taciuto. O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in
faccia ai vostri "superiori" sfidando la prigione o la morte? Se siete
ancora vivi e graduati è
segno che non avete mai obiettato a nulla. Del resto ce ne avete dato la
prova mostrando nel vostro comunicato di non avere la più elementare nozione
del concetto di obiezione di coscienza.
Non potete non pronunciarvi sulla storia di ieri se volete essere, come
dovete essere, le guide morali dei nostri soldati.
Oltre a tutto la Patria, cioè noi, vi paghiamo o vi abbiamo pagato anche per
questo. E se manteniamo a caro prezzo (1000 miliardi l'anno) I'esercito, è
solo perché difenda colla Patria gli alti valori che questo concetto
contiene: la sovranità popolare, la libertà, la giustizia. E allora
(esperienza della storia alla mano) urgeva più che educaste i nostri soldati
all'obiezione che all'obbedienza.
L'obiezione in questi 100 anni di storia l'han conosciuta troppo poco.
L'obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, I'han conosciuta anche troppo.
Scorriamo insieme la storia. Volta volta ci direte da che parte era la
Patria, da che parte bisognava sparare, quando occorreva obbedire e quando
occorreva obiettare.
1860. Un esercito di napoletani, imbottiti dell'idea di Patria, tentò di
buttare a mare un pugno di briganti che assaliva la sua Patria. Fra quei
briganti c'erano diversi ufficiali napoletani disertori della loro Patria.
Per l'appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha in qualche
piazza d'Italia un monumento come eroe della Patria.
A 100 anni di distanza la storia si ripete: I'Europa è alle porte.
La Costituzione è pronta a riceverla: "L'ltalia consente alle limitazioni di
sovranità necessarie...". I nostri figli rideranno del vostro concetto di
Patria, così come tutti ridiamo della Patria Borbonica. I nostri nipoti
rideranno dell'Europa. Le divise dei soldati e dei cappellani militari le
vedranno solo nei musei.
La guerra seguente 1866 fu un'altra aggressione. Anzi c'era stato un accordo
con il popolo più attaccabrighe e guerrafondaio del mondo per aggredire
l'Austria insieme.
Furono aggressioni certo le guerre (1867-1870) contro i Romani i quali non
amavano molto la loro secolare Patria tant'è vero che non la difesero. Ma
non amavano molto neanche la loro nuova Patria che li stava aggredendo,
tant'é vero che non insorsero per facilitarle la vittoria. Il Gregorovius
spiega nel suo diario: "L'insurrezione annunciata per oggi, è stata rinviata
a causa della pioggia".
Nel 1898 il Re "Buono" onorò della Gran Croce Militare il generale Bava
Beccaris per i suoi meriti in una guerra che è bene ricordare. L'avversario
era una folla di mendicanti che aspettavano la minestra davanti a un
convento a Milano. Il Generale li prese a colpi di cannone e di mortaio solo
perché i ricchi (allora come oggi) esigevano il privilegio di non pagare
tasse. Volevano sostituire la tassa sulla polenta con qualcosa di peggio per
i poveri e di meglio per loro. Ebbero quel che volevano. I morti furono 80,
i feriti innumerevoli. Fra i soldati non ci fu né un ferito né un obiettore.
Finito il servizio militare
tornarono a casa a mangiar polenta. Poca perché era rincarata.
Eppure gli ufficiali seguitarono a farli gridare "Savoia" anche quando li
portarono a aggredire due volte (1896 e 1935) un popolo pacifico e lontano
che certo non minacciava i confini della nostra Patria. Era l'unico popolo
nero che non fosse ancora appestato dalla peste del colonialismo europeo.
Quando si battono bianchi e neri siete coi bianchi? Non vi basta di imporci
la Patria Italia? Volete imporci anche la Patria Razza Bianca? Siete di quei
preti che leggono la Nazione? Stateci attenti perché quel giornale considera
la vita d'un bianco più che quella di 100 neri. Avete visto come ha messo in
risalto l'uccisione di 60 bianchi nel Congo, dimenticando di descrivere la
contemporanea immane strage di neri e di cercarne i mandanti qui in Europa?
Idem per la guerra di Libia.
Poi siamo al '14. L'Italia aggredì l'Austria con cui questa volta era
alleata.
Battisti era un Patriota o un disertore? E un piccolo particolare che va
chiarito se volete parlare di Patria. Avete detto ai vostri ragazzi che
quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter
ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti?
Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era
dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava
forse a una "inutile strage"? (I'espressione non è d'un vile obiettore di
coscienza ma d'un Papa canonizzato).
Era nel '22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l'esercito non
la difese. Stette a aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti
l'avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l'Obbedienza
"cieca, pronta, assoluta" quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e
al mondo (50.000.000 di morti). Così la Patria andò in mano a un pugno di
criminali che violò ogni legge umana e divina e riempiendosi la bocca della
parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei
sacerdoti che non avevano in mente e sulla bocca che la parola sacra
"Patria", quelli che di quella parola non avevano mai voluto approfondire il
significato, quelli che parlavano come parlate voi, fecero un male
immenso proprio alla Patria (e, sia detto incidentalmente, disonorarono
anche la Chiesa).
Nel '36 50.000 soldati italiani si trovarono imbarcati verso una nuova
infame aggressione: Avevano avuto la cartolina di precetto per andar
"volontari" a aggredire l'infelice popolo spagnolo.
Erano corsi in aiuto d'un generale traditore della sua Patria, ribelle al
suo legittimo governo e al popolo suo sovrano.
Coll'aiuto italiano e al prezzo d'un milione e mezzo di morti riuscì a
ottenere quello che volevano i ricchi: blocco dei salari e non dei prezzi,
abolizione dello sciopero, del sindacato, dei partiti, d'ogni libertà civile
e religiosa.
Ancor oggi, in sfida al resto del mondo, quel generale ribelle imprigiona,
tortura, uccide (anzi garrota) chiunque sia reo d'aver difeso allora la
Patria o di tentare di salvarla oggi.
Senza l'obbedienza dei "volontari" italiani tutto questo non sarebbe
successo.
Se in quei tristi giorni non ci fossero stati degli italiani anche
dall'altra parte, non potremmo alzar gli occhi davanti a uno spagnolo. Per
l'appunto questi ultimi erano italiani ribelli e esuli dalla loro Patria.
Gente che aveva obiettato.
Avete detto ai vostri soldati cosa devono fare se gli capita un generale
tipo Franco? Gli avete detto che agli ufficiali disobbedienti al popolo loro
sovrano non si deve obbedire?
Poi dal '39 in là fu una frana: i soldati italiani aggredirono una dopo
l'altra altre sei Patrie che non avevano certo attentato alla loro (Albania,
Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia).
Era una guerra che aveva per l'Italia due fronti. L'uno contro il sistema
democratico. L'altro contro il sistema socialista.
Erano e sono per ora i due sistemi politici più nobili che l'umanità si sia
data.
L'uno rappresenta il più alto tentativo dell'umanità di dare, anche su
questa terra, libertà e dignità umana ai poveri.
L'altro il più alto tentativo dell'umanità di dare, anche su questa terra,
giustizia e eguaglianza ai poveri.
Non vi affannate a rispondere accusando l'uno o l'altro sistema dei loro
vistosi difetti e errori. Sappiamo che son cose umane. Dite piuttosto cosa
c'era di qua dal fronte. Senza dubbio il peggior sistema politico che
oppressori senza scrupoli abbiano mai potuto escogitare. Negazione d'ogni
valore morale, di ogni libertà se non per i ricchi e per i malvagi.
Negazione d'ogni giustizia e d'ogni religione. Propaganda dell'odio e
sterminio d'innocenti. Fra gli altri lo sterminio degli ebrei (la Patria del
Signore dispersa nel mondo e sofferente).
Che c'entrava la Patria con tutto questo? e che significato possono più
avere le Patrie in guerra da che l'ultima guerra è stata un confronto di
ideologie e non di patrie?
Ma in questi cento anni di storia italiana c'è stata anche una guerra
"giusta" (se guerra giusta esiste). L'unica che non fosse offesa delle
altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana.
Da un lato c'erano dei civili, dall'altra dei militari. Da un lato soldati
che avevano obbedito, dall'altra soldati che avevano obiettato.
Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i "ribelli", quali i
"regolari"?
E una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. Nel Congo p. es.
quali sono i "ribelli"?
Poi per grazia di Dio la nostra Patria perse l'ingiusta guerra che aveva
scatenato. Le Patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i
nostri soldati.
Certo dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in
aggressori dall'obbedienza militare. Quell'obbedienza militare che voi
cappellani esaltate senza nemmeno un "distinguo" che vi riallacci alla
parola di San Pietro: "Si deve obbedire agli uomini o a Dio?". E intanto
ingiuriate alcuni
pochi coraggiosi che on finiti in carcere per fare come ha fatto San Pietro.
In molti paesi civili (in questo più civili del nostro) la legge li onora
permettendo loro di servir la Patria in altra maniera. Chiedono di
sacrificarsi per la Patria più degli altri, non meno.
Non è colpa loro se in Italia non hanno altra scelta che di servirla oziando
in prigione.
Del resto anche in Italia c'è una legge che riconosce
un'obiezione di coscienza. E proprio quel Concordato che voi volevate
celebrare. Il suo terzo articolo consacra la fondamentale obiezione di
coscienza dei Vescovi e dei Preti.
In quanto li altri obiettori, la Chiesa non si è ancora pronunziata né
contro di loro né contro di voi. La sentenza umana che li ha condannati dice
solo che hanno disobbedito alla legge degli uomini, non che son vili. Chi vi
autorizza a rincarare la dose? E poi a chiamarli vili non vi viene in mente
che non s'è mai sentito dire che la viltà sia patrimonio di pochi, I'eroismo
patrimonio dei più?
Aspettate a insultarli. Domani forse scoprirete che sono dei profeti. Certo
il luogo dei profeti è la prigione, ma non è bello star dalla parte di chi
ce li tiene.
Se ci dite che avete scelto la missione di cappellani per assistere feriti e
moribondi, possiamo rispettare la vostra idea. Perfino Gandhi da giovane
l'ha fatto. Più maturo condannò duramente questo suo errore giovanile. Avete
letto la sua vita?
Ma se ci dite che il rifiuto di difendere se stesso e i suoi secondo
l'esempio e il comandamento del Signore è "estraneo al comandamento
cristiano dell'amore" allora non sapete di
che Spirito siete! che lingua parlate? come potremo intendervi se usate le
parole senza pesarle? se non volete onorare la sofferenza degli obiettori,
almeno tacete!
Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo
che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria
di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si
son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità.
Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano
non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e
l'errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.
Se volete diciamo:.preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro
colpa da una propaganda d'odio, si son sacrificati per il solo malinteso
ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale
umano.
Lorenzo Milani sac.
Nel
processo, tenutosi a Roma il 15 febbraio 1966, il priore viene assolto, ma
su ricorso del pubblico ministero il 28 ottobre 1968 la Corte d'appello,
modificando la sentenza di primo grado, condanna il sacerdote e il maestro
La
Lettera ai giudici .
Autodifesa del priore di Barbiana dopo una
denuncia per apologia di reato, presentata da un gruppo di ex combattenti.
Barbiana 18 ottobre 1965
la mia assenza
Signori Giudici,
vi metto qui per scritto quello che avrei detto volentieri in aula. Non sarà
infatti facile ch'io possa venire a Roma perché sono da tempo malato. Allego
un certificato medico e vi prego di procedere in mia assenza.
nessun sottinteso
La malattia è l'unico motivo per cui non vengo.
Ci tengo a precisarlo perché dai tempi di Porta Pia i preti italiani sono
sospettati di avere poco rispetto per lo Stato. E questa è proprio l'accusa
che mi si fa in questo processo.
Ma essa non è fondata per moltissimi miei confratelli e in nessun modo per
me. Vi spiegherò anzi quanto mi stia a cuore imprimere nei miei ragazzi il
senso della legge e il rispetto per i tribunali degli uomini.
il difensore
Una precisazione a proposito del difensore.
Le cose che ho voluto dire con la lettera incriminata toccano da vicino la
mia persona di maestro e di sacerdote. In queste due vesti so parlare da me.
Avevo perciò chiesto al mio difensore d'ufficio di non prendere la parola.
Ma egli mi ha spiegato che non me lo può promettere né come avvocato né come
uomo. Ho capito le sue ragioni e non ho insistito.
troppo onore a Rinascita
Un'altra precisazione a proposito della rivista
che è coimputata per avermi gentilmente ospitato. Io avevo diffuso per conto
mio la lettera incriminata fin dal 23 Febbraio.
Solo successivamente (6 Marzo) I'ha ripubblicata Rinascita e poi altri
giornali. E' dunque per motivi procedurali cioè del tutto casuali ch'io
trovo incriminata con me una rivista comunista. Non ci troverei nulla da
ridire se si trattasse d'altri argomenti. Ma essa non meritava l'onore
d'essere fatta bandiera di idee che non le si addicono come la libertà di
coscienza e la non violenza. Il fatto non giova alla chiarezza cioè
all'educazione dei giovani che guardano a questo processo.
Verrò ora ai motivi per cui ho sentito il dovere di scrivere la lettera
incriminata. Ma vi occorrerà prima sapere come mai oltre che parroco io sia
anche maestro.
l'ambiente
La mia è una parrocchia di montagna. Quando ci
arrivai c'era solo una scuola elementare. Cinque classi in un'aula sola. I
ragazzi uscivano dalla quinta semianalfabeti e andavano a lavorare. Timidi e
disprezzati.
Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione
civile e non solo religiosa.
Così da undici anni in qua, la più gran parte del mio ministero consiste in
una scuola.
Quelli che stanno in città usano meravigliarsi del suo orario. Dodici ore al
giorno, 365 giorni l'anno. Prima che arrivassi io i ragazzi facevano lo
stesso orario (e in più tanta fatica) per procurare lana e cacio a quelli
che stanno in città. Nessuno aveva da ridire. Ora che quell'orario glielo
faccio fare a scuola dicono che li sacrifico.
viviamo insieme
La questione appartiene a questo processo solo
perché vi sarebbe difficile capire il mio modo di argomentare se non sapeste
che i ragazzi vivono praticamente con me. Riceviamo le visite insieme.
Leggiamo insieme: i libri, il giornale, la posta. Scriviamo insieme.
COME MAESTRO
Il motivo occasionale
la provocazione
Eravamo come sempre insieme quando un amico ci
portò il ritaglio di un giornale. Si presentava come un "Comunicato dei
cappellani militari in congedo della regione toscana". Più tardi abbiamo
saputo che già questa dizione è scorretta. Solo 20 di essi erano presenti
alla riunione su un totale di 120. Non ho potuto appurare quanti fossero
stati avvertiti. Personalmente ne conosco uno solo: don Vittorio Vacchiano
pievano di Vicchio.Mi ha dichiarato che non è stato invitato e che è
sdegnato della sostanza e della forma del comunicato. Il testo è infatti
gratuitamente provocatorio.
espressione di viltà
Basti pensare alla parola "espressione di
viltà".
Il prof. Giorgio Peyrot dell'Università di Roma sta curando la raccolta di
tutte le sentenze contro obiettori italiani. Mi dice che dalla liberazione
in qua ne son state pronunciate più di 200. Di 186 ha notizia sicura, di l00
il testo. Mi assicura che in nessuna ha trovato la parola viltà o altra
equivalente.
In alcune anzi ha trovato espressioni di rispetto per la figura morale
dell'imputato. Per esempio:"Da tutto il comportamento dell'imputato si deve
ritenere che egli sia incorso nei rigori della legge per amor di fede" (2
sentenze del T.M.T. di Torino l9 Dicembre1963 imputato Scherillo, 3 Giugno
1964 imputato Fiorenza). In tre sentenze del T.M.T. di Verona ha trovato il
riconoscimento del motivo di particolare valore morale e sociale (19 Ottobre
1953 imputato Valente, 11 Gennaio 1957 imputato Perotto, 7 Maggio 1957
imputato Perotto). Allego il testo completo dei risultati della ricerca che
il prof. Peyrot ha avuto la bontà di fare per me.
i ragazzi sdegnati
Ora io sedevo davanti ai miei ragazzi nella
duplice veste di maestro e di sacerdote e loro mi guardavano sdegnati e
appassionati.
Un sacerdote che ingiuria un carcerato ha sempre torto. Tanto più se
ingiuria chi è in carcere per un ideale. Non avevo bisogno di far notare
queste cose ai miei ragazzi. Le avevano già intuite.
E avevano anche intuito che ero ormai impegnato a dar loro una lezione di
vita.
non potevo tacere
Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce
all'ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano
reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve
sentirsi responsabile di tutto.
Su una parete della nostra scuola c'è scritto grande "I care". E il
motto intraducibile dei giovani americani migliori. "Me ne importa, mi sta a
cuore". E il contrario esatto del motto fascista "Me ne frego".
il silenzio di chi doveva parlare
Quando quel comunicato era arrivato a noi era
già vecchio di una settimana. Si seppe che le autorità civili, né quelle
religiose avevano reagito.
Allora abbiamo reagito noi. Una scuola austera come la nostra, che non
conosce ricreazione né vacanze, ha tanto tempo a disposizione per pensare e
studiare.
Ha perciò il diritto e il dovere di dire le cose che altri non dice. E
l'unica ricreazione che concedo ai miei ragazzi.
cercasi guerra giusta
Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia
(umili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo
riandati cento anni di storia italiana in cerca d'una "guerra giusta". D'una
guerra cioè che fosse in regola con l'articolo 11 della Costituzione. Non è
colpa nostra se non l'abbiamo trovata.
dispiaceri
Da quel giorno a oggi abbiamo avuto molti
dispiaceri:
Ci sono arrivate decine di lettere anonime di ingiurie e di minacce firmate
solo con la svastica o col fascio.Siamo stati feriti da alcuni giornalisti
con "interviste" piene di falsità. Da altri con incredibili illazioni tratte
da quelle "interviste" senza curarsi di controllarne la serietà. Siamo stati
poco compresi dal nostro stesso Arcivescovo (Lettera al Clero 14-4-1965). La
nostra lettera è stata incriminata.
quei 31 nostri fratelli
Ci è stato però di conforto tenere sempre
dinanzi agli occhi quei 31 ragazzi italiani che sono attualmente in carcere
per un ideale. Così diversi dai milioni di giovani che affollano gli stadi,
i bar, le piste da ballo, che vivono per comprarsi la macchina, che seguono
le mode, che leggono giornali sportivi, che si disinteressano di politica e
di religione.
il loro censore invece
Un mio figliolo ha per professore di
religione all'Istituto Tecnico il capo di quei militari cappellani che han
scritto il comunicato. Mi dice di lui che in classe parla spesso di sport.
Che racconta di essere appassionato di caccia e di judo. Che ha
l'automobile.
Non toccava a lui chiamare "vili e estranei al comandamento cristiano
dell'amore" quei 31 giovani. I miei figlioli voglio che somiglino più a loro
che a lui. E ciò nonostante non voglio che vengano su anarchici.
Il motivo profondo che cos'è la scuola
A questo punto mi occorre spiegare il problema
di fondo di ogni vera scuola.
E siamo giunti, io penso, alla chiave di questo processo perché io maestro
sono accusato di apologia di reato cioè di scuola cattiva. Bisognerà dunque
accordarci su ciò che è scuola buona.
arte delicata
La scuola è diversa dall'aula del tribunale. Per
voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita.
La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti
entrambi.
E' l'arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato
formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra
funzione), dall'altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico (e
in questo si differenzia dalla vostra funzione).
il giudice
La tragedia del vostro mestiere di giudici è che
sapete di dover giudicare con leggi che ancora non son tutte giuste.
Son vivi in Italia dei magistrati che in passato han dovuto perfino
sentenziare condanne a morte. Se tutti oggi inorridiamo a questo pensiero
dobbiamo ringraziare quei maestri che ci aiutarono a progredire,
insegnandoci a criticare la legge che allora vigeva.
Ecco perché, in un certo senso, la scuola è fuori del vostro ordinamento
giuridico.
il ragazzo
Il ragazzo non è ancora penalmente imputabile e
non esercita ancora diritti sovrani, deve solo prepararsi a esercitarli
domani ed è perciò da un lato nostro inferiore perché deve obbedirci e noi
rispondiamo di lui, dall'altro nostro superiore perché decreterà domani
leggi migliori delle nostre.
E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i "segni
dei tempi", indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi
vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso.
il maestro
Anche il maestro è dunque in qualche modo fuori
del vostro ordinamento e pure al suo servizio. Se lo condannate attenterete
al progresso legislativo.
In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei
ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla.
il vero amore alla legge
Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in
tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè
quando sono la forza del debole).
Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il
sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate.
la leva delle leve
La leva ufficiale per cambiare la legge è il
voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero.
Ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola e con
l'esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l'ora non c'è scuola
più grande che pagare di persona un'obiezione di coscienza. Cioè violare la
legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa
prevede. E' scuola per esempio la nostra lettera sul banco dell'imputato e è
scuola la testimonianza di quei 31 giovani che sono a Gaeta.
Chi paga di persona testimonia che vuole la legge migliore, cioè che ama la
legge più degli altri. Non capisco come qualcuno possa confonderlo con
l'anarchico. Preghiamo Dio che ci mandi molti giovani capaci di tanto.
le nostre letture
Questa tecnica di amore costruttivo per la legge
l'ho imparata insieme ai ragazzi mentre leggevamo il Critone, I'Apologia di
Socrate, la vita del Signore nei quattro Vangeli, l'autobiografia di
Gandhi,le lettere del pilota di Hiroshima. Vite di uomini che son venuti
tragicamente in contrasto con l'ordinamento vigente al loro tempo non per
scardinarlo, ma per renderlo migliore.
il mio esempio
L'ho applicata, nel mio piccolo, anche a tutta
la mia vita di cristiano nei confronti delle leggi e delle autorità della
Chiesa.
Severamente ortodosso e disciplinato e nello stesso tempo, appassionatamente
attento al presente e al futuro. Nessuno può accusarmi di eresia o di
indisciplina. Nessuno d'aver fatto carriera. Ho 42 anni e sono parroco di 42
anime!
i nostri frutti
Del resto ho già tirato su degli ammirevoli
figlioli. Ottimi cittadini e ottimi cristiani. Nessuno di loro è venuto su
anarchico. Nessuno è venuto su conformista. Informatevi su di loro. Essi
testimoniano a mio favore.
Ma è poi reato?
Vi ho dunque dichiarato fin qui che se anche la
lettera incriminata costituisse reato era mio dovere morale di maestro
scriverla egualmente. Vi ho fatto notare che togliendomi questa libertà
attentereste alla scuola cioè al progresso legislativo. Ma è poi reato?
la Costituzione nella scuola
L'Assemblea Costituente ci ha invitati a dar
posto nella scuola alla Carta Costituzionale "al fine di rendere consapevole
la nuova generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali"(ordine del
giorno approvato all'unanimità nella seduta, dell'11 Dicembre 1947).
l'Italia ripudia
Una di queste conquiste morali e sociali è
l'articolo 11: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla
libertà degli altri popoli".
Voi giuristi dite che le leggi si riferiscono solo al futuro, ma noi gente
della strada diciamo che la parola ripudia è molto più ricca di significato,
abbraccia il passato e il futuro,
E' un invito a buttar tutto all'aria: all'aria buona. La storia come la
insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la
insegnano ancora.
Mi scuserete se su questo punto mi devo dilungare, ma il Pubblico Ministero
ha interpretato come apologia della disobbedienza una lettera che è una
scorsa su cento anni di storia alla luce del verbo ripudia..
ci mistificavano tutto
E' dalla premessa di come si
giudicano qelle guerre che segue se si dovrà o no obbedire nelle guerre
future.
Quando andavamo a scuola noi i nostri maestri, Dio li perdoni, ci avevano
così bassamente ingannati. Alcuni poverini ci credevano davvero: ci
ingannavano perché erano a loro volta ingannati. Altri sapevano di
ingannarci, ma avevano paura. I più erano forse solo dei superficiali. A
sentir loro tutte le guerre erano "per la Patria".
Esaminiamo ora quattro tipi di guerra che "per la Patria" non erano.
1. per la classe dominante
I nostri maestri sí dimenticavano di farci
notare una cosa lapalissiana e cioè che gli eserciti marciano agli ordini
della classe dominante.
In Italia fino al 1880 aveva diritto di voto solo il 2% della popolazione.
Fino al 1909 il 7%. Nel 1913 ebbe diritto di voto il 23%, ma solo la metà lo
seppe o lo volle usare.
Dal '22 al '45 il certificato elettorale non arrivò più a nessuno, ma
arrivarono a tutti le cartolie di chiamata per tre guerre spaventose.
Oggi di diritto il suffragio è universale ma la Costituzione (articolo 3) ci
avvertiva nel '47 con sconcertante sincerità che i lavoratori erano di fatto
esclusi dalle leve del potere. Siccome non è stata chiesta la revisione di
quell'articolo è lecito pensare (e io lo penso) che esso descriva una
situazione non ancora superata.
Allora è ufficialmente riconosciuto che i contadini e gli operai, cioè la
gran massa del popolo italiano non è mai stata al potere.
esercito classista
Allora l'esercito ha marciato solo agli ordini
di una classe ristretta. Del resto ne porta ancora il marchio: il servizio
di leva è compensato con 93.000 al mese per i figli dei ricchi e con 4.500
Iire al mese per i figli dei poveri, essi non mangiano lo stesso rancio alla
stessa mensa, i figli dei ricchi sono serviti da un attendente figlio dei
poveri.
Allora l'esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua
totalità e nella sua eguaglianza.
difese di popolo aggressione di classe
Del resto in quante guerre
della storia gli eserciti han rappresentato la Patria?
Forse quello che difese la
Francia durante la Rivoluzione. Ma non certo quello di Napoleone in Russia.
Forse l'esercito inglese
dopo Dunkerque. Ma non certo l'esercito inglese a Suez.
Forse l'esercito russo a
Stalingrado. Ma non certo l'esercito russo in Polonia.
Forse l'esercito italiano al
Piave. Ma non certo l'esercito italiano il 24 Maggio.
Ho a scuola esclusivamente
figlioli di contadini e di operai.
La luce elettrica a Barbiana
è stata portata quindici giorni fa, ma le cartoline di precetto hanno
cominciato a portarle a domicilio fin dal
1861.
Non posso non avvertire i miei ragazzi che i loro infelici babbi han
sofferto e fatto soffrire in guerra per difendere gli interessi di una
classe ristretta (di cui non facevano nemmeno parte) non gli interessi della
Patria.
idolatria
Anche la Patria è una creatura cioè qualcosa di
meno di Dio, cioè un idolo se la si adora. Io penso che non si può dar la
vita per qualcosa di meno di Dio. Ma se anche si dovesse concedere che si
può dar la vita per l'idolo buono (la Patria), certo non si potrà concedere
che si possa dar la vita per l'idolo cattivo (le speculazioni degli
industriali).
2. dar la vita per nulla
Dar la vita per nulla è peggio ancora.
I nostri maestri non ci dissero che nel '866 l'Austria ci aveva offerto il
Veneto gratis. Cioè che quei morti erano morti senza scopo. Che è mostruoso
andare a morire e uccidere senza scopo. Se ci avessero detto meno bugie
avremmo intravisto com'è complessa la verità. Come anche quella guerra, come
ogni guerra, era composita dell'entusiasmo eroico di alcuni, dello sdegno
eroico di altri, della delinquenza di altri ancora.
rispetto per i caduti
Lo dico perché alcuni mi accusan di aver mancato
di rispetto ai Caduti. Non è vero. Ho rispetto per quelle infelici vittime.
Proprio per questa mi parrebbe di offenderli se lodassi chi le ha mandate a
morire e poi si è messo in salvo. Per esempio quel re che scappò a Brindisi
con Badoglio e molti generali e nella fretta si dimenticò perfino di lasciar
gli ordini.
Del resto il rispetto per i morti non può farmi dimenticare i miei figlioli
vivi. Io non voglio che essi facciano quella tragica fine. Se un giorno
sapranno offrire la loro vita in sacrificio ne sarò orgoglioso, ma che sia
por la causa di Dio e dei poveri, non per il signor Savoia o il signor
Krupp.
Bisognerà ricordare anche le guerre per allargare i confini oltre il
territorio nazionale.
3. dar la vita per la strategia
Ci sono ancora dei fascisti poveretti che mi
scrivono lettere patetiche per dirmi che prima di pronunciare il nome santo
di Battisti devo sciacquarmi la bocca.
Battisti
E' perché i nostri maestri ce 1'avevano
presentato come un eroe fascista. Si erano dimenticati di dirci che era un
socialista. Che se fosse stato vivo il 4 novembre quando gli italiani
entrarono nel Sud Tirolo avrebbe obiettato. Non avrebbe mosso un passo di là
da Salorno per lo stessissimo motivo per cui quattro anni prima aveva
obiettato alla presenza degli austriaci di qua da Salorno e s'era buttato
disertore, come dico appunto nella mia lettera. "Riterremmo stoltezza vantar
diritti su Merano e Bolzano" (Scrtti politici di Cesare Battisti, vol. II
pag.96-97). "Certi italiani confondono troppo facilmente il Tirolo col
Trentino e con poca logica vog1iono i confini d'Italia estesi fino al
Brennero" (ivi).
Sotto il fascismo la mistificazione fu scientificamente organizzata. E non
solo sui libri, ma perfino sul Paesaggio. L'Alto Adige, dove nessun soldato
italiano era mai morto, ebbe tre cimiteri di guerra finti (Colle Isarco,
Passo Resia, S. Candido) con caduti veri disseppelliti a Caporetto.
il Mondo unito
Parlo di confini per chi crede ancora, come
credeva Battisti, che i confini debbano tagliare preciso tra nazione e
nazione.
Non certo per dar soddisfazione a quei nazisti da museo che sparano a
carabinieri di 20 anni.
In quanto a me, io ai miei ragazzi insegno che le frontiere son concetti
superati. Quando scrivevamo la lettera incriminata abbiamo visto che i
nostri paletti di confine sono stati sempre in viaggio. E ciò che seguita a
cambiar di posto secondo il capriccio delle fortune militari non può essere
dogma di fede né civile né religiosa.
4. dar la vita oltremare
Ci presentavano l'Impero come una gloria della
Patria! Avevo 13 anni. Mi par oggi. Saltavo di gioia per l'Impero. I nostri
maestri s'erano dimenticati di dirci che gli etiopici erano migliori di noi.
Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro
bambini mentre loro non ci avevano fatto nulla.
Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non so, preparava gli
orrori di tre anni dopo. Preparava milioni di soldati obbedienti. Obbedienti
agli ordini di Mussolini. Anzi, per essere più precisi, obbedienti agli
ordini di Hitler. Cinquanta milioni di morti.
obbligo civico di demistificare
E dopo esser stato così volgarmente mistificato
dai miei maestri quando avevo 13 anni, ora che sono maestro io e ho davanti
questi figlioli di 13 anni che amo, vorreste che non sentissi l'obbligo non
solo morale (come dicevo nella prima parte di questa lettera), ma anche
civico di demistificare tutto, compresa l'obbedienza militare come ce la
insegnavano allora?
Perseguite i maestri che dicono ancora le bugie di allora, quelli che da
allora a oggi non hanno più studiato né pensato, non me.
anche il soldato ha una coscienza
Abbiamo voluto scrivere questa lettera senza
l'aiuto d'un giurista. Ma a scuola una copia dei Codici l'abbiamo.
Nel testo stesso dell'art. 40 c.p.m.p. e nella giurisprudenza all'art. 51 de
c.p. abbiamo trovato che il soldato non deve obbedire quando l'atto
comandato è manifestamente delittuoso. Che l'ordine deve avere un minimo
d'apparenza di legittimità. Una sentenza del T.S.M. condanna un soldato che
ha obbedito a un ordine di strage di civili (13-12-1949 imputato Struch).
Allora anche il Vostro ordinamento riconosce che perfino il soldato ha una
coscienza e deve saperla usare quando è l'ora.
Come potrebbe avere un minimo di parvenza di legittimità una decimazione,
una rappresaglia su ostaggi, la deportazione degli ebrei, la tortura, una
guerra coloniale?
il diritto internazionale
Oppure, può avere un minimo di parvenza di
legittimità un atto condannato dagli accordi internazionali che l'Italia ha
sottoscritto?
Il nostro Arcivescovo Card. Florit ha scritto che "è praticamente
impossibile all'individuo singolo valutare i molteplici aspetti relativi
alla moralità degli ordini che riceve" (Lettera al Clero 14-4-1965). Certo
non voleva riferirsi all'ordine che hanno ricevuto le infermiere tedesche di
uccidere i loro malati. E neppure a quello che ricevette Badoglio e trasmise
ai suoi soldati di mirare anche agli ospedali (telegramma di Mussolini
28-3-1936).
i gas in Etiopia
E neppure alI'uso dei gas.
Che gli italiani in Etiopia abbiano usato gas è un fatto su cui è inutile
chiuder gli occhi. Il Protocollo di Ginevra del 17-5-1925 ratificato
dall'Italia il 3-4-1928 fu violato dall'Italia per prima il 23-12-1935 sul
Tacazzé. L'Enciclopedia Britannica lo da per pacifico. Lo denunciano oramai
anche i giornali cattolici.
L'Avvenire d'Italia articoli di Angelo del Boca dal 13-5-1965 al 15-7-1965).
Abbiamo letto i telegrammi di Mussolini a Graziani: "autorizzo impiego gas"
(telegramma numero 12409 del 27-10- 1935) di Mussolini a Badoglio: "rinnovo
autorizzazione impiego gas qualunque specie e su qualunque scala". Hailè
Selassiè l'ha confermato autorevolmente e circonstanziatamente (intervista
per l'Espresso 29-9-1965 e sg.).
Quegli ufficiali e quei soldati obbedienti che buttavano barili d'iprite
sono criminali di guerra e non son ancora stati processati.
Son processato invece io perché ho scritto una lettera che molti considerano
nobile(carissime fra le tante le lettere di affettuosa solidarietà delle
Commissioni Interne delle principali fabbriche fiorentine, quelle dei
dirigenti e attivisti della C.I.S.L. di Milano e della C.I.S.L. di Firenze e
quella dei Valdesi).
Che idea si potranno fare i giovani di ciò che è crimine?
Oggi poi le convenzioni internazionali son state accolte nella Costituzione
(art. 10). Ai miei montanari insegno a avere più in onore la Costituzione e
i patti che la loro Patria ha firmato che gli ordini opposti d'un generale.
il buon senso dei poveri
Io non li credo dei minorati incapaci di
distinguere se sia lecito o no bruciar vivo un bambino. Ma dei cittadini
sovrani e coscienti. Ricchi del buon senso dei poveri. Immuni da certe
perversioni intellettuali di cui soffrono talvolta i figli della borghesia.
Quelli per esempio che leggevano D'Annunzio e ci han regalato il fascismo e
le sue guerre.
Norimberga
A Norimberga e a Gerusalemme son stati
condannati uomini che avevano obbedito. L'umanità intera consente che essi
non dovevano obbedire, pèrché c'è una legge che gli uomini non hanno forse
ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una
gran Parte dell'umanità la chiama legge di Dio, l'altra parte la chiama
legge della Coscienza. Quelli che non credono né nell'una né nell'altra non
sono che un'infima minoranza malata. Sono i cultori dell'obbedienza cieca.
Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che
essi non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi, che i
loro delitti li pagherà chi li avrà condannati.
E invece bisogna dir loro che Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima, che
vede ogni notte donne e bambini che bruciano e si fondono come candele
rifiuta di prender tranquillanti, non vuol dormire,non vuol dimenticare
quello che ha fatto quand'era un'bravo ragazzo, un soldato disciplinato"
(secondo la definizione dei suoi superiori) "un povero imbecille
irresponsabile" (secondo la definizione che dà lui di sé ora) (carteggio di
Claude Eatherly e Gunter Anders - Einaudi / 1962).
la responsabilità in solido
Ho poi studiato a teologia morale un vecchio
principio di diritto romano che anche voi accettate. Il principio della
responsabilità in solido. Il popolo lo conosce sotto forma di
proverbio:"Tant'è ladro chi ruba che chi para il sacco".
Quando si tratta di due persone che compiono un delitto insieme, per esempio
il mandante e il sicario, voi gli date un ergastolo per uno e tutti
capiscono che la responsabilità non si divide per due.
responsabilità in frazioni
Un delitto come quello di Hiroshima ha richiesto
qualche migliaio di corresponsabili diretti: politici, scienziati? tecnici,
operai, aviatori.
Ognuno di essi ha tacitato la propria coscienza fingendo a se stesso che
quella cifra andasse a denominatore. Un rimorso ridotto a millesimi non
toglie il sonno all'uomo d'oggi.
E così siamo giunti a quest'assurdo che l'uomo delle caverne se dava una
randellata sapeva di far male e si pentiva. L'aviere dell'era atomica
riempie il serbatoio dell'apparecchio che poco dopo disintegrerà 200.000
giapponesi e non si pente.
A dar retta ai teorici dell'obbedienza e a certi tribunali tedeschi,
dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo
Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è
mai avvenuto perché non ha autore.
C'è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole.
l'obbedienza non è più una virtù
Avere il coraggio di dire ai
giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più
una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene
far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si
sentano ognuno l'unico responsabile di tutto.
A questo patto l'umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un
progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico.
COME SACERDOTE
se è reato perseguiteci tutti
Fin qui ho parlato come un cittadino e un
maestro che crede con la sua scuola e la sua lettera di aver reso un
servizio alla società civile, non di aver compiuto un reato.
Ma poniamo di nuovo che voi lo consideriate reato.
Quest'accusa se fatta a me solo e non anche a tutti i miei confratelli mette
in dubbio la mia ortodossia di cattolico e di sacerdote. Sembrerà infatti
che condanniate le idee personali di un prete strano. Ma io son parte viva
della Chiesa anzi suo ministro. Se avessi detto cose estranee al suo
insegnamento essa mi avrebbe condannato. Non l'ha fatto perché la mia
lettera dice cose elementari di dottrina cristiana che tutti i preti
insegnano da 2000 anni. Se ho commesso reato perseguiteci tutti. Ho evitato
apposta di parlare da non violento.
la non-violenza
Personalmente lo sono: Ho tentato di educare i
miei ragazzi così.
Li ho indirizzati per quanto ho potuto verso i sindacati (le uniche
organizzazioni che applichino su larga scala le tecniche nonviolente). Ma la
non violenza non è ancora la dottrina ufficiale di tutta la Chiesa. Mentre
la dottrina del primato della coscienza sulla legge dello Stato lo è
certamente.
Mi sarà facile dimostrarvi che nella mia lettera ho parlato da cattolico
integrale, anzi spesso da cattolico conservatore.
storia codina
Cominciamo dalla storia. La storia d'Italiá fino
al 1929 nella mia lettera è identica a come la raccontavano i preti in
seminario prima di quella data. Il mio vecchio parroco mi diceva che La
Squilla, il giornale cattolico di Firenze, aveva in vetta e in fondo uno
striscione nero. Portava il lutto del Risorgimento!
tutti antifascisti
In quanto alla storia più recente cioè al
giudizio sulle guerre fasciste, può anche darsi che qualche mio confratello
sia intimamente un nostalgico, ma è notorio che la maggioranza dei preti
sostiene un partito democratico che fu il principale autore della
Costituzione (dunque anche della parola ripudia).
dottrina elementare
Veniamo alla dottrina. La dottrina del primato
della legge di Dio sulla legge degli uomini è condivisa, anzi glorificata,
da tutta la Chiesa. Non andrò a cercare teologi moderni e difficili per
dimostrarlo. Si può domandarlo a un bambino che si prepara alla Prima
Comunione: "Se il padre o la,madre comanda una cosa cattiva bisogna
obbedirlo? I martiri disobbedirono alle leggi dello Stato. Fecero bene o
male?"
C'è chi cita a sproposito il detto di S. Pietro:
"Obbedite ai vostri superiori anche se son cattivi". Infatti. Non ha nessuna
importanza se chi comanda è personalmente buono o cattivo.
Delle sue azioni risponderà davanti a Dio.
Ha però importanza se ci comanda cose buone o cattive perché delle nostre
azioni risponderemo noi davanti a Dio. Tant'è vero che Pietro scriveva
quelle sagge raccomandazioni all'obbedienza dal carcere dove era chiuso per
aver solennemente disobbedito.
il Concilio di Trento
Il Concilio di Trento è esplicito su questo
punto (Catechismo III parte, IV precetto, 16° paragrafo): "Se le autorità
politiche comanderanno qualcosa di iniquo non sono assolutamente da
ascoltare. Nello spiegare questa cosa al popolo il parroco faccia notare che
premio grande e proporzionato è riservato in cielo a coloro che obbediscono
a questo precetto divino" cioè di disobbedire allo Stato!
la Chiesa del silenzio
Certi cattolici di estrema destra (forse gli
stessi che mi hanno denunciato) ammirano la Mostra della Chiesa del
Silenzio. Quella mostra è l'esaltazione di cittadini che per motivo di
coscienza si ribellano allo Stato. Allora anche i miei superficialissimi
accusatori la pensan come me. Hanno il solo difetto di ricordarsi di quella
legge eterna quando lo Stato è comunista e le vittime son cattoliche e di
dimenticarla nei casi (come in Spagna) dove lo Stato si dichiara cattolico e
le vittime sono comuniste.
Son cose penose, ma le ho ricordate per mostrarvi che su questo punto l'arco
dei cattolici che la pensano come me è completo.
le persecuzioni
Tutti sanno che la Chiesa onora i suoi martiri.
Poco lontano dal vostro Tribunale essa ha eretto una basilica per onorare
l'umile pescatore che ha pagato con la vita il contrasto fra la sua
coscienza e l'ordinamento vigente. S. Pietro era un "cattivo cittadino". I
vostri predecessori del Tribunale di Roma non ebbero tutti i torti a
condannarlo.
Eppure essi non erano intolleranti verso le religioni.
Avevano costruito a Roma i templi di tutti gli dei e avevano cura di offrir
sacrifici ad ogni altare.
In una sola religione il loro profondo senso del diritto ravvisò un pericolo
mortale per le loro istituzioni. Quella il cui primo comandamento dice: "lo
sono un Dio geloso. Non avere altro Dio fuori che me".
le vostre leggi progrediscono
A quei tempi pareva dunque inevitabile che i
buoni ebrei e i buoni cristiani paressero cattivi cittadini.
Poi le leggi dello Stata progredirono. Lasciatemi dire, con buona pace dei
laicisti, che esse vennero man mano avvicinandosi alla legge di Dio. Così va
diventando ogni giorno più facile per noi esser riconosciuti buoni
cittadini. Ma è per coincidenza e non per sua natura che questo avviene. Non
meravigliatevi dunque se ancora non possiamo obbedire tutte le leggi degli
uomini. Miglioriamole ancora e un giorno le obbediremo tutte. Vi ho detto
che come maestro civile sto dando una mano anch'io a migliorarle.
Perché io ho fiducia nelle leggi degli uomini. Nel breve corso della mia
vita mi pare che abbiano progredito a vista d'occhio.
Condannano oggi tante cose cattive che ieri sancivano. Oggi condannano la
pena di morte, l'assolutismo, la monarchia, la censura, le colonie, il
razzismo, l'inferiorità della donna, la prostituzione, il lavoro dei
ragazzi. Onorano lo sciopero, i sindacati, i partiti.
quasi coincidono
Tutto questo è un irreversibile avvicinarsi alla
legge di Dio. Già oggi la coincidenza è così grande che normalmente un buon
cristiano può passare anche l'intera vita senza mai essere costretto dalla
coscienza a violare una legge dello Stato.
Io per esempio fino a questo momento sono incensurato. E spero di esserlo
anche alla fine di questo processo E' un augurio che faccio ai patrioti.
Chissà come patirebbero se potessero leggere le tante lettere che ricevo
dall'estero. Da paesi che non hanno il servizio di leva o riconoscono
l'obiezione. Quelli che le scrivono sono convinti di scrivere a un paese di
selvaggi. Qualcuno mi domanda quanto dovrà ancora stare in prigione il
povero padre Balducci.
ma non sempre
Dicevamo dunque che oggi le nostre due leggi
quasi coincidono. Ci sono però dei casi eccezionali nei quali vige l'antica
divergenza e l'antico comandamento della Chiesa di obbedire a Dio piuttosto
che agli uomini.
Ho elencato nella lettera incriminata alcuni di questi casi.
Posso aggiungere altre considerazioni.
l'obiezione di coscienza e il Concilio
Cominciamo dall'obiezione di coscienza in senso
stretto.
Proprio in questi giorni ho avuto conforto dalla Chiesa anche su questo
punto specifico. Il Concilio invita i legislatori a avere rispetto
(respicere) per coloro i quali "o per testimoniare della mitezza cristiana,
o per reverenza alla vita, o per orrore di esercitare qualsiasi violenza,
ricusano per motivo di coscienza o il servizio militare o alcuni singoli
atti di immane crudeltà cui conduce la guerra". (Schema 13 paragrafo 101).
Questo è il testo proposto dalla apposita Commissione la quale rispecchia
tutte le correnti del Concilio. Ha quindi tutte le probabilità d'essere
quello definitivo).
Quei 20 militari di Firenze han detto che l'obiettore è un vile. Io ho detto
soltanto che forse è un profeta. Mi pare che i Vescovi stiano dicendo molto
più di me.
tre fatti sintomatici
Ricorderò altri tre fatti sintomatici. Nel '18 i
seminaristi reduci di guerra, se vollero diventare preti, dovettero chiedere
alla Santa Sede una sanatoria per le irregolarità canoniche in cui potevano
essere incorsi nell'obbedire ai loro ufficiali.
Nel '29 la Chiesa chiedeva allo Stato di dispensare i seminaristi, i preti,
i vescovi dal servizio militare.
Il canone 141 proibisce ai chierici di andare volontari a meno che lo
facciano per sortirne prima (ut citius liberi evadant)! Chi disobbedisce è
automaticamente ridotto allo stato laicale.
La Chiesa considera dunque a dir poco indecorosa per un
sacerdote l'attività militare presa del suo complesso. Con le sue ombre e le
sue luci. Quella che lo Stato onora con medaglie e monumenti.
l'uccisione dei civili
E infine affrontiamo il problema più cocente
delle ultime guerre e di quelle future: l'uccisione dei civili.
La Chiesa non ha mai ammesso che in guerra fosse lecito uccidere civili, a
meno che la cosa avvenisse incidentalmente cioè nel tentare di colpire un
obiettivo militare. Ora abbiamo letto a scuola su segnalazione del Giorno un
articolo del premio Nobel Max Born (Bullettin of the Atomic Scientists,
aprile 1964).
Dice che nella prima guerra mondiale i morti furono 5% civili 95% militari
(si poteva ancora sostenere che i civili erano morti "incidentalmente").
nelle ultime tre guerre
Nella seconda 48% civili 52% militari (non si
poteva più sostenere che i civili fossero morti "incidentalmente").
In quella di Corea 84% civili 16% militari (si può ormai sostenere che i
militari "muoiono incidentalmente").
la strategia d'oggi
Sappiamo tutti che i generali studiano la
strategia d'oggi con l'unità di misura del megadeath (un milione di morti)
cioè che le armi attuali mirano direttamente ai civili e che si salveranno
forse solo i militari.
Gandhi
Che io sappia nessun teologo ammette che un
soldato possa mirare direttamente (si può ormai dire esclusivamente) ai
civili. Dunque in casi del genere il cristiano deve obiettare anche a costo
della vita. Io aggiungerei che mi pare coerente dire che a una guerra simile
il cristiano non potrà partecipare nemmeno come cuciniere. Gandhi l'aveva
già capito quando ancora non si parlava di armi atomiche. "Io non traccio
alcuna distinzione tra coloro che portano le armi di distruzione e coloro
che prestano servizio di Croce Rossa. Entrambi partecipano alla guerra e ne
promuovono la causa. Entrambi sono colpevoli del crimine della guerra (Non-violence
in peace and war.Ahmedabad 14 vol. 1).
A questo punto mi domando se non sia accademia seguitare a discutere di
guerra con termini che servivano già male per la seconda guerra mondiale.
la guerra futura
Eppure mi tocca parlare anche della guerra
futura perché accusandomi di apologia di reato ci si riferisce appunto a
quel che dovranno fare o non fare i nostri ragazzi domani.
Ma nella guerra futura l'inadeguatezza dei termini della nostra teologia e
della vostra legislazione è ancora più evidente.
sparare per primi
E' noto che l'unica "difesa" possibile in una
guerra di missili atomici sarà di sparare circa 20 minuti prima del
"aggressore".
Ma in lingua italiana lo sparare prima si chiama aggressione e non difesa.
vendicarsi
Oppure immaginiamo uno Stato onestissimo che per
sua "difesa" spari 20 minuti dopo. Cioè che sparino i suoi sommergibili
unici superstiti d'un paese ormai cancellato dalla geografia. Ma in lingua
italiana questo si chiama vendetta non difesa.
Mi dispiace se il discorso prende un tono di fantascienza, ma Kennedy e
Krusciov (i due artefici della distensione!) si sono lanciati l'un l'altro
pubblicamente minacce del genere. "Siamo pienamente conspevoli del fatto che
questa guerra se viene scatenata, diventerà sin dalla primissima ora una
guerra termonucleare e una guerra mondiale. Ciò per noi è perfettamente
ovvio" (lettera di Krusciov a B. Russell, 23-10-19C23).
Siamo dunque tragicamente nel reale. Allora la guerra difensiva non esiste
più. Allora non esiste più una "guerra giusta" né per la Chiesa né per la
Costituzione.
sopravvivenza della specie umana
A più riprese gli scienziati ci hanno avvertiti
che è in gioco la sopravvivenza della specie umana. (Per esempio Linus 'Pauling
premio Nobel per la chimica e per la pace).
E noi stiamo qui a questionare se al soldato sia lecito o no distruggere la
specie umana?
Spero di tutto cuore che mi assolverete, non mi diverte l'idea di andare a
fare l'eroe in prigione, ma non posso fare a meno di dichiararvi
esplicitamente che seguiterò a insegnare ai miei ragazzi quel che ho
insegnato fino a ora. Cioè che se un ufficiale darà loro ordini da paranoico
hanno solo il dovere di legarlo ben stretto e portarlo in una casa di cura.
Spero che in tutto il mondo i miei colleghi preti e maestri d'ogni religione
e d'ogni scuola insegneranno come me.
Poi forse qualche generale troverà ugualmente il meschino che obbedisce e
così non riusciremo a salvare l'umanità.
Non è un motivo per non fare fino in fondo il
nostro dovere di maestri. Se non potremo salvare l'umanità ci salveremo
almeno l'anima.
Lettera di Don Lorenzo
Milani e Don Bruno Borghi a tutti i sacerdoti della diocesi Fiorentina e per
conoscenza all'arc. mons. FLORIT 1.10.1964
Caro confratello,
abbiamo sentito da più parti un coro di rammarico alla notizia che monsignor
Bonanni non è più rettore.
L'argomento non può non interessarci: il Seminario è un fatto di tutti noi,
non un fatto privato del Vescovo. E non solo di noi sacerdoti, è anche un
fatto di tutto il popolo cristiano che chiamiamo a contribuire al
mantenimento dei seminaristi, che dovrà domani accettarli come padri e
maestri, che porterà le conseguenze di un migliore o peggiore sistema
educativo in Seminario.
Probabilmente tutti i sacerdoti fiorentini in questi giorni hanno parlato
del problema del rettore con qualche confratello. Molti avranno sentito il
desiderio di parlarne anche col Vescovo e se poi non ne hanno trovato il
modo, I'occasione o il coraggio, hanno sentito il disagio di aver parlato
alle spalle di un assente e d'aver taciuto con lui. Siamo stati abituati a
considerare il silenzio in casi simili come un segno di rispettosa
sottomissione all'autorità. Ma sotto sotto sappiamo che è più comodo tacere
che parlare e forse il silenzio non è che un sistema per scaricare sul
Vescovo il barile della nostra responsabilità.
L'episodio Bonanni non è che uno fra tanti. Forse quello che ha colpito un
maggior numero di sacerdoti. Un altro, sicuramente più grave, è quello del
padre Balducci: l'Arcivescovo ha posto i cattolici fiorentini nella
condizione di doversi regolare con la sola coscienza in materia di teologia
come se fossero protestanti. Non ha risposto alle loro precise domande
scritte, mentre i due giornali fiorentini sostenevano due oppostissime
opinioni teologiche e due giudici laici si permettevano di sentenziare in
materia di dottrina cattolica e perfino di mettere in dubbio la buona fede
di un sacerdote e di un maestro di ineccepibile dottrina e rettitudine quale
padre Balducci. Che si sappia noi due, in quell'occasione, scrissero
all'Arcivescovo i parroci d'un solo vicariato.
Un terzo episodio, quello che all'annuncio ci aveva dato la speranza di un
primo tentativo di dialogo tra l'Arcivescovo e noi, cioè la riunione
preconciliare, si risolse in un monologo e non ci fu data la possibilità di
parlare. Purtroppo anche quella volta non abbiamo reagito.
Ma questi non sono che tre episodí di un problema molto più generale: il
problema del dialogo. Il Papa ha chiamato i Vescovi a dialogo, perché il
Vescovo chiamasse a dialogo i parroci, il parroco i parrocchiani lontani e
vicini. Se manca un solo anello di questa catena il messaggio di Giovanni
XXIII e il Concilio non raggiungono il loro scopo. A Firenze un anello manca
certamente: il dialogo tra il Vescovo e i parroci e questo proprio nel
momento in cui maturava l'esigenza del dialogo coi lontani: comunisti,
ebrei, protestanti. Abbiamo da parlare con tutti e non parliamo al Vescovo e
il Vescovo non parla a noi! Il 90% dei Vescovi e due Papi hanno scelto la
via dell'apertura e del dialogo.
E’ l'ora di svegliarsi e d'accorgersi che la
Chiesa fiorentina col suo muro tra Vescovi e preti è ormai al margine della
Chiesa cattolica. Ma è anche al margine del mondo d'oggi. Quel mondo d'oggi
cui Giovanni XXIII guardava con tanta affettuosa stima in cerca delle verità
che Dio vi ha certamente nascoste, perché anche noi le trovassimo e le
facessimo nostre. Quel mondo ci guarda con giusto disprezzo e si allontana
sempre più da noi e dalle tante verità che a nostra volta potremmo
offrirgli.
Per esempio un episodio come quello Bonanni in cui un rettore dopo sei anni
di servizio viene sostituito per motivi che non sono stati comunicati, urta
la sensibilità del mondo d'oggi di cui facciamo parte e che è ormai abituato
a non accettare provvedimenti non motivati. Perché un importante
provvedimento che non sia stato pubblicamente motivato è infamante per chi
ne è l'oggetto. Offende poi la dignità di quanti sono direttamente o
indirettamente interessati al problema. Li tratta come animali inferiori cui
non si deve spiegazione e da cui non s'accetta consiglio. Dare, togliere,
accettare e tenere le cariche come se le cariche fossero solo onori alla
persona, problemi di carriera e non luoghi di servizio per i quali non si
può pensare di servire senza una specifica competenza! I laici d'oggi
restano a bocca aperta di fronte a questo settecentesco modo di concepire
l'autorità.
La possibilità di ricorrere contro le decisioni
dell'amministrazione è stata introdotta in Italia da quasi un secolo, la
motivazione obbligatoria delle sentenze, il diritto di difesa ecc.
appartengono ormai al patrimonio di tutta l'umanità civile. Possiamo
rinunciarci noi sacerdoti per una esigenza di ascetica personale, ma i laici
d'oggi, cristiani e non cristiani, non possono capire perché solo noi non
vogliamo tendere l'orecchio ai " segni dei tempi ", adeguarci a esigenze
così universalmente accettate.
Veniamo al pratico: Non scriviamo con l'intento
di far recedere l'Arcivescovo dalla sua decisione sul Seminario. Quel che ci
proponiamo è solo di creare una qualsiasi forma di dialogo tra noi e lui,
un'usanza di parlargli, un nuovo stile di rapporto. Non è con i telegrammi
d'auguri, il regalo di una croce pettorale e le genuflessioni che si mostra
l'amore al Vescovo, ma piuttosto con la sincerità rispettosa, il rifiuto del
pettegolezzo di sagrestia.
Perciò, prendendo spunto dal caso Bonanni, abbiamo pensato di proporre a
tutti i sacerdoti fiorentini l'inizio in concreto del dialogo: chiediamo
all'Arcivescovo che risparmi ai nostri popoli lo scandalo di un assolutismo
abbandonato ormai anche dal Papa e perfino dai comunisti. Chiediamogli di
parlare anche con noi dei motivi della sostituzione del rettore. La nostra
qualità di figli maggiorenni e di corresponsabili ce ne darebbe quasi un
diritto. Ma non lo avanziamo. Lo chiediamo per piacere.
Può darsi benissimo che la tecnica del dialogo che abbiamo scelta sia
sbagliata. Ce ne suggerisca lei una migliore per la prossima volta. Ma non
rinunciamo per un puntiglio formale all'idea di creare un nuovo rapporto
finalmente filiale tra noi e il Vescovo. Se si pretende che l'iniziativa
risponda perfettamente ai gusti d'ognuno succederà che non se ne farà di
nulla . Abbiamo preparato l'accluso cartoncino (nota). Come vede il testo
che le proponiamo è volutamente contenuto nella forma più attenuata e
rispettosa proprio per venir incontro al maggior numero di sacerdoti. Se le
va bene, la preghiamo di firmarlo e di inviarlo all'indirizzo di don Borghi.
Se preferisce un altro testo, un po' diverso oppure anche di opposto
contenuto, lo invii egualmente, e don Borghi sarà ben lieto di consegnarlo
personalmente all'Arcivescovo insieme agli altri.
Fraterni saluti Bruno Borghi sac. Lorenzo Milani sac.
Nota. Il cartoncino allegato diceva:
“Eccellenza, la notizia che mons. Bonanni ha lasciato il Seminario mi ha
dolorosamente impressionato. Pur accettando con assoluta disciplina la sua
decisione, le sarò filialmente grato se vorrà parlare anche con noi dei
motivi che l'hanno indotta a questa decisione.
Vorrei anche che questo fosse il primo passo verso un dialogo tra Vostra
Eccellenza e noi almeno sui problemi più gravi che via via si presenteranno
nella nostra Diocesi” firma
L’arcivescovo non si fa attendere e la settimana dopo invia la seguente
circolare datata 11 ottobre 1964:
" all'Ecc.mo Vescovo Ausiliare, ai Camarlenghi del Capitolo Metropolitano,
ai Rettori dei Seminari fiorentini, ai Vicari urbani e foranei, per
conoscenza di tutti i sacerdoti dell'Arcidiocesi:
" Desidero, per loro tramite, far pervenire il mio paterno ringraziamento ai
sacerdoti che, per iscritto o a voce, singolarmente o a gruppi, hanno voluto
rinnovare al loro Arcivescovo la riverenza ed obbedienza promesse nel giorno
della loro ordinazione. E’ motivo di conforto per me vedere rinsaldarsi nei
miei preti la fede soprannaturale nei princìpi gerarchici sui quali, per
volontà di Cristo, si regge la Chiesa.
" Quanto al "dialogo", penso che sia necessario ricercarne l'ispirazione
anzitutto nel colloquio intenso e perenne con Dio, senza del quale i
fermenti del tempo potrebbero inquinare o rendere meno genuino il nostro
rapporto con la Chiesa e con gli uomini, e meditare la recente enciclica
Ecclesiam suam del Santo Padre Paolo VI che con sereno equilibrio ed
apostolica apertura ci reca l'autentica e sola direttiva della Chiesa in
materia, manifestando così la volontà del Signore a nostro riguardo.
“Né possiamo dimenticare la lettera dell'Episcopato italiano ai sacerdoti
del 25 marzo 1960, con particolare riferimento al n. 13, che tratta
l'argomento "Il Laicismo e il Clero”. Certe manifestazioni a tutti note,
mentre attestano l'attualità di quel documento, non possono spiegarsi che
con la penetrazione anche fra noi di princìpi e di atteggiamenti già ivi
riprovati, e certo non conformi allo spirito sacerdotale.
"In Diocesi sono in atto da tempo iniziative utili e feconde; saranno
proseguite, nello spirito di carità e di collaborazione fraterna fra
sacerdoti che è alla base della vera "pastorale d'insieme". Il senso della
Redenzione, fondamento del nostro sacerdozio, ci insegnerà a valorizzare in
una luce soprannaturale anche le carenze, i difetti, le stesse eventuali
delusioni che possono provenire dalla nostra comune umana limitatezza e dal
difficile e pur fecondo processo di transizione che la Chiesa e il mondo
oggi attraversano. Forse ciò richiederà a ciascuno di noi d'accogliere con
fede più profonda la propria croce che rimane, anche nel mondo moderno, la
più sicura e consolante certezza.
Per i due sacerdoti che in questi giorni,
tanto avventatamente e nella forma più inopportuna, hanno dato a me, loro
Vescovo, pubblico motivo di sofferenza ed alla Comunità diocesana ragione di
frattura e di dissenso, chiedo al Signore che non venga meno la loro fede.
Tengo a rilevare che essi potranno ottenere da me, in ogni momento, le
lettere di escardinazione e procurarsi così quella libertà e serenità che è
da loro richiesta, scegliendosi una Diocesi che sia in grado di
corrispondere alle loro esigenze. Il Vescovo non porrà alcun ostacolo alle
loro eventuali decisioni.
Tutti benedico, con cuore paterno.
Ermenegildo Florit, arc.
da
www.barbiana.it
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