inforo.it dal Progetto Culturale CEI per i Cappellani Militari

 

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  un diritto umanitario per le missioni di peacekeeping : basta danni collaterali
 

1. La Chiesa castrense promuove, con  le altre Chiese particolari, tutte le possibili prospettive di valore inclusivo nella società italiana e, con solidarietà particolare verso le nuove generazioni che hanno il diritto di ricevere da noi un mondo migliore, desidera condividere quel compito di farci responsabili di tutti per riconoscere al bene comune il valore finale della convivenza sociale e di una nuova cittadinanza.

2. In particolare i Militari credenti italiani oggi sono raggiunti da questa consapevolezza, più che nel passato, manifestata negli interventi armati di tipo sussidiario, secondo un’espressione applicata dal card. Martini alle missioni di peacekeeping e di polizia internazionale. Ove hanno sperimentato l’origine di quel cosmopolitismo di estranei che poi investe l’occidente, gli italiani hanno cercato di compiere interventi di speciale valore umanitario, riconducibili alla prevalente tradizione cattolica dei nostri Militari, in un onesto protagonismo democratico, giustamente subordinato all’Esecutivo. Questa scelta, non priva di efficacia, pur nel rispetto delle regole d’ingaggio generali, e nonostante i giudizi non favorevoli di alcuni opinionisti della coalizione occidentale, ha risparmiato atrocità a gente già disperata.

Tale riscontro, non comune fra i militari di professione, è significativo nel panorama internazionale e merita l’attenzione dell’opinione pubblica cattolica, in particolare dei pacifisti cattolici, tra i più coinvolti e perspicaci in queste situazioni, con funzione di asimmetrica complementarietà rispetto alle missioni militari.

3. Certamente le questioni che appellano alla nostra coscienza di testimoni del Vangelo e cittadini del mondo sono più gravi e vaste: il disarmo nucleare e convenzionale, la produzione il commercio e l’accumulo illecito di armi, l’applicazione militare delle biotecnologie, l’impiego di cluster di munizioni in sostituzione delle mine antiuomo bandite, la lotta ai terrorismi. E non ultima la preoccupazione nel riscontrare in molte operazioni militari di queste missioni la sproporzione dei danni collaterali subiti dalle popolazioni, oltre lo sconcerto per altri interventi aberranti attribuiti a gruppi paramilitari, ancorché non coinvolgenti gli italiani.

Benché in questi anni sia aumentata nella società la percezione dell’insicurezza, i conflitti nel mondo sono diminuiti e l’orientamento politico internazionale propende all’espansione di queste missioni. Si può persino ipotizzare un nuovo piano di governance mondiale, moderatrice degli squilibri dei processi della globalizzazione e fautrice di sviluppo grazie ad una consolidata “sicurezza umana” mondiale, adeguata alle condizioni di condivisibilità di quel bene comune universale, prospettato da Giovanni XXIII e Paolo VI come traguardo di vera pace. Ma la preminenza di un pacifismo istituzionale integrativo dell’estensione dei diritti (alla Kelsen) non potrà diminuire l’impegno etico rivolto al cuore dell'uomo chiamato a scegliere tra la forza e il dialogo, la competizione e la solidarietà, l’iniquità e la giustizia, come affermato dalla Commissione giustizia e pace della CEI, dal nostro vescovo e dalle pubblicazioni che in prossimità della Settimana hanno toccato queste tematiche.

4. In un progetto così grande e buono, ogni uomo di buona volontà, inclusi questi Militari, ha il diritto e il dovere di non essere coinvolto in atti bellici che preordinano gravi danni collaterali sugli inermi, dati per scontati come se ci possano essere vite superflue in certi angoli del mondo, vittime del raggiungimento dell’obiettivo a qualunque costo. Alla nostra coscienza civile e all’onore militare ripugna che il nemico venga deumanizzato, anche se da combattere; e ancor di più la considerazione per gli inermi coinvolti in tali imprese.

Auspichiamo l’elaborazione di un diritto umanitario per queste missioni, attraverso accordi multilaterali, affinché un consenso pratico (come illustrato da Maritain e Rawls) escluda di poter sacrificare in altre regioni del mondo quello che la nostra civiltà ha sancito come inviolabile e meritevole di maggior tutela, il diritto degli inermi e la dignità dei deboli. Non si può compromettere in una battaglia quello che la storia di un popolo aveva costruito a fatica. Il bene comune ha una sola identità, un’evoluzione coerente. Così è per i Militari cristiani italiani, insieme a voi.            

                                                                                                          don Enrico Pirotta delegato Ordinariato Militare in Italia - Pisa 19/10/2007

 

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