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don Primo Mazzolari   (S. Maria del B. 13-1-1890 - Cremona 12-4-1959)

La consegna dei Caduti

4 nov 1932: giunto da pochi mesi a Bozzolo, a causa di questo discorso, il primo dei famosi discorsi del 4 novembre, il giovane Parroco cominciò ad avere guai coi pubblici poteri, a quel tempo fascisti, e con le gerarchie ecclesiastiche. Per capire meglio lo spirito patriottico di don Primo basterà ricordare che era stato cappellano militare nella Prima Guerra Mondiale. Fu definito da papa Giovanni "la tromba dello Spirito Santo in terra mantovana". 

 

Non è nell'abitudine il parlare in queste occasioni; parlano i ricordi, la nudità dell'altare che richiama gli altari da campo; parlano queste pietre che richiamano ben altre pietre; i riti così solenni e commoventi.

Ma per chi non ha dimestichezza coi riti della religione, una parola di commento potrà illuminare e fermare la commozione. Mi rivolgo specialmente ai combattenti. Siamo venuti per dare o per ricevere? Quante volte in questi 14 anni vi è venuto dal cuore sulle labbra questa parola: "perché non sono rimasto anch'io laggiù?". Il che conferma l'affermazione di un grande scrittore: che i nostri compagni morti sono i nostri signori. I nostri signori i morti!

Ora dai signori si va a chiedere l'elemosina e a ricevere gli ordini. Ecco che noi siamo venuti per domandare in elemosina: la virtù della speranza; per ricevere un ordine: la pace, conservare la pace.

La speranza è una virtù facile, quando la va bene; difficilissima quando la va male.

Questi giovani, i vostri figlioli, che sanno ancora così poco della vita, non sanno che cosa vuol dire disperazione.

Voi invece l'avete conosciuta lassù e l'avete ritrovata, molti, adesso. La disperazione non è il buttarsi nel fiume, l'appendersi a un albero, bruciarsi le cervella. Sono atti insani, gli episodi patologici e non mai abbastanza deprecati della disperazione.

La disperazione è prima di tutto nel nostro sapere il perché della propria vita, specialmente quando la vita è sacrificio.

Disperazione è tirarsi il collo e non riuscire a portare a casa quanto basta per sfamare i propri figlioli; disperazione è aver voglia di lavorare e non trovarne; disperazione è l'aver messo assieme, frusto a frusto, un campo, una casa, e vederseli portar via senza averla mangiata fuori; disperazione è il non poter quasi credere a un domani: al lavoro come sorgente di benessere, all'onestà come il più bel titolo di nobiltà per l'uomo.

Chi ci rianimerà? Chi ci darà la forza di sperare? Ho detto: siamo venuti a mendicare la speranza ai nostri morti. Non abbiamo sbagliato porta? Non furono anch'essi dei delusi? Oh! Lo furono!

Hanno combattuto e sono morti per qualche cosa che non è venuta ancora. Hanno sentito delle belle parole, si son visti balenare davanti degli ideali meravigliosi, e talvolta dietro c'era tutt'altro.

Degli ingannati, dunque, anche i nostri morti? Da parte degli uomini sì, perché gli uomini, anche quando lo vogliono sinceramente, non possono ricompensare degnamente il più grande sacrificio: quello della vita.

Ma la realtà non è tutta qui. Dio non può permettere che venga reso vano il sacrificio. Gli uomini hanno condotto a morire milioni di uomini per degli ideali che poi furono subito traditi: ma Cristo non può permettere che il loro sacrificio sia senza ragione ideale. Gli uomini possono disperdere il sangue dei giusti: ma quel Cristo, che vedete davanti all'altare a braccia spalancate, lo accoglie goccia a goccia.

Gli uomini possono calpestare gli ideali: Cristo li riprende in mano, perché è lui che ce li ha ispirati, è lui che si rende garante. Egli che ha ripreso in mano la causa dei morti, ci ricondurrà sulle strade intraviste dai nostri morti: e così anche le sofferenze di oggi, non contate dagli uomini, sono nel piano di Dio per la salvezza del mondo.

....  Veniamo a prendere un comando: la consegna. La consegna per un soldato è sacra; se dai morti è ancora più sacra (Deorum manium iura sancta sunt).

La leggete - meglio, la sentite - dalle parole scritte sul tumulo: pace a tutti nel segno della croce.

Siete creati custodi della pace. Altri non potranno credere alla possibilità della pace tra gli uomini. Ma noi che non abbiamo interessi egoistici da far valere e vanità di nessun genere, noi ci crediamo, tanto più che sappiamo cos'è costata. E' il dono dei nostri morti, di tutti i morti della guerra. Contro le cattiverie e gli egoismi di ogni genere noi prendiamo con riverenza e pietà i nostri morti e facciamo con essi la barricata contro l'inondare negli animi della guerra.

Quel Cristo in cui noi ritroviamo tutti i nostri morti, e che ha detto amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato, darà forza alla nostra fede, al sacrificio dei nostri morti, perché si avvicini e si avveri il giorno di un'umanità in lui riconciliata.

 

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