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La consegna dei Caduti
4 nov 1932: giunto da
pochi mesi a Bozzolo, a causa di questo discorso, il primo dei famosi
discorsi del 4 novembre, il giovane Parroco cominciò ad avere guai coi
pubblici poteri, a quel tempo fascisti, e con le gerarchie
ecclesiastiche. Per capire meglio lo spirito patriottico di don Primo
basterà ricordare che era stato cappellano militare nella Prima Guerra
Mondiale. Fu definito da papa Giovanni "la tromba dello Spirito Santo in
terra mantovana".
Non è nell'abitudine il
parlare in queste occasioni; parlano i ricordi, la nudità dell'altare
che richiama gli altari da campo; parlano queste pietre che richiamano
ben altre pietre; i riti così solenni e commoventi.
Ma per chi non ha
dimestichezza coi riti della religione, una parola di commento potrà
illuminare e fermare la commozione. Mi rivolgo specialmente ai
combattenti. Siamo venuti per dare o per ricevere? Quante volte in
questi 14 anni vi è venuto dal cuore sulle labbra questa parola: "perché
non sono rimasto anch'io laggiù?". Il che conferma l'affermazione di
un grande scrittore: che i nostri compagni morti sono i nostri signori.
I nostri signori i morti!
Ora dai signori si va a
chiedere l'elemosina e a ricevere gli ordini. Ecco che noi siamo venuti
per domandare in elemosina: la virtù della speranza; per ricevere un
ordine: la pace, conservare la pace.
La speranza è una virtù
facile, quando la va bene; difficilissima quando la va male.
Questi giovani, i vostri
figlioli, che sanno ancora così poco della vita, non sanno che cosa vuol
dire disperazione.
Voi invece l'avete
conosciuta lassù e l'avete ritrovata, molti, adesso. La disperazione non
è il buttarsi nel fiume, l'appendersi a un albero, bruciarsi le
cervella. Sono atti insani, gli episodi patologici e non mai abbastanza
deprecati della disperazione.
La disperazione è prima di
tutto nel nostro sapere il perché della propria vita, specialmente
quando la vita è sacrificio.
Disperazione è tirarsi il
collo e non riuscire a portare a casa quanto basta per sfamare i propri
figlioli; disperazione è aver voglia di lavorare e non trovarne;
disperazione è l'aver messo assieme, frusto a frusto, un campo, una
casa, e vederseli portar via senza averla mangiata fuori; disperazione è
il non poter quasi credere a un domani: al lavoro come sorgente di
benessere, all'onestà come il più bel titolo di nobiltà per l'uomo.
Chi ci rianimerà? Chi ci
darà la forza di sperare? Ho detto: siamo venuti a mendicare la speranza
ai nostri morti. Non abbiamo sbagliato porta? Non furono anch'essi dei
delusi? Oh! Lo furono!
Hanno combattuto e sono
morti per qualche cosa che non è venuta ancora. Hanno sentito delle
belle parole, si son visti balenare davanti degli ideali meravigliosi, e
talvolta dietro c'era tutt'altro.
Degli ingannati, dunque,
anche i nostri morti? Da parte degli uomini sì, perché gli uomini, anche
quando lo vogliono sinceramente, non possono ricompensare degnamente il
più grande sacrificio: quello della vita.
Ma la realtà non è tutta
qui. Dio non può permettere che venga reso vano il sacrificio. Gli
uomini hanno condotto a morire milioni di uomini per degli ideali che
poi furono subito traditi: ma Cristo non può permettere che il loro
sacrificio sia senza ragione ideale. Gli uomini possono disperdere il
sangue dei giusti: ma quel Cristo, che vedete davanti all'altare a
braccia spalancate, lo accoglie goccia a goccia.
Gli uomini possono
calpestare gli ideali: Cristo li riprende in mano, perché è lui che ce
li ha ispirati, è lui che si rende garante. Egli che ha ripreso in mano
la causa dei morti, ci ricondurrà sulle strade intraviste dai nostri
morti: e così anche le sofferenze di oggi, non contate dagli uomini,
sono nel piano di Dio per la salvezza del mondo.
.... Veniamo a prendere
un comando: la consegna. La consegna per un soldato è sacra; se dai
morti è ancora più sacra (Deorum manium iura sancta sunt).
La leggete - meglio, la
sentite - dalle parole scritte sul tumulo: pace a tutti nel segno
della croce.
Siete creati custodi della
pace. Altri non potranno credere alla possibilità della pace tra gli
uomini. Ma noi che non abbiamo interessi egoistici da far valere e
vanità di nessun genere, noi ci crediamo, tanto più che sappiamo cos'è
costata. E' il dono dei nostri morti, di tutti i morti della guerra.
Contro le cattiverie e gli egoismi di ogni genere noi prendiamo con
riverenza e pietà i nostri morti e facciamo con essi la barricata contro
l'inondare negli animi della guerra.
Quel Cristo in cui noi
ritroviamo tutti i nostri morti, e che ha detto amatevi gli uni gli
altri come io vi ho amato, darà forza alla nostra fede, al
sacrificio dei nostri morti, perché si avvicini e si avveri il giorno di
un'umanità in lui riconciliata. |