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presentazione
Con questa Nota pastorale, approvata
nel corso della 57ª Assemblea Generale (Roma, 21-25 maggio 2007),
noi, vescovi italiani, riconsegniamo alle diocesi la ricchezza
dell’esperienza vissuta nel 4° Convegno ecclesiale nazionale
Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo, tenutosi a Verona
dal 16 al 20 ottobre 2006.
Il documento, da leggere in coerenza
e continuità con gli Orientamenti pastorali per il decennio
Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, rimanda ai numerosi
testi elaborati in occasione del Convegno ecclesiale e destinati
alla pubblicazione: essi comprendono la sintesi dei contributi
preparatori, le meditazioni e i discorsi pronunciati a Verona, fra
cui spiccano le parole illuminanti del Santo Padre, i risultati dei
gruppi di studio sui diversi ambiti della testimonianza e le
conclusioni generali del Convegno. Tutti insieme, costituiscono un
nutrito patrimonio di idee e di riflessioni di cui fare tesoro e da
approfondire nel prosieguo del cammino.
Pur tenendo conto dell’intero
iter del Convegno, questo testo non può certo sintetizzare
l’amplissima quantità delle indicazioni emerse dai diversi
contributi; ci proponiamo piuttosto di far risaltare gli aspetti che
paiono maggiormente fecondi e sui quali dovrà concentrarsi
l’attenzione delle Chiese particolari, in vista delle scelte
operative che ciascuna di esse è chiamata a compiere.
Affidiamo la Nota alle comunità
ecclesiali perché, alla luce del cammino condiviso, rinnovino
l’impegno a sostenere l’itinerario spirituale ed ecclesiale dei
singoli battezzati, chiamati ad essere in questo tempo e in questo
nostro amato Paese Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo.
Roma, 29 giugno
2007, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
+ Angelo
Bagnasco
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
Capitolo I – Chiamati a una speranza
viva
1. «Pace a voi
tutti che siete in Cristo!» (1 Pt 5,14)
Il saluto dell’apostolo Pietro ci sgorga
dal cuore, ripensando al 4° Convegno ecclesiale nazionale, per il
quale proviamo un forte senso di gratitudine e di responsabilità. A
Verona, noi vescovi per primi, abbiamo fatto esperienza di una
Chiesa fraterna e appassionata del Vangelo, capace di interrogarsi e
porsi in ascolto, protesa al bene di ogni persona. Ringraziamo il
Signore e siamo grati a tutti coloro che, sia nella lunga fase
preparatoria che nel culmine dei lavori, hanno portato il loro
contributo nel dialogo fraterno, illuminati dalla Parola di Dio che
è consegnata nella Sacra Scrittura e che risuona nella Tradizione
viva della Chiesa.
Attraverso i suoi diversi momenti, il
Convegno ha messo in luce
un’immagine significativa ed esemplare della Chiesa del Risorto: un
popolo in cammino nella storia, posto a servizio della speranza
dell’umanità intera, con la multiforme vivacità di una comunità
ecclesiale animata da una sempre più robusta coscienza missionaria.
Abbiamo vissuto soprattutto un fecondo
incontro con il Signore Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, morto e
risuscitato per noi. È questo il “cuore del Cristianesimo, fulcro
portante della nostra fede, leva potente delle nostre certezze,
vento impetuoso che spazza ogni paura e indecisione, ogni dubbio e
calcolo umano”.
È nostro desiderio
portare nelle comunità cristiane, come primo frutto, la grande gioia
sperimentata, la stessa della Veglia pasquale, che esprime la
qualità umana e la maturità ecclesiale del nostro incontro, nel
quale sono convenute tutte le componenti del popolo di Dio. Oltre ad
aver costituito un’occasione di grazia per molti, è stata
un’autentica parola di speranza che ha varcato i confini del
Convegno e della stessa comunità cristiana.
2. Un terreno molto favorevole
Nella prima Lettera di Pietro abbiamo
trovato conforto e orientamento per il nostro lavoro. Essa ci ha
ricordato la saldezza dell’insegnamento di fede ricevuto e la
grandezza della nostra chiamata alla santità, che ci portano ad
essere “concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri,
animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili” (1 Pt 3,8). Come
“stranieri e pellegrini” (1 Pt 2,11), abbiamo cercato “ciò che è
prezioso davanti a Dio” (1 Pt 3,4) per mostrare a tutti le ragioni
della nostra speranza e condividere con ogni uomo la gioia
“indicibile e gloriosa” (1 Pt 1,8) che il Risorto infonde nei nostri
cuori. È proprio la Pasqua del Signore a suggerirci la via da
seguire, a svelarci l’origine e il compimento di ogni speranza.
La presenza e la parola del Papa ci
hanno accompagnato ed orientato. Indicandoci “quel che appare
davvero importante per la presenza cristiana in Italia”,
egli ci ha ricordato che il nostro Paese costituisce “un terreno
assai favorevole per la testimonianza cristiana. La Chiesa, infatti,
qui è una realtà molto viva, che conserva una presenza capillare in
mezzo alla gente di ogni età e condizione”,
resa forte dal radicamento delle tradizioni cristiane nel tessuto
popolare, dal grande sforzo di evangelizzazione e catechesi
specialmente verso i giovani e le famiglie, dalla reazione delle
coscienze di fronte a un’etica individualistica e dalla possibilità
di dialogo con segmenti della cultura che percepiscono la gravità
del distacco dalle radici cristiane della nostra civiltà. Abbiamo
davanti a noi grandi opportunità per dare, con la forza dello
Spirito Santo, “risposte positive e convincenti alle attese e agli
interrogativi della nostra gente: se sapremo farlo, la Chiesa in
Italia renderà un grande servizio non solo a questa Nazione, ma
anche all’Europa e al mondo”.
3.
Nel solco del Concilio
In questi primi anni del nuovo
millennio, spinta dall’eredità del grande Giubileo, che Giovanni
Paolo II indicò nella contemplazione del volto di Cristo, la Chiesa
italiana ha scelto di mettere al centro della sua azione l’impegno a
comunicare il Vangelo in un mondo in profondo cambiamento. È questo
un orientamento di cui ancora oggi siamo debitori al Concilio e il
4° Convegno ecclesiale ha costituito una nuova tappa nel cammino di
attuazione del Vaticano II, nella perenne continuità della vita
della Chiesa.
È in quest’ottica che ci interroghiamo
sulle modalità e sugli ambiti della nostra testimonianza, senza
nasconderci le inadempienze e i ritardi, consapevoli di quanto il
nostro tempo sia un’ora propizia per la diffusione dell’annuncio di
salvezza nel mondo. A questo ci portano anche le scelte compiute
circa la testimonianza al Vangelo della carità, le nuove prospettive
missionarie della parrocchia, l’urgenza del primo annuncio, il
rinnovamento dell’iniziazione cristiana, l’attenzione alla famiglia,
l’accompagnamento e la proposta di senso alle nuove generazioni, il
ruolo strategico della cultura e della comunicazione.
Sono queste, infatti, le “decisioni
di fondo capaci di qualificare il nostro cammino ecclesiale”
esplicitamente richieste dagli Orientamenti pastorali
dell’Episcopato italiano per il primo decennio del Duemila
Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia: dare alla vita
quotidiana della Chiesa una chiara connotazione missionaria, fondata
su un forte impegno formativo e su una più adeguata comunicazione
del mistero di Dio, fonte di gioia e di speranza per l’umanità
intera. Su tali linee direttrici continua il nostro cammino. Su
questi stessi punti crediamo necessario sollecitare una verifica
in itinere nelle nostre comunità, aiutati dalle indicazioni per
una “agenda pastorale” posta in appendice agli Orientamenti per il
decennio.
La grazia del Convegno non andrà
sprecata se sapremo ora assumerne lo stile, continuare a elaborarne
le intuizioni e le proposte, mantenere vivo quel senso di
responsabilità comune che si coniuga con la gioia di appartenere
alla Chiesa del Signore e di sentirsi da lui inviati a testimoniare
il suo amore per ogni uomo. È ciò che deve vederci tutti all’opera
negli spazi della nostra azione quotidiana.
4.
Scelte di fondo
Riconsegnare l’esperienza del Convegno alle nostre Chiese, perché vi
possano individuare le scelte più adatte per la loro vita, è quanto
ci accingiamo a fare con questo documento. In particolare, vorremmo
che diventassero patrimonio comune tre scelte di fondo, che
costituiscono anche un metodo di lavoro:
-
il primato di Dio nella vita e
nella pastorale della Chiesa, con la fede in Cristo risorto come
forza di trasformazione dell’uomo e dell’intera realtà, la
centralità della Parola, ribadita in questa occasione nella
meditazione della prima Lettera di Pietro, l’assunzione della
santità quale misura alta e irrinunciabile del nostro essere
cristiani. Lo abbiamo proclamato nelle diverse celebrazioni
liturgiche, in particolare in quella presieduta dal Santo Padre e
vissuta in comunione con la Chiesa di Verona, che vivamente
ringraziamo per l’accoglienza delle Chiese sorelle e l’esperienza
condivisa (cfr capitolo secondo);
- una pastorale
che converge sull’unità della persona ed è capace di rinnovarsi
nel segno della speranza integrale, dell’attenzione alla vita,
dell’unità tra le diverse vocazioni, le molteplici soggettività
ecclesiali, le dimensioni fondamentali dell’esperienza cristiana. Al
centro di tale rinnovamento sta l’approfondimento della comunione e
del senso di appartenenza ecclesiale, con gli spazi di
corresponsabilità che ne derivano e che riguardano a pieno titolo
anche i laici, con l’urgenza di una nuova stagione formativa (cfr
capitolo quarto).
Capitolo II –
Gesù risorto è la nostra speranza
5.
La risurrezione di Cristo, esplosione dell’amore
Gesù è il Signore! Lo sguardo del cuore
e della fede sul Crocifisso risorto è ciò che da duemila anni fonda
e alimenta la speranza del popolo cristiano. La risurrezione di
Cristo, ha ricordato il Papa a Verona, “non è affatto un semplice
ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande ‘mutazione’
mai accaduta, il ‘salto’ decisivo verso una dimensione di vita
profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso,
che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta
la famiglia umana, la storia e l’intero universo”.
La risurrezione è una parola che il Signore rivolge a ciascuno di
noi, dicendoci: “Sono risorto e ora sono sempre con te (…) La mia
mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani.
Sono presente perfino alla porta della morte. Dove nessuno può più
accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là ti aspetto io e
trasformo per te le tenebre in luce”.
È dunque essenziale e decisivo tener ferma e viva la centralità di
questo annuncio.
L’incontro con il Risorto e la fede in
lui ci rendono persone nuove, risorti con lui e rigenerati secondo
il progetto di Dio sul mondo e su ogni persona. È questo il cuore
della nostra vita e il centro delle nostre comunità. Non sono le
nostre opere a sostenerci, ma l’amore con cui Dio ci ha rigenerati
in Cristo e con cui, attraverso lo Spirito, continua a darci vita.
Da qui deriva la domanda che, anche dopo la conclusione del
Convegno, continua a provocarci: in che modo nelle nostre comunità è
possibile a tutti fare esperienza viva del Risorto?
Il punto decisivo - ha richiamato ancora
il Papa - è “il nostro essere uniti a Lui, e quindi tra noi, lo
stare con Lui per poter andare nel suo nome (cfr Mc 3,13-15). La
nostra vera forza è dunque nutrirci della sua parola e del suo
corpo, unirci alla sua offerta per noi, adorarlo presente
nell’Eucaristia: prima di ogni attività e di ogni nostro programma,
infatti, deve esserci l’adorazione, che ci rende davvero liberi e ci
dà i criteri per il nostro agire”.
La spiritualità cristiana, infatti, a differenza di uno
spiritualismo disincarnato, è lasciare che il Signore operi nella
nostra vita quotidiana e la trasformi con la forza travolgente del
suo amore.
6.
Uomini e donne del Risorto
Le caratteristiche di colui che
testimonia la risurrezione e la speranza si riassumono in
un’affermazione essenziale: “il testimone è ‘di’ Gesù risorto, cioè
appartiene a Lui, e proprio in quanto tale può rendergli valida
testimonianza, può parlare di Lui, farlo conoscere, condurre a Lui,
trasmettere la sua presenza”.
Proprio perché siamo suoi, uomini e donne di Dio, popolo che egli
ama e guida, possiamo rendere le nostre comunità sacramento della
risurrezione, presenze capaci di porre germi di vita nuova,
convertita e perdonata.
Come vivere, oggi, il nostro appartenere
a Lui? In questa stagione difficile e complessa, occorre ritrovare
l’essenziale della nostra vita nel cuore della fede, dove c’è il
primato di Dio e del suo amore. Appartenere a Lui è l’altro nome
della santità, misura alta e possibile del nostro essere
cristiani. La vita di Dio già circola in noi, e nello Spirito ci
dona la pienezza di un’umanità vissuta come Gesù: amando, pensando,
operando, pregando, scegliendo come lui.
Per vivere come persone radicate in Gesù
Cristo si devono riconoscere alcune priorità nel cammino di ogni
credente e della comunità, rispetto alle quali siamo chiamati a
continua verifica. È necessario riservare il giusto spazio alla
Parola di Dio. La fede deriva dall’ascolto: possiamo dunque essere
“sale della terra e luce del mondo” (Mt 5,13-14) se ci alimentiamo
alla Parola, che dà una forma originale e unica alla vita e alla
speranza.
L’Eucaristia, memoriale del sacrificio
di Cristo, costituisce il centro propulsore della vita delle nostre
comunità. Nell’Eucaristia, infatti, “si rivela il disegno d’amore
che guida tutta la storia della salvezza. In essa il Deus
Trinitas, che in se stesso è amore, si coinvolge pienamente con
la nostra condizione umana”.
Per questo, l’Eucaristia domenicale è il cuore pulsante della
settimana, sacramento che immette nel nostro tempo la gratuità di
Dio che si dona a noi per tutti.
L’Eucaristia conduce all’ascesi
personale e al servizio ai poveri, segni dell’autenticità del nostro
conformarci a Cristo e della nostra testimonianza, perché
“un’Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è
in se stessa frammentata”.
7.
Il profilo dei cristiani, uomini e donne di speranza
Dall’essere “di” Gesù deriva il profilo
di un cristiano capace di offrire speranza, teso a dare un di più di
umanità alla storia e pronto a mettere con umiltà se stesso e i
propri progetti sotto il giudizio di una verità e di una promessa
che supera ogni attesa umana.
Sant’Ignazio di Antiochia definiva i
cristiani come “coloro che sono giunti alla nuova speranza”,
presentandoli anche come quelli che vivono “secondo la domenica”.
Partecipe dell’umanità, di cui condivide “gioie e speranze,
tristezze e angosce”,
intensamente solidale con tutti, il cristiano orienta il cammino
della società verso quella pienezza che Dio ha iscritto nel cuore
di ogni persona, mettendosi al suo fianco nel percorrere i sentieri
del tempo. La speranza del cristiano è dono di Dio, dinamico e
creativo, e si traduce in progetti che anticipano nella storia il
senso della nuova umanità portata dalla risurrezione. Sono germi di
“vita risorta” capaci di cambiare il presente, secondo la
stupefacente abbondanza di ministeri e di carismi di cui il Signore
arricchisce la Chiesa.
8.
Una speranza per tutti
La speranza di cui siamo testimoni è la
persona stessa del Signore Gesù, il suo essere in mezzo a noi per
sempre, la sua promessa di “quel mondo nuovo ed eterno, nel quale
saranno vinti il dolore, la violenza e la morte, e il creato
risplenderà nella sua straordinaria bellezza”.
Non si tratta, certo, di un ottimismo illusorio o di un’indefinita
fiducia in un domani migliore. È questa speranza a dare respiro e
alimento alle “certezze” della fede. Infatti, la Pasqua ci insegna
che il male e la morte sono parte dell’esperienza umana, ma non sono
l’ultima parola sulla nostra esistenza. “Aggrappati al suo Corpo noi
viviamo, e in comunione con il suo Corpo giungiamo fino al cuore di
Dio. E solo così è vinta la morte, siamo liberi e la nostra vita è
speranza”.
La speranza
cristiana non è solo un desiderio: è una realtà concreta, un
esercizio storico, personale e comunitario. Essa abita e plasma
l’esistenza quotidiana, riportando le attese degli uomini a contatto
con l’origine stessa della vita e della giustizia, dell’amore e
della pace. Sperare è essere disposti a scorgere l’opera misteriosa
di Dio nel tempo. Mentre riconosce con chiarezza il peso negativo
del peccato, la speranza cristiana apre il peccatore all’amore di
Dio. Essa è certezza della misericordia di Dio, invito alla
conversione, apertura della mente e del cuore, un dono dello Spirito
che non allontana dalla vita, ma spinge ad assumere anche la
fragilità e la sofferenza.
Custodire e proporre senza timore
l’“eccedenza” della speranza cristiana, portando nel cuore l’anelito
di vita di ogni uomo, appartiene alla testimonianza del credente. In
particolare, ci sembra urgente oggi non tacere il tratto
escatologico della nostra fede, “che viene proclamato nelle ultime
parole del Credo: «Credo la risurrezione della carne e la
vita eterna». Sì, sono le ultime parole, ma in qualche modo sono
quelle riassuntive e decisive dell’intero Credo, proprio
perché offrono la chiave di lettura e di soluzione dei problemi
antropologici più complessi e decisivi per l’esistenza, a cominciare
dal senso del morire e quindi dell’intera esistenza umana come tale”.
9. Aperti
all’universalità
È capace di sperare chi si riconosce
amato da Cristo, ma in questo sta anche l’origine della missione del
cristiano, mosso ad andare verso gli altri perché raggiunto dalla
grazia e sorpreso dalla misericordia. L’evangelizzazione è una
questione di amore.
Attingendo a questo
dono, la Chiesa italiana rilegge nella prospettiva della speranza la
scelta di comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Ci
interpellano gli immensi orizzonti della missione ad gentes,
paradigma dell’evangelizzazione anche nel nostro Paese. La vasta
tradizione dell’invio di missionari ad altre terre mostra del resto
la costante vitalità della fede. Insieme ai religiosi e religiose, i
fidei donum, sacerdoti e laici, hanno scritto e continuano a
scrivere una pagina esemplare, testimoniando il Vangelo ed
edificando nel mondo la pace in nome di Cristo. La loro generosità,
giunta talora fino al martirio, spinge le nostre comunità a essere
attive nella propagazione del regno di Dio.
Desideriamo che l’attività missionaria
della Chiesa italiana si caratterizzi sempre più come
comunione-scambio tra Chiese e, mentre offriamo la ricchezza di una
tradizione millenaria di vita cristiana, riceviamo l’entusiasmo con
cui la fede è vissuta in altri continenti. Non solo quelle Chiese
hanno bisogno della nostra cooperazione, ma noi stessi abbiamo
bisogno di loro per crescere nell’universalità e nella cattolicità.
Chiediamo pertanto ai Centri missionari diocesani, insieme alle
altre realtà di animazione missionaria, di aiutare a far sì che la
missionarietà pervada tutti gli ambiti della pastorale e della vita
cristiana.
Ci è anche chiesto
un forte impegno nel far nascere e sostenere percorsi che
riavvicinino le persone alla fede, promuovendo luoghi di incontro
con quanti sono in ricerca della verità e con chi, pur essendo
battezzato, sente il desiderio di scegliere di nuovo il Vangelo come
orientamento di fondo della propria esistenza.
In tale contesto non può sfuggire che
l’immigrazione si presenta quale nuovo areopago di evangelizzazione:
ne è eloquente conferma il fatto che molti di quelli che si
accostano da adulti al fonte battesimale sono di origine straniera.
Lo spirito di accoglienza e la testimonianza della carità delle
nostre comunità cristiane hanno in sé una forte valenza
evangelizzatrice, che può produrre anche in questo campo frutti di
grazia inaspettati.
Capitolo III – Rendere visibile il grande “sì” della fede
10. Il grande “sì” di Dio all’uomo in
Gesù Cristo
La risurrezione di Gesù non soltanto
apre alla speranza di “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà
stabile dimora la giustizia” (2 Pt 3,13). Essa ci mostra la vicenda
storica dell’umanità nella sua intrinseca bontà, anche se ferita
dalla presenza del male e nel cammino verso il suo
compimento. A Verona Benedetto XVI ci ha ricordato come l’incontro
con il Signore faccia emergere “soprattutto quel grande ‘sì’ che in
Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano,
alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la
fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo”.
Il “sì” che continuamente e
fedelmente Dio pronuncia sull’uomo trova compimento nel “sì” con cui
il credente risponde ogni giorno con la fede nella parola di verità,
con la speranza della definitiva sconfitta del male e della morte,
con l’amore nei confronti della vita, di ogni persona, del mondo
plasmato dalle mani di Dio. “I discepoli di Cristo riconoscono
pertanto e accolgono volentieri gli autentici valori della cultura
del nostro tempo, come la conoscenza scientifica e lo sviluppo
tecnologico, i diritti dell’uomo, la libertà religiosa, la
democrazia. Non ignorano e non sottovalutano però quella pericolosa
fragilità della natura umana che è una minaccia per il cammino
dell’uomo in ogni contesto storico; in particolare, non trascurano
le tensioni interiori e le contraddizioni della nostra epoca. Perciò
l’opera di evangelizzazione non è mai un semplice adattarsi alle
culture, ma è sempre anche una purificazione, un taglio coraggioso
che diviene maturazione e risanamento, un’apertura che consente di
nascere a quella ‘creatura nuova’ (2 Cor 5,17; Gal 6,15) che è il
frutto dello Spirito Santo”.
Comunicare il Vangelo in un mondo che
cambia ci chiede di esaminare ogni cosa per tenere ciò che è buono
(cfr 1 Ts 5,21), accompagnando il nostro discernimento con
una proposta profondamente positiva,
incoraggiante, essenziale, carica di futuro. In tal modo, la Chiesa
non cesserà di essere amica dell’uomo e allo stesso tempo “segno di
contraddizione”, presenza profetica che indica una ulteriorità non
riconducibile agli orizzonti mondani.
11.
La testimonianza, via privilegiata della missione oggi
Mostrare il “sì” di Dio tocca le
fondamenta stesse della Chiesa, che di quel “sì” è figlia, discepola
e responsabile. Per questo, la via della missione ecclesiale più
adatta al tempo presente e più comprensibile per i nostri
contemporanei prende la forma della testimonianza, personale e
comunitaria: una testimonianza umile e appassionata, radicata in una
spiritualità profonda e culturalmente attrezzata, specchio
dell’unità inscindibile tra una fede amica dell’intelligenza e un
amore che si fa servizio generoso e gratuito.
Il testimone comunica con le scelte
della vita, mostrando così che essere discepolo di Cristo non solo è
possibile per l’uomo, ma arricchisce la sua umanità. Egli quando
parla, non lo fa per un dovere imposto dall’esterno, ma per
un’intima esigenza, alimentata nel continuo dialogo con il Signore
ed espressa con un linguaggio comprensibile a tutti. La
testimonianza pertanto è l’esperienza in cui convergono vita
spirituale, missione pastorale e dimensione culturale. Le nostre
comunità devono favorire l’incontro autentico tra le persone, quale
spazio prezioso per il contatto con la verità rivelata nel Signore
Gesù, perché l’esemplarità della vita non sminuisce il dovere di
annunciare anche con la parola: ogni cristiano deve saper dare
ragione della propria speranza, narrando l’opera di Dio nella sua
esistenza e nella storia dell’umanità.
12.
La vita quotidiana, “alfabeto” per comunicare il Vangelo
Il linguaggio della testimonianza è
quello della vita quotidiana. Nelle esperienze ordinarie tutti
possiamo trovare l’alfabeto con cui comporre parole che
dicano l’amore infinito di Dio. Abbiamo declinato pertanto la
testimonianza della Chiesa secondo gli ambiti fondamentali
dell’esistenza umana. È così emerso il volto di una comunità che
vuol essere sempre più capace di intense relazioni umane, costruita
intorno alla domenica, forte delle sue membra in apparenza più
deboli, luogo di dialogo e d’incontro per le diverse generazioni,
spazio in cui tutti hanno cittadinanza.
La scelta della vita come luogo di
ascolto, di condivisione, di annuncio, di carità e di servizio
costituisce un segnale incisivo in una stagione attratta dalle
esperienze virtuali e propensa a privilegiare le emozioni sui legami
interpersonali stabili. Ne scaturisce un prezioso esercizio di
progettualità, che desideriamo continui e si approfondisca
ulteriormente. Si tratta di cinque concreti aspetti del “sì” di Dio
all’uomo, del significato che il Vangelo indica per ogni momento
dell’esistenza: nella sua costitutiva dimensione affettiva, nel
rapporto con il tempo del lavoro e della festa, nell’esperienza
della fragilità , nel cammino della tradizione, nella
responsabilità e nella fraternità sociale.
Non intendiamo qui riassumere quanto
espresso nei lavori dei gruppi e, ancora prima, nelle relazioni
inviate dalle diocesi e dalle diverse realtà ecclesiali: faremmo
torto alla grande ricchezza di contributi. Ci limitiamo a segnalare
alcune proposte emerse nelle sintesi degli ambiti, a partire dalle
quali riteniamo sia possibile realizzare un cammino condiviso nelle
nostre comunità.
Vita affettiva
– Comunicare il Vangelo dell’amore nella e attraverso l’esperienza
umana degli affetti chiede di mostrare il volto materno della
Chiesa, accompagnando la vita delle persone con una proposta che
sappia presentare e motivare la bellezza dell’insegnamento
evangelico sull’amore, reagendo al diffuso “analfabetismo affettivo”
con percorsi formativi adeguati e una vita familiare ed ecclesiale
fondata su relazioni profonde e curate. La famiglia rappresenta il
luogo fondamentale e privilegiato dell’esperienza affettiva. Di
conseguenza, deve essere anche il soggetto centrale della vita
ecclesiale, grembo vitale di educazione alla fede e cellula fondante
e ineguagliabile della vita sociale. Ciò richiede un’attenzione
pastorale privilegiata per la sua formazione umana e spirituale,
insieme al rispetto dei suoi tempi e delle sue esigenze. Siamo
chiamati a rendere le comunità cristiane maggiormente capaci di
curare le ferite dei figli più deboli, dei diversamente abili, delle
famiglie disgregate e di quelle forzatamente separate a causa
dell’emigrazione, prendendoci cura con tenerezza di ogni fragilità
e nel contempo orientando su vie sicure i passi dell’uomo. Peraltro,
la dimensione degli affetti non è esclusiva della famiglia e del
cammino che a essa conduce; gli affetti innervano di sé ogni
condizione umana e danno sapore amicale e spirituale a ogni
relazione ecclesiale e sociale. Educare ad amare è parte integrante
di ogni percorso formativo, per ogni vocazione di vita e di
servizio.
Lavoro e festa
– Il rapporto con il
tempo, in cui si esplica l’attività del lavoro dell’uomo e il suo
riposo, pone forti provocazioni al credente, condizionato dai
vorticosi cambiamenti sociali e tentato da nuove forme di idolatria.
Occorre pertanto chiedere che l’organizzazione del lavoro sia
attenta ai tempi della famiglia e accompagnare le persone nelle
fatiche quotidiane, consapevoli delle sfide che derivano dalla
precarietà del lavoro, soprattutto giovanile, dalla disoccupazione,
dalla difficoltà del reinserimento lavorativo in età adulta, dallo
sfruttamento della manodopera dei minori, delle donne, degli
immigrati. Anche se cambiano le modalità in cui si esprime il
lavoro, non deve venir meno il rispetto dei diritti inalienabili del
lavoratore: “Quanto più profondi sono i cambiamenti, tanto più
deciso deve essere l’impegno dell’intelligenza e della volontà per
tutelare la dignità del lavoro”.
Altrettanto urgente è il rinnovamento, secondo la prospettiva
cristiana, del rapporto tra lavoro e festa: non è soltanto il lavoro
a trovare compimento nella festa come occasione di riposo, ma è
soprattutto la festa, evento della gratuità e del dono, a
“risuscitare” il lavoro a servizio dell’edificazione della comunità,
aiutando a sviluppare una giusta visione creaturale ed escatologica.
La qualità delle nostre celebrazioni è fattore decisivo per
acquisire tale coscienza. Occorre poi fare attenzione alla crescita
indiscriminata del lavoro festivo e favorire una maggiore
conciliazione tra i tempi del lavoro e quelli dedicati alle
relazioni umane e familiari, perché l’autentico benessere non è
assicurato solo da un tenore di vita dignitoso, ma anche da una
buona qualità dei rapporti interpersonali. In questo quadro, grande
giovamento potrà venire da un adeguato approfondimento della
dottrina sociale della Chiesa, sia potenziando la formazione
capillare sia proponendo stili di vita, personali e sociali,
coerenti con essa. Assai significative sono in proposito le risorse
offerte dallo sport e dal turismo.
Fragilità umana –
In un’epoca che coltiva il mito dell’efficienza fisica e di una
libertà svincolata da ogni limite, le molteplici espressioni della
fragilità umana sono spesso nascoste ma nient’affatto superate. Il
loro riconoscimento, scevro da ostentazioni ipocrite, è il punto di
partenza per una Chiesa consapevole di avere una parola di senso e
di speranza per ogni persona che vive la debolezza delle diverse
forme di sofferenza, della precarietà, del limite, della povertà
relazionale. Se l’esperienza della fragilità mette in luce la
precarietà della condizione umana, la stessa fragilità è anche
occasione per prendere coscienza del fatto che l’uomo è una
creatura e del valore che egli riveste davanti a Dio. Gesù Cristo,
infatti, ci mostra come la verità dell’amore sa trasfigurare anche
l’oscuro mistero della sofferenza e della morte nella luce della
risurrezione. La vera forza è l’amore di Dio che si è
definitivamente rivelato e donato a noi nel Mistero pasquale.
All’annuncio evangelico si accompagna l’opera dei credenti,
impegnati ad adattare i percorsi educativi, a potenziare la
cooperazione e la solidarietà, a diffondere una cultura e una prassi
di accoglienza della vita, a denunciare le ingiustizie sociali, a
curare la formazione del volontariato. Le diverse esperienze di
evangelizzazione della fragilità umana, anche grazie all’apporto dei
consacrati e dei diaconi permanenti, danno forma a un ricco
patrimonio di umanità e di condivisione, che esprime la fantasia
della carità e la sollecitudine della Chiesa verso ogni uomo. Deve
infine crescere la consapevolezza di quella forma radicale di
fragilità umana che è il peccato, su cui si staglia l’amore
redentivo di Cristo, che è dato di sperimentare in modo particolare
nel sacramento della Riconciliazione.
Tradizione –
Nella trasmissione del proprio patrimonio spirituale e culturale
ogni generazione si misura con un compito di straordinaria
importanza e delicatezza, che costituisce un vero e proprio
esercizio di speranza. Alla famiglia deve essere riconosciuto il
ruolo primario nella trasmissione dei valori fondamentali della vita
e nell’educazione alla fede e all’amore, sollecitandola a svolgere
il proprio compito e integrandolo nella comunità cristiana. Il
diffuso clima di sfiducia nei confronti dell’educazione rende ancor
più necessaria e preziosa l’opera formativa che la comunità
cristiana deve svolgere in tutte le sedi, ricorrendo in particolare
alle scuole e alle istituzioni universitarie. In modo del tutto
peculiare, poi, la parrocchia costituisce una palestra di educazione
permanente alla fede e alla comunione, e perciò anche un ambito di
confronto, assimilazione e trasformazione di linguaggi e
comportamenti, in cui un ruolo decisivo va riconosciuto agli
itinerari catechistici. In tale prospettiva, essa è chiamata a
interagire con la ricca e variegata esperienza formativa delle
associazioni, dei movimenti e delle nuove realtà ecclesiali. La
sfida educativa tocca ogni ambito del vissuto umano e si serve di
molteplici strumenti e opportunità, a cominciare dai mezzi della
comunicazione sociale, dalle possibilità offerte dalla religiosità
popolare, dai pellegrinaggi e dal patrimonio artistico. Nella
valorizzazione dei diversi apporti, alle Chiese locali è chiesto di
coniugare l’elaborazione culturale con la formulazione di un vero e
proprio progetto formativo permanente.
Cittadinanza –
Il bisogno di una formazione integrale e permanente appare urgente
anche per dare contenuto e qualità al complesso esercizio della
testimonianza nella sfera sociale e politica. A tale riguardo, sarà
opportuno far tesoro della riflessione e delle opere maturate in
cento anni dalle Settimane sociali dei cattolici italiani. Come
ricorda il documento preparatorio della prossima 45ª Settimana
sociale: “Agli occhi della storia non si può non riconoscere che i
cattolici hanno dato un apporto fondamentale alla società italiana e
alla sua crescita, nella prospettiva del bene comune. È necessario
alimentare la consapevolezza, non solo fra i cattolici ma in tutti
gli italiani, del fatto che la presenza cattolica – come pensiero,
come cultura, come esperienza politica e sociale – è stata fattore
fondamentale e imprescindibile nella storia del Paese”.
Se oggi il tessuto della convivenza civile mostra segni di
lacerazione, ai credenti – e ai fedeli laici in modo particolare –
si chiede di contribuire allo sviluppo di un ethos condiviso,
sia con la doverosa enunciazione dei principi, sia esprimendo nei
fatti un approccio alla realtà sociale ispirato alla speranza
cristiana. Ciò esige l’elaborazione di una seria proposta culturale,
condotta con intelligenza, fedele ai valori evangelici e al
Magistero, insieme a una continua formazione spirituale. Implica una
rivisitazione costante dei veri diritti della persona e delle
formazioni sociali nella ricerca del bene comune e deve promuovere
occasioni di confronto tra uomini e donne dotati di competenze e
professionalità diverse.
13.
Un forte impulso all’elaborazione culturale
Fede e cultura si richiamano
reciprocamente. Ogni aspetto dell’esperienza cristiana possiede una
forte valenza in ordine alla promozione di stili di pensiero e di
vita, all’elaborazione di mentalità e di comportamenti,
all’orientamento della fecondità dello spirito umano nella direzione
del bello, del buono e del vero. La stessa comunicazione del Vangelo
non può fare a meno di categorie e di un linguaggio capaci di
raggiungere l’uomo nel suo vissuto personale e sociale, attraverso
forme ed espressioni a lui comprensibili e congeniali.
Il “Progetto culturale orientato in
senso cristiano” è lo strumento che la Chiesa italiana si è data a
partire dal Convegno ecclesiale di Palermo (1995) per mettere in
evidenza e far crescere la dimensione culturale presente nel vissuto
di fede del popolo di Dio. A distanza di dodici anni, vogliamo
ribadire la necessità di alimentare la consapevolezza e la
responsabilità proprie della comunità cristiana, dando un nuovo
impulso al Progetto culturale attraverso il suo consolidamento e
radicamento, sia in chiave formativa sia in prospettiva missionaria.
L’obiettivo di fondo resta quello di un nuovo incontro tra la fede e
la ragione, così che i credenti possano mostrare a tutti che “la
vita cristiana è possibile oggi, è ragionevole, è realizzabile”.
Per questo all’interno della comunità
cristiana l’elaborazione culturale deve essere curata anzitutto
nelle sue forme ordinarie e popolari. In quanto dimensione
costitutiva della vita ecclesiale, essa deve vedere coinvolti tutti,
a partire dalle situazioni abituali dell’azione pastorale, fino
alla promozione, anche a livello locale, di particolari occasioni e
luoghi di confronto, secondo la “dinamica della rete” e
dell’integrazione pastorale. Le pur necessarie competenze e
iniziative specifiche non devono mettere in ombra la grande risorsa
che il Progetto culturale costituisce per avvicinare l’esperienza
ecclesiale alla vita e alle domande delle persone, rendendola
maggiormente incisiva e capace di entrare in dialogo senza complessi
di inferiorità con le dinamiche culturali del nostro tempo. È questo
un compito non facile, ma anche “un’avventura affascinante nella
quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del
nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena
cittadinanza”.
14. Discernimento e dialogo
L’elaborazione culturale e la formazione
delle coscienze sono i primi obiettivi del discernimento ecclesiale.
Esso costituisce una parte essenziale della testimonianza, oltre a
essere un’espressione della comunione e l’esito di una profonda vita
spirituale.
Il discernimento dei credenti, che tende
alla ricerca della volontà di Dio in ogni situazione della vita
individuale e sociale, ha bisogno anche del confronto critico con le
diverse forme di pensiero e di un fecondo rapporto con le presenze
religiose nel nostro Paese, accresciute dalle recenti ondate
migratorie. Il cristianesimo, infatti, è aperto a tutto ciò che di
giusto, di vero e di buono vi è nelle culture e nelle civiltà. Il
dialogo con tutti, che insieme alla fiducia nell’altro presuppone
una chiara e profonda coscienza della propria identità, è condotto
in nome e con gli strumenti della ragione umana, terreno comune in
cui è possibile incontrarsi e collaborare in spirito di ascolto
senza falsi irenismi.
Con lo stesso atteggiamento di ricerca
della comunione nella verità, è necessario che cresca nelle nostre
comunità lo spirito ecumenico. Il cammino dei credenti verso l’unità
voluta da Gesù costituisce un segno di speranza e un impegno
irreversibile a cui non possiamo sottrarci. A tal proposito
acquistano un particolare valore la Settimana di preghiera per
l’unità dei cristiani e la Giornata per la salvaguardia del creato.
L’incontro con persone portatrici di
differenti sensibilità religiose ci induce a sostenere, anche a
livello popolare, una sempre più puntuale e consapevole conoscenza
degli elementi fondamentali della nostra fede, come pure un’adeguata
informazione circa le differenti religioni, perché non vi può essere
incontro autentico, dialogo rispettoso e costruttivo tra realtà
diverse nell’ignoranza o nella confusione.
15. La questione dell’uomo e della
verità
Tra i contenuti del Progetto culturale,
spiccano due filoni particolarmente rilevanti. Entrambi si
comprendono alla luce dell’invito di Benedetto XVI ad “allargare gli
spazi della razionalità”,
senza limitare la ragione entro i soli confini di ciò che è
sperimentabile e controllabile. Sono problematiche che, con grande
concretezza, chiamano in causa il nostro futuro.
Il primo filone riguarda la “questione
antropologica”, ossia la domanda su che cosa sia e che cosa
significhi essere uomo. Da tempo assistiamo a tentativi volti a
ridurre l’uomo a semplice prodotto della natura, mortificandone la
dignità e la costitutiva vocazione alla trascendenza. Siamo
provocati a recuperare e riproporre l’autentica unicità e grandezza
della persona umana, segnata dal peccato ma non irrimediabilmente
compromessa nel suo tendere a orizzonti definitivi di vita, di
libertà, di amore e di gioia. L’impegno profuso in questa direzione
deve continuare, per contrastare con efficacia le molteplici
applicazioni di tale riduzionismo nel campo della cultura, delle
scienze e della tecnologia, dell’etica e del diritto.
La “questione antropologica” si
inserisce nella più ampia “questione della verità”, con cui tutti –
credenti o meno – devono confrontarsi. Il diffondersi della
sfiducia verso la capacità dello spirito umano di raggiungere una
verità non puramente soggettiva e provvisoria, bensì oggettiva e
impegnativa, genera non raramente la messa in questione
dell’esistenza stessa di tale verità, con la conseguenza di ritenere
assurda ogni posizione, a cominciare da quella cristiana, che
indichi la via per guadagnarla e ne prospetti le prerogative e le
esigenze. È quanto mai necessario, quindi, saper mostrare lo stretto
legame esistente tra verità e libertà e come la coscienza umana non
esca mortificata, ma anzi arricchita, dal confronto con la verità
cui la fede ci fa rivolgere.
16. Le possibilità offerte dalla
comunicazione e dall’arte
Sul fronte della comunicazione, si
devono registrare i notevoli passi compiuti negli anni recenti, ma
anche la necessità che non si attenui l’impegno alla formazione.
Resta obiettivo non trascurabile l’immettere nel circuito della
comunicazione la voce della Chiesa, costruendo ponti di comprensione
tra l’esperienza ecclesiale, nelle sue forme quotidiane e peculiari,
e la mentalità corrente. È doveroso, in questo ambito, prendere atto
dei progressi compiuti a partire dalle scelte maturate dopo il
Convegno ecclesiale di Palermo, grazie alla crescita di Avvenire,
dell’agenzia SIR, dei settimanali diocesani e di numerose
altre testate cattoliche, ma anche grazie all’avvio di Sat 2000
e del circuito radiofonico InBlu, realtà che favoriscono nel
rispettivo ambito il coordinamento fra le emittenti d’ispirazione
cristiana. Inoltre è cresciuta la capacità della comunità cristiana
di essere presente in internet e di animare il mondo del cinema e
del teatro. In questi vasti campi resta fondamentale l’apporto che
può venire dalle case editrici e dalla rete delle librerie
cattoliche. Una presenza efficace nell’areopago contemporaneo
comporta un sapiente investimento da parte delle nostre comunità sui
carismi comunicativi di tante persone, come sulla qualità e la
diffusione dei media ecclesiali, nazionali e locali, ma anche
su iniziative che prevedono la valorizzazione di altri linguaggi,
come quello artistico e musicale, raccordati in esperienze
qualificate e significative.
17.
La sfida educativa
L’impegno educativo della Chiesa
italiana è ampio e multiforme: si avvale della crescente
responsabilità di molte famiglie, della vasta rete delle parrocchie,
dell’azione preziosa degli istituti religiosi e delle aggregazioni
ecclesiali, dell’opera qualificata delle scuole cattoliche e delle
altre istituzioni educative e culturali, dell’impegno profuso nella
scuola dagli insegnanti di religione cattolica.
L’appello risuonato
in tutti gli ambiti ci spinge a un rinnovato protagonismo in questo
campo: ci è chiesto un investimento educativo capace di rinnovare
gli itinerari formativi, per renderli più adatti al tempo presente e
significativi per la vita delle persone, con una nuova attenzione
per gli adulti. La formazione, a partire dalla famiglia, deve essere
in grado di dare significato alle esperienze quotidiane,
interpretando la domanda di senso che alberga nella coscienza di
molti. Nello stesso tempo, le persone devono essere aiutate a
leggere la loro esistenza alla luce del Vangelo, così che trovi
risposta il desiderio di quanti chiedono di essere accompagnati a
vivere la fede come cammino di sequela del Signore Gesù, segnato da
una relazione creativa tra la Parola di Dio e la vita di ogni
giorno.
Il tempo presente è straordinariamente favorevole a nuovi cammini di
fede, che esprimano la ricchezza dell’azione dello Spirito e la
possibilità di percorsi di santità. Tutto questo però potrà
realizzarsi solo se le comunità cristiane sapranno accompagnare le
persone, non accontentandosi di rivolgersi solo ai ragazzi e ai
giovani, ma proponendosi più decisamente anche al mondo adulto,
valorizzando nel dialogo la maturità, l’esperienza e la cultura di
questa generazione. Rilevante sarà, in proposito, il contributo
delle scuole cattoliche, dei centri universitari e delle facoltà e
degli istituti teologici.
Per rendere maggiormente efficace questa azione, non va
sottovalutata l’importanza di un migliore coordinamento dei soggetti
educativi ecclesiali, le cui originalità potrebbero trovare un luogo
di collegamento e valorizzazione in un forum nazionale delle
realtà educative.
18.
La sollecitudine per il bene dell’uomo e della società
Alla testimonianza che la Chiesa è
chiamata a rendere al Vangelo appartiene a pieno titolo l’interesse
per il rispetto della dignità della persona umana in ogni momento
della vita, per il sostegno alla famiglia fondata sul matrimonio,
per la giustizia e la pace, per lo sviluppo integrale e il bene
della comunità civile, nazionale e internazionale. Le “ragioni della
speranza” comprendono infatti alcune istanze etiche che, fondate
sulla natura stessa dell’uomo, possono costituire un terreno di
incontro e di dialogo anche con coloro che appartengono a tradizioni
ideali o spirituali diverse.
Tale sollecitudine per il bene della
società umana fa sì che la Chiesa, senza rischiare sconfinamenti di
campo, parli e agisca non per preservare un “interesse cattolico”,
bensì per offrire il suo peculiare contributo per costruire il
futuro della comunità sociale in cui vive e alla quale è legata da
vincoli profondi. Ciò è vero anche quando i credenti si trovano a
dover “fronteggiare, con pari determinazione e chiarezza di intenti,
il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicano
fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella
natura dell’essere umano”.
Compito della fede cristiana, infatti, è quello di purificare la
ragione e aiutarla a essere veramente se stessa.
Allo stesso tempo, la comunità cristiana
considera suo dovere, attraverso una capillare opera formativa,
contribuire a radicare nelle coscienze quelle “energie morali e
spirituali che consentano di anteporre le esigenze della giustizia
agli interessi personali, o di una categoria sociale, o anche di uno
Stato”.
Se la Chiesa in quanto tale “non è e non intende essere un agente
politico”, come ha ricordato a Verona Benedetto XVI, risalta in modo
particolare il compito dei fedeli laici nella ricerca di strade
praticabili e condivise per trasformare, umanizzandoli in senso
pieno, gli spazi della convivenza. Quei cristiani che
responsabilmente scelgono di impegnarsi in politica sanno che
“operano come cittadini sotto propria responsabilità”, che devono
essere animati da competenza e onestà e che sono chiamati a essere
protagonisti di uno stile politico virtuoso, guidati da una
coscienza retta e informata, illuminata dalla fede e dal Magistero
della Chiesa.
Senza restringere i suoi orizzonti, la
speranza cristiana fonda e orienta l’impegno storico dei credenti,
animati dallo stesso amore di Dio per il mondo. In particolare, essi
sanno che il Vangelo chiede di mettersi dalla parte degli ultimi,
senza i quali non potrà realizzarsi una società più giusta e
fraterna. Accanto all’impegno per la giustizia, a cui sono
riconducibili numerose problematiche sociali, economiche e
politiche, la testimonianza cristiana è costantemente chiamata a
percorrere la via della carità. Essa si articola in diverse forme e
mantiene uno stretto legame con l’evangelizzazione, costituisce non
solo una risposta ai bisogni delle persone nella loro integralità,
ma anche il segno della progressiva assimilazione della nostra vita
all’amore di Cristo e la trasposizione in noi del suo stesso modo di
vivere.
19.
Insieme responsabili del futuro
Cogliendo con sguardo d’insieme la
realtà del nostro Paese, dell’Europa e dello scenario
internazionale, non possiamo tacere la profonda crisi, che si
trascina da tempo e interessa tragicamente aspetti fondamentali
della vita di ciascuno e dell’intero pianeta. È peraltro vero che
l’Europa, con la sua storia recente di conflitti oggi superati e di
cammini di riconciliazione, è motivo di speranza ed esempio di
quella unione nella diversità che può favorire una globalizzazione
rispettosa delle persone. Perché il processo di integrazione avviato
sia veramente fecondo, occorre tuttavia che l’Europa non rinneghi le
proprie radici cristiane, dando spazio a quei principi etici che
costituiscono parte integrante e fondamentale del suo patrimonio
spirituale.
Consapevoli dei segni di speranza
presenti nel nostro tempo, rafforziamo il senso di responsabilità e
la volontà di operare per lo sviluppo di tutti gli uomini e di tutto
l’uomo, per le generazioni future, senza trascurare nessuna delle
energie che possono contribuire a farci crescere insieme. La
speranza cristiana comporta il dovere di abbattere muri, sciogliere
catene, aprire strade nuove, anche mediante la promozione e la
tutela dei diritti fondamentali di ogni persona, incluso lo
straniero. Per quanto riguarda in particolare l’Italia, nell’ottica
della promozione del bene comune, esortiamo ad affrontare con
sapienza e coraggio la questione demografica, i problemi e le
risorse dell’immigrazione, le sfide della questione giovanile. È
parimenti necessario evidenziare la centralità della persona nelle
scelte economiche e il senso di responsabilità nei confronti del
lavoro, far sì che si dispieghi fattivamente il ruolo sociale della
famiglia, contrastare il dilagare dell’illegalità, farsi carico
delle future generazioni con una doverosa cura del creato,
superare i divari interni al Paese, aiutandolo ad aprirsi agli
orizzonti della pace e dello sviluppo mondiale, sfruttando le
opportunità positive della globalizzazione e promuovendo un ordine
più giusto tra gli Stati.
In questo cantiere aperto il contributo
dei credenti, sul piano etico e spirituale, culturale, economico e
politico è essenziale per concorrere ad orientare il cammino
dell’umanità. Sappiamo bene che non ci sono soluzioni a buon mercato
o scorciatoie che sollevino dalla fatica e cancellino lo
smarrimento. Di ciò è segno anche il crescente numero dei cristiani
martirizzati.
Questo è il nostro programma: vivere
fino in fondo la Pasqua di Gesù. Da essa deriva una forza profetica
dalla quale noi per primi dobbiamo continuamente lasciarci plasmare.
Il nostro unico interesse è infatti metterci a servizio dell’uomo
perché l’amore di Dio possa manifestarsi in tutto il suo splendore.
Capitolo IV – La Chiesa della speranza
20. Una Chiesa e una santità “di
popolo”
La Chiesa comunica
la speranza, che è Cristo, soprattutto attraverso il suo modo di
essere e di vivere nel mondo. Per questo è fondamentale curare la
qualità dell’esperienza ecclesiale delle nostre comunità, affinché
esse sappiano mostrare un volto fraterno, aperto e accogliente,
espressione di un’umanità intensa e cordiale. Parla al cuore degli
uomini e delle donne una Chiesa che, alla scuola del suo Signore,
pronuncia il proprio “sì” a ciò che di bello, di grande e di vero
appartiene all’umanità di ogni persona e della storia intera.
Appartiene alla nostra tradizione il
patrimonio di una fede e di una santità di popolo: un cristianesimo
vissuto insieme, significativo in tutte le stagioni dell’esistenza,
in comunità radicate nel territorio, capace di plasmare la vita
quotidiana delle persone, ma anche gli orientamenti sociali e
culturali del Paese. Il carattere popolare del cattolicesimo
italiano, ben diverso da un “cristianesimo minimo” o da una
“religione civile”, è una ricchezza e una responsabilità che
dobbiamo conservare e alimentare facendo brillare davanti alla
coscienza di ragazzi e giovani, adolescenti e adulti, la bellezza e
la “vivibilità” di una vita ispirata dall’amore di Dio, da cui
nessuno è escluso.
21.
Per una pastorale rinnovata
L’ascolto della vita delle comunità
cristiane permette di cogliere una forte istanza di rinnovamento. Se
negli ultimi anni è parso sempre più evidente che il principale
criterio attorno al quale ridisegnare la loro azione è la
testimonianza missionaria, oggi emerge con chiarezza anche
un’ulteriore esigenza: quella di una pastorale più vicina alla vita
delle persone, meno affannata e complessa, meno dispersa e più
incisivamente unitaria.
Secondo queste linee occorre impegnarsi
in un “cantiere” di rinnovamento pastorale, al quale sono dedicati i
paragrafi che seguono. Le prospettive verso cui muoversi riguardano
la centralità della persona e della vita, la qualità delle relazioni
all’interno delle comunità, le forme della corresponsabilità
missionaria e dell’integrazione tra le dimensioni della pastorale,
così come tra le diverse soggettività, realtà e strutture
ecclesiali.
22. La persona, cuore della pastorale
L’attuale impostazione pastorale,
centrata prevalentemente sui tre compiti fondamentali della Chiesa
(l’annuncio del Vangelo, la liturgia e la testimonianza della
carità), pur essendo teologicamente fondata, non di rado può
apparire troppo settoriale e non è sempre in grado di cogliere in
maniera efficace le domande profonde delle persone: soprattutto
quella di unità, accentuata dalla frammentazione del contesto
culturale.
Da questo punto di vista, l’esperienza
del Convegno ecclesiale è stata esemplare. La scelta di articolare i
lavori in alcuni ambiti fondamentali intorno a cui si dispiega
l’esistenza umana, in qualsiasi età, ha messo in luce l’unità della
persona come criterio fondamentale per ricondurre a unità l’azione
ecclesiale, necessariamente multiforme. Questo sguardo dalla parte
della persona è stato radicato in una solida visione teologica, che
prende le mosse dal Risorto che ci precede e ci insegna a rinnovare
le forme dell’annuncio nei diversi tempi e luoghi. È stata così
tracciata una via, che occorre percorrere per portare lo stesso
metodo e le medesime attenzioni nella vita ordinaria delle comunità.
Mettere la persona al centro costituisce
una chiave preziosa per rinnovare in senso missionario la pastorale
e superare il rischio del ripiegamento, che può colpire le nostre
comunità. Ciò significa anche chiedere alle strutture ecclesiali di
ripensarsi in vista di un maggiore coordinamento, in modo da far
emergere le radici profonde della vita ecclesiale, lo stile
evangelico, le ragioni dell’impegno nel territorio, cioè gli
atteggiamenti e le scelte che pongono la Chiesa a servizio della
speranza di ogni uomo. Non si intende indebolire la dimensione
comunitaria dell’agire pastorale, né si tratta di ideare nuove
strutture da sostituire a quelle attuali, bensì di operare insieme
in maniera più essenziale. A partire da queste attenzioni, le
singole Chiese particolari sono chiamate a ripensare il proprio
agire con sguardo unitario.
23.
La cura delle relazioni
Durante il Convegno tre
parole sono risuonate come una triade indivisibile: comunione,
corresponsabilità, collaborazione. Esse delineano il volto di
comunità cristiane che procedono insieme, con uno stile che
valorizza ogni risorsa e ogni sensibilità, in un clima di fraternità
e di dialogo, di franchezza nello scambio e di mitezza nella ricerca
di ciò che corrisponde al bene della comunità intera.
In un contesto sociale
frammentato e disperso, la comunità cristiana avverte come proprio
compito anche quello di contribuire a generare stili di incontro e
di comunicazione. Lo fa anzitutto al proprio interno, attraverso
relazioni interpersonali attente a ogni persona. Impegnata a non
sacrificare la qualità del rapporto personale all’efficienza dei
programmi, la comunità ecclesiale considera una testimonianza
all’amore di Dio il promuovere relazioni mature, capaci di ascolto
e di reciprocità.
In particolare, le
relazioni tra le diverse vocazioni devono rigenerarsi nella capacità
di stimarsi a vicenda, nell’impegno, da parte dei pastori, ad
ascoltare i laici, valorizzandone le competenze e rispettandone le
opinioni. D’altro lato, i laici devono accogliere con animo filiale
l’insegnamento dei pastori come un segno della sollecitudine con cui
la Chiesa si fa vicina e orienta il loro cammino. Tra pastori e
laici, infatti, esiste un legame profondo, per cui in un’ottica
autenticamente cristiana è possibile solo crescere o cadere insieme.
Lo stile di comunione che si sperimenta nella comunità
costituisce un tirocinio perché lo spirito di unità raggiunga i
luoghi della vita ordinaria. Il dono della comunione che viene da
Dio deve animare, soprattutto attraverso i laici cristiani, tutti i
contesti dell’esistenza e contribuire a rigenerarne il tessuto
umano.
24.
La corresponsabilità, esigente via di comunione
Accogliere la comunione che
viene da Dio richiede disciplina, concretezza, gesti coerenti che
coinvolgono non solo le persone, ma anche le comunità. La
corresponsabilità infatti è un’esperienza che dà forma concreta alla
comunione, attraverso la disponibilità a condividere le scelte che
riguardano tutti. Questo comporta che si rendano operativi quei
luoghi in cui ci si allena al discernimento spirituale, all’ascolto
reciproco, al confronto delle posizioni, fino a maturare, secondo le
responsabilità di ciascuno, decisioni ponderate e condivise.
Gli organismi di
partecipazione ecclesiale e anzitutto i consigli pastorali –
diocesani e parrocchiali – non stanno vivendo dappertutto una
stagione felice. La consapevolezza del valore della
corresponsabilità ci impone però di ravvivarli, elaborando anche
modalità originali di uno stile ecclesiale di maturazione del
consenso e di assunzione di responsabilità. Di simili luoghi abbiamo
particolarmente bisogno per consentire a ciascuno di vivere quella
responsabilità ecclesiale che attiene alla propria vocazione e per
affrontare le questioni che riguardano la vita della Chiesa con uno
sguardo aperto ai problemi del territorio e dell’intera società. La
partecipazione corale e organica di tutti i membri del popolo di Dio
non è solo un obiettivo, ma la via per raggiungere la meta di una
presenza evangelicamente trasparente e incisiva.
25.
Una pastorale sempre più “integrata”
Una strada da percorrere con coraggio è
quella dell’integrazione pastorale fra i diversi soggetti
ecclesiali. È lontana da noi l’idea di attuare “un’operazione di
pura ingegneria ecclesiastica”.
Siamo invece davanti a un “disegno complessivo”, richiesto dal
ripensamento missionario in atto nelle nostre comunità. Siamo
chiamati a verificare il rapporto delle parrocchie tra loro e con la
diocesi, le forme con cui viene accolto il dono della vita
consacrata, la valorizzazione delle associazioni, dei movimenti e
delle nuove realtà ecclesiali. Si tratta in primo luogo di
un’espressione e di una verifica concreta della comunione, che non
si riduce mai a un’azione indifferenziata e accentrata, ma – in un
contesto di effettiva unità nella Chiesa particolare – riconosce il
valore delle singole soggettività e fa leva sulla loro maturità
ecclesiale. Tutto ciò non è possibile se non nasce ed è alimentato
dalla consapevolezza che la comunione è dono di Dio, opera della sua
iniziativa che rigenera la persona in Cristo e pone gli uomini in
una nuova relazione tra loro. Alla base della pastorale “integrata”,
dunque, sta quella “spiritualità di comunione” che precede le
iniziative concrete e purifica la testimonianza dalla tentazione di
cedere a competizioni e personalismi.
Una pastorale “integrata” mette in campo
tutte le energie di cui il popolo di Dio dispone, valorizzandole
nella loro specificità e al tempo stesso facendole confluire entro
progetti comuni, definiti e realizzati insieme. Essa pone in rete le
molteplici risorse di cui dispone: umane, spirituali, culturali,
pastorali. In tal modo, una pastorale integrata, con le differenze
che accoglie e armonizza al proprio interno, rende la comunità in
grado di entrare più efficacemente in comunicazione con un contesto
variegato, bisognoso di approcci diversificati e plurali, per un
fecondo dialogo missionario.
Vediamo crescere un forte impulso a far
convergere esperienze pastorali diverse su temi comuni, per uscire
dalla settorialità e rispondere efficacemente ai problemi concreti
delle persone. Sempre più si sta diffondendo l’esperienza delle
“unità pastorali”: una scelta che non è riducibile alla mera
esigenza di fronteggiare la carenza di sacerdoti, né alla
costituzione di “super-parrocchie”, ma va nella direzione di un
rapporto nuovo con il territorio, di una corresponsabilità pastorale
diffusa, di un’azione più organica e missionaria.
Essenziale per
un’autentica integrazione pastorale di tutte le risorse vive è anche
uno stretto collegamento con le realtà missionarie e con le comunità
pastorali di immigrati presenti nel nostro Paese, in collaborazione
con gli uffici e le associazioni che operano in tale campo.
26.
Dare nuovo valore alla vocazione laicale
L’ottica della testimonianza e della
corresponsabilità permette di mettere meglio a fuoco le singole
vocazioni cristiane, senza cadere in una visione puramente
funzionale dei carismi. La vocazione laicale, in modo particolare, è
chiamata oggi a sprigionare le sue potenzialità nell’annuncio del
Vangelo e nell’animazione cristiana della società.
A Verona abbiamo
sentito echeggiare l’insegnamento del Vaticano II sul laicato,
arricchito dal Magistero successivo e dall’esperienza di tanti laici
e comunità che in questi anni si sono impegnati a vivere con
passione, talvolta con sofferenza, tali insegnamenti. Il Convegno ha
rivelato il volto maturo del laicato che vive nelle nostre Chiese.
Le comunità cristiane devono trarne conseguenze capaci di farle
crescere nella missione, individuando scelte pastorali che esprimano
una conversione di atteggiamenti e di mentalità.
Per questo diventa essenziale
“accelerare l’ora dei laici”, rilanciandone l’impegno ecclesiale e
secolare, senza il quale il fermento del Vangelo non può giungere
nei contesti della vita quotidiana, né penetrare quegli ambienti più
fortemente segnati dal processo di secolarizzazione. Un ruolo
specifico spetta agli sposi cristiani che, in forza del sacramento
del Matrimonio, sono chiamati a divenire “Vangelo vivo tra gli
uomini”.
Riconoscere l’originale valore della vocazione laicale significa,
all’interno di prassi di corresponsabilità, rendere i laici
protagonisti di un discernimento attento e coraggioso, capace di
valutazioni e di iniziativa nella realtà secolare, impegno non meno
rilevante di quello rivolto all’azione più strettamente pastorale.
Occorre pertanto
creare nelle comunità cristiane luoghi in cui i laici possano
prendere la parola, comunicare la loro esperienza di vita, le loro
domande, le loro scoperte, i loro pensieri sull’essere cristiani nel
mondo. Solo così potremo generare una cultura diffusa, che sia
attenta alle dimensioni quotidiane del vivere. Perché ciò avvenga
dobbiamo operare per una complessiva crescita spirituale e
intellettuale, pastorale e sociale, frutto di una nuova stagione
formativa per i laici e con i laici, che porti alla maturazione di
una piena coscienza ecclesiale e abiliti a un’efficace testimonianza
nel mondo. Questo percorso richiede la promozione di forme di
spiritualità tipiche della vita laicale, affinché l’incontro con il
Vangelo generi modelli capaci di proporsi per la loro intensa
bellezza.
27.
Una forma della comunione: la convergenza tra le aggregazioni
Negli ultimi tempi i
fedeli laici sono stati protagonisti di un’intensa esperienza
ecclesiale, che ha permesso alle diverse realtà aggregative –
associazioni, movimenti e comunità di antica o di recente origine –
di sperimentare la ricchezza di un percorso che avvicina le
esperienze e le sensibilità, facendo scoprire a tutti il valore che
l’essere insieme aggiunge alle proprie iniziative, condotte come
espressione corale di una testimonianza cristiana che, pur nelle
molteplici forme, attinge all’unico Vangelo ed è animata dalla
stessa volontà di manifestarlo nel mondo.
Occorre accelerare il cammino
intrapreso, che porta a una fisionomia laicale non omologata né
uniforme, non dispersa né contrapposta, ma animata da uno spirito di
comunione che sa generare una testimonianza unitaria, benché
differenziata nelle sensibilità e nelle forme. Al di fuori della
comunione, infatti, non si dà autentica testimonianza cristiana.
Questo processo di convergenza e di
reciprocità si manifesta in modi diversi, che vanno dalle occasioni
informali che permettono la conoscenza e l’incontro fraterno, al
diffondersi di prassi stabili di confronto e di collaborazione. Un
ruolo importante nel perseguire questo obiettivo spetta alle
consulte delle aggregazioni laicali, promosse a livello diocesano,
regionale e nazionale, a cui chiediamo di impegnarsi a rinnovare la
propria fisionomia.
Un segno
interessante in questa direzione è dato anche dal sorgere di alcuni
organismi di coordinamento del laicato intorno a obiettivi specifici
o di collegamenti promossi dai cattolici a sostegno di valori umani,
come il Forum delle Associazioni familiari, l’associazione “Scienza
e Vita”, “RetinOpera”, il Forum del Terzo Settore di Associazioni di
ispirazione cristiana, il Forum delle Associazioni socio-sanitarie e
il Forum delle Associazioni degli studenti universitari.
28. Una nuova
proposta vocazionale
Tutte le vocazioni e i ministeri, anche
se in modi diversi, sono chiamati a testimoniare la speranza
cristiana in mezzo a una società in rapido cambiamento. Da questa
varietà nell’unità scaturisce il segno vivo di una comunità che si
mostra come una cosa sola perché il mondo creda.
Chi si consacra al
Signore per il Regno e quanti accolgono la chiamata al sacerdozio
ministeriale e al diaconato permanente offrono in modo speciale la
loro esistenza perché altre persone possano essere aiutate a
“vedere” e “toccare” in certo modo quel Gesù che essi hanno accolto.
Perché il mondo e la Chiesa non si impoveriscano di tale presenza,
occorre una nuova capacità di proposta vocazionale ai giovani, per
la quale è necessario riscoprire l’esperienza della guida
spirituale.
In un mondo in cui
tutto è misurato secondo valori materiali, l’umanità ha bisogno di
presbiteri, consacrate e consacrati che siano sempre più conformi al
dono ricevuto. Se in una vita sacerdotale o consacrata si perdesse
la centralità di Dio, si svuoterebbe anche l’agire e verrebbe meno
il centro che dà senso a tutto. Benediciamo il Signore e lo
invochiamo per coloro che danno alla propria esistenza la forma
della contemplazione e del servizio ai poveri, della carità
pastorale e della configurazione a Cristo sacerdote: con la loro
vita essi annunciano il mistero di Cristo e, in lui, la misura del
vero umanesimo.
Conclusione - Comunità credenti e credibili
29. Uomini toccati da Dio
Il Convegno di Verona ha posto al centro
della nostra attenzione il messaggio trasformante della Pasqua di
Cristo, insieme alla condizione dell’uomo d’oggi, alla ricerca di un
futuro personale e comunitario rinnovato.
Il cammino percorso insieme ci dice che
questa ricerca avrà un esito positivo se ognuno potrà incontrare
cristiani e comunità credibili, dallo sguardo attento e profondo,
sintesi tangibili della fecondità che scaturisce dall’incontro tra
l’esistenza umana e la sapienza di Dio. “Ciò di cui abbiamo
soprattutto bisogno in questo momento della storia – ricordava il
cardinale Ratzinger poche settimane prima della sua elezione alla
cattedra di Pietro – sono uomini che, attraverso una fede illuminata
e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza
negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui
ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto le porte dell’incredulità.
Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio,
imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui
intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il
cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto
degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri.
Soltanto attraverso uomini toccati da Dio, Dio può far ritorno
presso gli uomini”.
30. Guardiamo al futuro con gioiosa
speranza
Camminiamo verso il futuro con gioiosa
speranza. Il nostro messaggio di fiducia si indirizza alle famiglie,
ai fedeli laici, ai presbiteri e ai diaconi, ai consacrati, ai
missionari. Sono queste le “pietre vive” della speranza, poste dal
Signore come segnali indicatori sulla strada verso un’umanità nuova.
Al mondo giovanile, impegnato in un
triennio particolare denominato “Agorà dei giovani” va tutto il
nostro incoraggiamento a proseguire con tenacia: mettersi in ascolto
con gratuità è una forma di testimonianza e di evangelizzazione, ma
è anche necessario condividere con i propri coetanei percorsi di
ricerca della verità, alla sequela di Gesù.
A portare una parola di speranza agli
uomini e alle donne, stretti nella morsa dell’inquietudine e del
disorientamento, più delle attività e delle iniziative saranno la
saldezza della nostra fede, la maturità della nostra comunione, la
libertà dell’amore, la fantasia della santità. La nostra speranza si
sostiene con la preghiera, che in molte occasioni ha raccolto i
convegnisti di Verona: sarà la preghiera, anzitutto quella
liturgica, il luogo privilegiato dell’incontro col Risorto e la
fonte dell’impegno dei credenti.
In questo cammino non siamo soli. Lo
Spirito del Risorto continua a spingere i nostri passi, ad
attenderci nel cuore degli uomini, ad allargare gli orizzonti ogni
volta che prevale la stanchezza o l’appagamento. Ci sostiene
l’intercessione di innumerevoli santi e beati, testimoni dell’amore
di Dio seminato nella nostra terra, autentiche luci per il futuro
dell’Italia, e ci accompagna la presenza amorevole di Maria, Madre
della Chiesa, invocata con mille nomi nei tanti santuari a lei
dedicati nel nostro Paese, vera testimone del Risorto e modello
autentico per il nostro cammino di speranza.
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