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I 100 ANNI DELLE SETTIMANE SOCIALI

Il Movimento Cattolico, la Dottrina Sociale della Chiesa, le Settimane sociali.    Le tematiche delle Settimane.     Il bene comune.

I cointeressati e i contesti.   Nella nostra specificità.      Webibliografia. 

La Chiesa Italiana celebrerà dal 18 al 21 ottobre, tra Pistoia e Pisa, la 45° delle Settimane Sociali dei cattolici italiani che compiono cent’anni. L’iter a monte di questo centenario ha visto la pubblicazione degli atti dell’ultima Settimana di Bologna e del Documento preparatorio a cura del Comitato promotore, due seminari nazionali (su «Bene comune e dottrina sociale della Chiesa dal Concilio a Benedetto XVI» a Treviso il 20 gennaio 2007; su “Un secolo di vita italiana: il contributo dei cattolici” a Bari il 19 maggio 2007) oltre le non poche iniziative diocesane, di movimenti, associazioni e istituti accademici.

Il contesto ecclesiale, della prossima Settimana come di Verona o della conferenza di Sibiu, confermerà la preferenza per un’ermeneutica inclusiva, aperta su riforma e rinnovamento ma centrata sulla continuità dell’unico soggetto di riferimento, la Chiesa, che ha la sola ragion d’essere in Cristo. Proprio perché credibile nella sua unità di destini e intenti, la Chiesa con le sue iniziative può contribuire all’ethos di uno Stato partecipato e solidale (Bagnasco 17/9/07 n.4,9,10).

Il Movimento Cattolico, la DSC e le Settimane. Gli artefici dell’attuale cammino delle Settimane sono gli eredi di quello che è stato chiamato Movimento Cattolico o movimento sociale cristiano, sorto a metà Ottocento in Europa e anche in America, preceduto dal movimento ecumenico e biblico, e collaterale al movimento plurisecolare delle tradizioni di carità cristiana ma non meno rilevante nella formazione del Magistero sociale, oltre che nella sua attuazione. La carità, la giustizia e la condivisione della povertà sono e sono sempre state il presupposto costante della dottrina e della creatività sociale cristiana, espansa in modi diversi - a volte disorganica - nelle realtà locali (De Lubac in Cattolicismo cita per tutti Gregorio Magno; V. Paglia; P. Scoppola; Campanini, DDSC).

Ma quando, pur archiviata la condanna della Declaration fatta da Pio VI nel 1790 e il timore di gallicanesimi, Gregorio XVI nel 1832 con la Mirari vos e Pio IX nel 1846 Qui pluriuso, nel 1864 Quanta cura e Sillabo condannarono sistematicamente contratto sociale, socialismo, liberalismo e utilitarismo, i cattolici dovettero risolversi a nuove forme d’intervento nella questione sociale, volendo reagire alle nuove iniziative dell’economia politica liberale, areligiosa e protestante (I. Giordani: la libertà della volpe nel pollaio) e del materialismo storico socialista antireligioso, che si diffondevano mentre incrementavano moderne situazioni di ingiustizia e povertà e le soluzioni politiche erano incompatibili con la giustizia sociale e l’ordine della convivenza della visione cattolica.

Al Movimento ottocentesco aderirono laici ed ecclesiastici qualificati che si erano assunti responsabilità dirette in settori culturali e pedagogici, di carità, di tutela sindacale e impegno politico in partiti, come nel Gesellenverein fondato da Kolping nel 1840, nel Movimento di Oxford con Newman, nei Knights of Labor degli USA, nella saggistica Chateaubriand, nel sindacalismo cattolico e interconfessionale tedesco e austriaco, nel Katholikentag dal 1848 in poi, nei partiti cattolici austriaco, tedesco, belga e fiammingo, nei circoli degli abbés démocrates e nel Sillon francesi, nel vasto movimento di democrazia cristiana col principe von Lichtenstein, l’arcivescovo von Ketteler, Isambert, Karl Luegen, von Vogelsang, l’arcivescovo Manning, Dehon, La Tour du Pin, Harmel, de Mun, e l’irlandese D. O’Connel. In Italia all’inizio ci furono i (primi) neoguelfi come Rosmini, Gioberti, Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, per proseguire con le unioni operaie cattoliche sorte nel 1854, assieme alle unioni cooperative e alle unioni professionali e al mutualismo, per poi dividersi in transigenti e intransigenti: Bonomelli, Scalabrini, Tovini, Taparelli d’Azeglio, Casoni, Albani, Toniolo, Meda, Murri, Semeria, Buonaiuti, Casati, Gallarati Scotti, Sturzo.

Tutti aggregati dalla fede e dall’interesse popolare, in specie per gli operai, i protagonisti del Movimento, pur caratterizzati come detto, consumarono le loro esistenze in queste sfide, con lo studio delle applicazioni socio-economiche del neotomismo e, secondo la definizione di Toniolo, con l’azione ispirata alla “virtuale e logica anteriorità dei fini etico-sociali rispetto a quelli politici”.

Il Movimento italiano fu segnato da almeno due fattori peculiari: la questione romana e il voto. La Chiesa in Italia era avversata sul fronte pastorale, su quello dello Stato Pontificio e come Santa Sede, cioè Autorità spirituale universale. E le già forti istanze risorgimentali, unitarie e antiecclesiali di liberali e massoni, presero ancor più vigore grazie a quelle eversive ateistiche di socialisti e anarchici, particolarmente predisposti alle vie di fatto.

Poi, il problema di un diritto di voto riservato al 2% della popolazione (i proprietari) fino al 1880 e al 8,3% nel 1909, fruito perlopiù dalla metà degli aventi diritto, decisamente malleabile, fece maturare nei cattolici le scelte “né eletti né elettori” (8/1/1861 L’Armonia) e i ripetuti e ossequiati “non expedit (dal 1866 fino al 1919, eccetto nel 1913 per il Patto Gentiloni). Si determinò così una trasformazione dei neoguelfi di inizio secolo parte in conciliatoristi transigenti e i più in legittimisti intransigenti che, con l’impegno politico limitato alle sole amministrazioni locali e ai pochi deputati cattolici, puntarono tutto sulla formazione delle coscienze e l’intelligenza politica.

Sull’esempio di Belgio e Germania, in diverse città centro-settentrionali italiane alle iniziative sociali si aggiunsero quelle di aggregazione e propaganda (sempre incentrata sul Magistero), con una fecondità di associazioni corrispondenti alle due correnti tale da esigere quel coordinamento trovato nel 1875 nell’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici in Italia. Nel 1871 l’Opera era già stata convocata dagli intransigenti della Società della Gioventù Cattolica Italiana (nata nel 1867: è l’AC!), ma la nuova organizzazione in cinque sezioni e diversi gruppi costituì un vero riferimento unitario, che durò fino al 1904 (crisi Murri).

L’azione di così tanti organismi fu sostenuta da numerose pubblicazioni di successo, come quelle dei transigenti Il Conciliatore e Il Carroccio (dai quali origineranno i quotidiani del trust, 1910), e degli intransigenti come La Civiltà Cattolica e Il Movimento Cattolico bollettino dell’Opera dal 1875.

Intanto la Chiesa, a seguito del Concilio Vaticano I, aveva intrapreso una riorganizzazione che aveva rafforzato la centralità ed il prestigio della Sede Apostolica ed era pronta ad un nuovo sommo magistero sociale, positivo, in ritardo (Campanini), inaugurato da Leone XIII con la Rerum novarum nel 1891 e incrementato da Pio X (1903-1914) con numerosi interventi dottrinali interpretativi di Leone XIII e pastorali attuativi della stessa, facendo diventare il riferimento ecclesiale del Movimento naturalmente più assiduo ed esplicito.

Il fervore delle associazioni e dei centri di studi sociali portò nel 1904 (1903) in Francia alle Settimane animate da Henri Lorin e altri dell’Union d’études des catholiques sociaux. Seguirono Spagna, Olanda e Belgio.

In Italia la prima Settimana, propugnata dal card. Pietro Maffi e dal presidente dell’Unione Popolare Giuseppe Toniolo, docente di economia politica a Pisa, si svolse a Pistoia nel settembre 1907, con volontà coraggiosa rispetto al contesto civile ed ecclesiale, per il non expedit e per lo scioglimento dell’Opera dei Congressi deciso da Pio X.

Il papa con i 19 punti (1903) e con l’enciclica Il fermo proposito (1905) aveva definito prima azione popolare cristiana (o anche democrazia cristiana) poi azione cattolica il coordinamento degli organismi con finalità sociali, istituendo l’Unione popolare dopo l’Opera. Grazie a questa Unione nacquero l’Unione elettorale italiana (fondata da Toniolo, Albani e Pericoli per gli eletti in deroga al non expedit), l’Unione economico-sociale dalla quale sorsero le federazioni nazionali di categoria e l’Istituto di scienze sociali di Bergamo e l’Unione donne cattoliche.

Con Benedetto XV (1914-1922) si formarono nuove associazioni giovanili femminili e scoutistiche, l’Azione Cattolica guidata dal conte Dalla Torre, don Sturzo diede vita al Partito Popolare, il sindacalista Valente fondò la Confederazione Italiana del Lavoro che riunì 27 sindacati nazionali e 127 unioni del lavoro.

Pio XI (1922-1938, che appena eletto aveva ripreso, dopo il 1870, la benedizione dalla loggia) costituì subito la Giunta centrale dell’ACI affidandola a personaggi milanesi, con tre organizzazioni nazionali femminili e tre maschili (donne/uomini, gioventù, universitari), con scopi religiosi e subordinazione alla gerarchia suprema. A seguito dei nuovi assetti dell’Azione Cattolica unica espressione della totalità della Chiesa italiana(la CEI comincerà a riunirsi solo nel 1952) e della adesione al Partito Popolare come riferimento politico dei cattolici, si ebbe lo scioglimento dell’Unione popolare.

Ma nel mezzo del rinnovamento, in una situazione nazionale disastrosa protrattasi dalla fine della Guerra, caduta l’opportunità di governo con Filippo Meda a fine luglio 1922, il 29 ottobre s’instaurava il Fascismo. Dopo gli attacchi dei cattolici ai popolari, le dimissioni di Sturzo, il Congresso di Roma del 1925 (lo scioglimento del PP avverrà il 6/11/1926 e non sarà ricostituito all’estero) ci fu la Settimana di Napoli dal 20 al 25 sett 1925 che affrontò tutti i temi più significativi del momento con le voci più coraggiose: Minoretti, Gemelli, Dalla Torre, Balduzzi  ebbero subito il sostegno dell’Azione Cattolica e di Pio XI in difesa dagli attacchi dei fascisti.

La Conciliazione e le elezioni del 24 marzo 1929 furono capaci, nonostante De Gasperi e altri, di suscitare nuove aspettative e nuovi entusiasmi, coinvolgendo anche Pio XI e Schuster, al punto di ammettere reciprocamente nel 1930 la possibilità della militanza nell’AC e nel PNF. Euforia smorzata l’anno seguente con l’ordine del 1 giugno di sciogliere tutte le associazioni a cui reagì il papa con l’enciclica Non abbiamo bisogno. A luglio il PNF revocò le compatibilità precedenti e fece ripetere ai cattolici il giuramento fascista.

A settembre il p. Tacchi Venturi ottenne un accordo a tutela dell’AC, costretta nelle sole finalità spirituali; ma la FUCI e il Movimento Laureati Cattolici ne trassero comunque vantaggio. Fu l’opposizione spirituale, il no etico al fascismo di tanti come Teresio Olivelli o Mazzolari o Bernareggi, o il Movimento Guelfo. Le Settimane, ricominciate nel 1919, conobbero il periodo di maggior vitalità e partecipazione tanto da avere l’esplicito riconoscimento di Pio XI nella Quadragesimo anno (1931). L’opposizione politica del Movimento al Fascismo, debole durante il colonialismo, si fece risoluta con le leggi razziali, in corrispondenza al magistero, e si diffuse durante la Resistenza, quando maturò la convinzione di poter assumere la guida politica italiana nella forma di partito. E la Settimana del 1945 segnò il provvidenziale coinvolgimento dei cattolici nella Costituente e nella Costituzione.

Pio XII concluse la prima fase del magistero sociale positivo, di riferimento alla società industriale col presupposto di una civiltà cristiana, sviluppato secondo un metodo deduttivo che aveva trovato nel Movimento della prima ora poi nell’Azione Cattolica, nel Partito Popolare e nella Democrazia Cristiana operosa obbediente accoglienza.

La seconda fase, che arriva ai giorni nostri, non presuppone più - nemmeno teoricamente - uno Stato cristiano e solo inizialmente si riferisce a una civiltà cristiana, assume decisamente il personalismo, è caratterizzata da un magistero rivolto al mondo delle democrazie pluraliste e della secolarizzazione, raccoglie le esperienze dei movimenti e conta sull’attenzione fattiva del Movimento e delle Settimane dirette in Italia da Siri con la segreteria di Ferrari Toniolo.

Questa fase vide Giovanni XXIII ispirarsi al metodo della JOC e inaugurare un metodo induttivo di magistero per offrire orientamento, mediazione, profezia nell’esercizio della funzione pastorale. Similmente Paolo VI, con la Populorum progressio raccolse l’esperienza di Economie et humanisme e del volontariato cattolico per la soluzione dei problemi del Terzo Mondo. E ugualmente Giovanni Paolo II ebbe come retroterra della Laborem exercens le esperienze dei preti operai e di Solidarnosc. La base tematica di questo magistero rimase fissata nella prima parte di Gaudium et spes ai nn. 25,26,29,30: tutti gli uomini sono uguali; la persona umana, costitutivamente sociale, è principio soggetto e fine delle istituzioni; il bene comune che consente e favorisce lo sviluppo integrale della persona è affidato alla responsabilità delle istituzioni delle organizzazioni e dei singoli per essere attuato; i beni terreni sono destinati a tutti secondo giustizia e carità.

In questa fase le Settimane italiane si svolsero sempre in corrispondenza di questo magistero, anzi, come volontà feconda di rispondere preventivamente ai problemi che si affacciano alla politica. Tuttavia questo non impedì la crisi di partecipazione nel periodo conciliare e la conflittualità di scuole e movimenti che portarono alla pausa dal 1970, coincisa con l’inizio del convegni ecclesiali nazionali.

Nel 1988, a seguito di una proposta fatta al Convegno di Loreto (1985), la CEI ne decise il rinnovamento ed il ripristino, avvenuto a Roma nel 1991, anno del crollo dell’Unione Sovietica e di pubblicazione della Centesimus annus! La riassunzione delle Settimane fatta dalla gerarchia cattolica e riaffidata al laicato, ha una sua spiegazione nella convinzione di Giovanni Paolo II, espressa più volte e nella Lettera ai Vescovi Italiani del 6 gennaio 1994, di “esprimere sul piano sociale e politico la tradizione e la cultura cristiana della società italiana” non tanto per ossequio al passato ma per la convinzione che la sorgente della dottrina sociale della Chiesa consiste in una promessa di vita nuova (vita buona: Ornaghi) coinvolgente le relazioni sociali.

Non per convenzione quindi molti acuti e generosi artefici di questo cammino tra due secoli sono ritenuti figure significative di santità, ed anche per questo saranno ricordate durante i lavori, che volendo ridare centralità alla dimensione etica della politica potranno annetterla ad una tradizione di cattolici che si sforzarono di dare adempimento a questo disegno: “la nostra missione non è soltanto quella di comprendere o di essere coscienza critica ma di dar vita a un’altra storia, capace di illuminare ogni accadimento e prima ancora di obbedire al disegno di Dio” (Biffi).

Le tematiche

Le tematiche prese più volte in considerazione nelle Settimane celebrate in diverse città d’Italia sono state: 

-     il Movimento Cattolico, il Cattolicesimo sociale e l’economia, l’azione sociale, le organizzazioni cattoliche, le libertà civili dei cattolici, l’unità religiosa, i cattolici e la giovinezza dell’Europa (1907, 1908 BS , 1909, 1913, 1928, 1991); l’opera di Pio XI (1929), la carità (1933);

-     la dottrina sociale e lo Stato e l’Autorità sociale e l’attività politica, e l’ordine morale dell’economia e dello sviluppo  e delle professioni (1922, 1924, 1925, 1934, 1956, 1966);

-     Costituzione e Costituente (1945), la sicurezza sociale (1949), libere formazioni nello stato contemporaneo (1965), quale società civile (1999), nuovi poteri e nuovi scenari nella democrazia (2004); la comunità internazionale e le migrazioni, la solidarietà tra popoli e Stati (1948, 1960, 1961);

-     i contratti di lavoro, la condizione operaia, la cooperazione, l’organizzazione professionale, l’organizzazione sindacale, l’evoluzione delle classi (1907, 1908 PA, 1911, 1934,  1946, 1951, 1958); la questione agraria e le trasformazioni del mondo rurale (1908 BS e PA, 1947, 1957); la produzione e l’impresa (1920, 1952), società industriale e strutture e condizione umana (1970);

-     scuola, educazione cristiana e sociale, cultura, massmedia  (1907, 1910, 1912, 1927, 1955, 1962); la famiglia, i problemi demografici (1910, 1926, 1953, 1954); il tempo libero come problema sociale (1959)

-     il bene comune e le persone nello stato, e l’educazione e i diritti umani, e democrazia e identità nazionale  (1964, 1968, 1993).

Il bene comune L’argomento della prossima Settimana, “Il bene comune oggi, un impegno che viene da lontano”, sarà sviluppato - secondo il Documento preparatorio - secondo due linee principali. Una prima: la memoria del contributo dei cattolici (nn. 2-12): “Tutta la storia dell’Italia unita, seppure nella diversità di tempi e di configurazioni politico-istituzionali, non si può pensare a prescindere dall’apporto dei cattolici.”. Una seconda: le nuove responsabilità che il futuro comporta (nn. 13-28): «i fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla “politica”, ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune» (Giovanni Paolo II, CL 42).

Poiché la realtà sociale è precedente allo Stato, le ragioni del bene comune saranno declinate in relazione oltre che allo Stato, al mercato e alla globalizzazione, alla biopolitica, al terzo settore, alla dimensione educativa e al superamento del welfare state, dimostratosi incapace di affrontare le nuove povertà e impotente nei confronti delle accresciute disuguaglianze sociali, che toccano l’Europa (72 milioni sono gli europei poveri, pari al 16% della popolazione complessiva, e sono poveri che lavorano).

I relatori che le svilupperanno saranno Andrea Riccardi, Stefano Zamagni, Pierpaolo Donati, Giuseppe D’Agostino, Luigi Alici, voci autorevoli del laicato cattolico, a cui si aggiungeranno interventi di altre figure illustri del panorama italiano e vedrà la sintesi conclusiva del prof. Giuseppe Dalla Torre. All’inizio parlerà il presidente della CEI Mons. Bagnasco e alla fine dei lavori il presidente della CEE card. Peter Erdo.

Il concetto di bene comune, detto da Platone a Tommaso e ai neotomisti, riformulato dal personalismo solidale in alternativa ai vari utilitarismi dello Stato assoluto o totalitario o liberal-borghese, fu delineato da Mater et magistra e da Gaudium et Spes 26, cap IV 2°parte e AA n.14, come l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono di raggiungere la perfezione comune, arrivando ad attribuire alla politica come fine dinamico imprescindibile il bene comune, che poi nel Compendio appare come il concetto fondante ed architettonico, legato alla natura sociale della persona, da cui conseguono quelli di sussidiarietà e di solidarietà: “.. il principio deriva dalla dignità, unità e uguaglianza delle persone… e ad esso deve riferirsi ogni aspetto della vita sociale per trovare pienezza di senso”.

Il bene comune quindi non è solo il bene totale somma di beni (interessi) individuali e indicatore dell’opulenza di una società, ma è quel bene che rimane indivisibile e solo insieme si può raggiungere, custodire, accrescere e condividere. Lo Stato è in grado di condizionare i legami dei cittadini e farsi promotore e garante del bene comune (Bagnasco). Cosicché diventa il criterio base di strutturazione della vita sociale ed ermeneuta della politica, anche quella internazionale, che vede i popoli occidentali titolari ancora di grandi possibilità e responsabilità per il progresso di tutti.

Il bene comune è un parametro autoevidente di giudizio per i progetti dei Paesi sottosviluppati, quando la prassi politica preordina un male parziale o temporaneo prima di ossequiare le esigenze di giustizia e di bene, o quando le strategie del nuovo ordine mondiale, per raggiungere o mantenere il benessere, si propongono di ridurre i commensali alla tavola dell’umanità (Ratzinger - Schooyans 1997).

Il bene comune può anche essere pensato come principio etico di ricomposizione di un cosmopolitismo irreversibile ma snaturato un po’ dagli individualisti, un po’ dalla multiculturalità e molto dalla globalizzazione (Appiah), che rischierebbe di non trasmettere nessun progetto di società futura, invece possibile.

Maritain, che insieme a Mounier ispirò il personalismo solidale, determinando i caratteri del bene comune con l’implicazione della ridistribuzione e della guida autorevole, sottolinearono come proprietà essenziale di questo bene dovesse essere la moralità intrinseca, fatta di giustizia e rettitudine nel corpo sociale, capace di impedire o conciliare e risolvere i conflitti di interesse e i conflitti di identità (etnici, religiosi) per giungere alla pace.

I cointeressati e i contesti.  Al convegno parteciperanno più di mille delegati diocesani e duecento giornalisti ed altri invitati internazionali e saranno esclusi interventi degli esponenti dei partiti.

La Settimana servirà non a ipotizzare terze vie tra liberismo e socialismo ma a sollecitare l’impegno politico assieme a quello sociale e ad allargare l’accesso alle fonti della DSC, un corpus formato da: Magistero pontificio, Concilio, 3° Sinodo, interventi individuali e collegiali dei Vescovi, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, inclusione della morale sociale nel Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 1877-1948 e comandamenti 4.5.7) e nei catechismi particolari, esperienze del movimento cattolico.

Sarà l’opportunità per un buon segnale ai  teocon e teodem che, nella tramontata unità politica dei cattolici e nell’improbabilità di “inclusioni degasperiane”, cercano un centro di  nuovi riferimenti per l’unità morale dei cattolici e la loro presenza pubblica, e auspicano l’incremento nell’opinione pubblica cattolica della partecipazione a mediazioni politiche cristianamente valide e tempestive (come al Family day).

L’occasione ha significato anche più chiaro per i cristiani della soglia, per i cristiani anonimi, per quelli legati a schieramenti non ispirati al Vangelo, tra i quali più facilmente, col persistere di situazioni irrisolte, si paventano soluzioni da fine del cristianesimo. In questo momento la sostanziosa testimonianza di speranza per la società civile e per l’uomo della strada è offerta dall’annuncio sociale cristiano che può valere più della denuncia (A Diogneto, VI). Sono i valori culturali e spirituali che giustificano l’impegno di una vita e l’appartenenza ad una società.

Si può prevedere da ultimo che, tra le tante emergenze educative, certamente, come ha sottolineato Benedetto XVI (Deus caritas est n. 28), le comunità cristiane (e quando le comunità di famiglie? Pignatiello) saranno sollecitate a riacquistare consapevolezza di dover formare e spronare all’impegno socio-politico.

Ed anche se permangono delle difficoltà a superare l’impostazione dialettica nel rapporto Chiesa-mondo, non si può non vedere nelle Settimane - assieme alle altre iniziative - la crescita di una coscienza ecclesiale che accetta la fatica di questa polarità come essa è, storicamente insuperabile e necessaria, anche perché il Regno cresce “dal suolo del mondo”, mentre ci si pone all’interno dell’unico disegno di Dio rivelato da Gesù Cristo, con la consapevolezza della sua decifrabilità e praticabilità (Scola).

Per i piani di studio attenti sia al magistero che alle società, che investono gli animatori della formazione politica e il Progetto Culturale, ha preciso significato l’intervento di Pezzotta al convegno ecclesiale di Verona che ha sollecitato ad allargare l’orizzonte politico perché “la questione sociale s’intreccia in modo indissolubile con la questione antropologica”, o meglio con la nuova questione antropologica (Ruini).

E seguendo quanto già ben espresso da don Carlino in sintonia col card. Pavan, qualsiasi soluzione dei problemi, avendo assunto portata planetaria, e non solo a motivo della globalizzazione, non potrà limitarsi ad inventare nuovi diritti ma investirà sempre più la coscienza di ogni uomo: tutto quello che è politico, economico o sociale ha sommo rilievo etico per tutti, in termini di partecipazione e responsabilità. E poiché l’accelerazione storica di questi fenomeni è segnata da una forte crisi interna, è necessario concorrere a creare quel quadro culturale (o di metodologie, parametri antropologici, strumenti cognitivi) capace di germinare e suscitare la rinascita della vita politica, più che nelle istituzioni in quelle comunità intermedie (o formazioni sociali) che naturalmente circondano la persona umana e possono originare soluzioni adeguate ad un umanesimo integrale - plenario - totale (Maritain, Paolo VI, De Lubac).

Nella nostra specificità.

C’è una ritualità dei convegni che potrebbe smorzare l’interesse di chi non è direttamente coinvolto. Però ognuno comprende che è sulle strade della storia, dei vissuti e delle iniziative che si decide e si qualifica il proprio contributo alla comunità ecclesiale e umana, nelle quali ogni cosa ha valore non sovrapponibile.

Da altri è stato suggerito che siccome la politica s’interessa di noi comunque, tanto vale interessarsene. Certo è che le settimane sono un passaggio importante del cammino della Chiesa italiana, nella quale siamo inseriti a più titoli, in una stagione politica difficile ma non povera di gente cattolica di valore che ha bisogno di riconoscimento delle idee e di consenso.

Ma ci sono almeno tre altri motivi che raggiungono la nostra sensibilità: primo, i militari (e noi posti nella medesima condizione di vita) hanno una parte propria nella costruzione di questo bene comune e ne condividono fra i primi il patrimonio morale pur dovendo - come i sacerdoti - rimanere politicamente non schierati; secondo, la cultura del servizio, alla quale come cattolici e militari siamo predisposti, necessita sempre di attualizzazioni e sostegno spirituale; terzo, per buon amor di Patria e miglior coscienza cristiana, di fronte ai problemi che viviamo e alla molteplicità di soluzioni che si prospettano, dobbiamo poter dire con matura coscienza sociale: “ciò che è giusto possa, qui e ora, essere riconosciuto e realizzato” (Benedetto XVI).

(E. Pirotta Assisi sett. 2007)

Bibliowebgrafia

 

-          www.chiesacattolica.it               www.settimanesociali.it        www.documentacatholicaomnia.eu

-          pubblicistica cattolica: quaderni della CEI, Aggiornamenti sociali, Studi sociali, Civiltà cattolica, Avvenire.

-          Storie della Chiesa (Jedin, Aubert, De Rosa, Martina)

 

L'Archivio delle Settimane Sociali è presso l'Università Cattolica del S. Cuore, Milano.

CAMPANINI, TRANIELLO, Dizionario storico del Movimento Cattolico in Italia 1860-1980, Marietti 1997.

UNICATT. S.C., Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Scienze sociali e Magistero, Vita e Pensiero 2004.

E. COMBI, E. MONTI, Fede e società. Introduzione all’etica sociale, Centro Ambrosiano 2005.

S.L. CARLINO, Filosofia sociale e politica, Cultura nuova ed., 1993.

P. PAVAN, Scritti, e F. BIFFI, Il canto dell’uomo, 4+1 voll., Città Nuova 1992.

G.B. GUZZETTI, Il Movimento Cattolico italiano dall’Unità ad oggi, EDN 1980.

V. PAGLIA, Storia dei poveri in occidente, BUR 2003.

G. CAMPANINI, La dottrina sociale della Chiesa:le acquisizioni e le nuove sfide, EDB 2007.

 

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