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1.
Quali strade si propongono per realizzare il bene comune attraverso
la globalizzazione? Molti osservatori condividono il giudizio
positivo sulle opportunità che la globalizzazione offre al bene
comune. La Banca mondiale ha stimato che, se il processo di
globalizzazione non si fosse verificato, il numero di poveri sarebbe
aumentato fra i 300 e i 650 milioni di individui nel giro di dieci
anni, anziché ridursi di 150 milioni nel medesimo arco di tempo.
Tuttavia, non si
può sperare nel fatto che una globalizzazione attuata semplicemente
attraverso un laisser faire (l’affidarsi alle
“provvidenziali” forze del mercato), taumaturgicamente, risolva
tutti i problemi.
Le ineguaglianze, le povertà, le
violenze, il degrado materiale e spirituale, rischiano di aumentare
anche nei Paesi che stanno incrementando in modo vertiginoso il
prodotto nazionale lordo; inoltre, intere aree mondiali – vedi
l’Africa
- sembrano sempre più ai margini di questo sviluppo. Le differenze
fra Paesi, alcuni dei quali hanno messo in evidenza una crescita,
implicano che altre aree hanno persino subito un declino in termini
assoluti.
Il verificarsi di guerre locali è sempre più frequente, il
terrorismo e il rischio di scontri di civiltà è addirittura
aumentato.
Occorre
governare la globalizzazione:
è l’idea sviluppata nell’ultimo libro di Stiglitz,
Making Globalization Work:
una globalizzazione basata su liberalizzazione dei mercati funziona
se accompagnata da regole certe, da Stati che intervengono per
ovviare alle storture che inevitabilmente si generano, da organismi
internazionali che regolino i rapporti tra Stati.
Nemmeno la
semplice azione degli Stati e degli organismi internazionali sembra
assicurare dall’alto l’attuarsi di un bene comune.
Come si vede nel
caso dei Paesi in via di sviluppo, il trasferimento di fondi, ma
anche gli aiuti economici dati perché si traducessero in
investimenti e sviluppo, non hanno mai dato gli esiti che ci si
aspettava. Neanche gli aiuti diretti allo sviluppo del capitale
umano. In generale, la spesa pubblica tout cour non può di
per sé garantire un reale stato di benessere.
Non
per niente la Centesimus annus afferma che le categorie di
Stato e mercato sono insufficienti a interpretare una società
moderna: «L’individuo oggi è
spesso soffocato tra i due poli dello Stato e del mercato, […]
mentre si dimentica che la convivenza tra gli uomini non è
finalizzata né al mercato, né allo Stato, poiché possiede in se
stessa un singolare valore che Stato e mercato devono servire».
Anche Benedetto XVI nell’enciclica
Deus caritas est afferma che: «Non uno Stato che regoli e domini
tutto è ciò che ci occorre, ma uno Stato che generosamente riconosca
e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà, le
iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono
spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto».
Non è
un caso: lo statalismo, a livello nazionale e internazionale, cioè
il contratto che genera il Leviatano di hobbesiana memoria, come
documenta bene il lavoro di Pierpaolo Donati,
si basa sulla sfiducia e il sospetto reciproci, su una
concezione di uomo negativa che non può generare il bene comune
perché ne mortifica le potenzialità e il positivo contributo al
progresso e alla lotta per la giustizia.
2. In questo contesto, il principio di
sussidiarietà mostra il suo grande valore e la sua attualità per
la costruzione del bene comune.
Il principio è caratterizzato congiuntamente da una
dimensione “negativa” (l’obbligo del governo di limitare il suo
intervento nelle forme inferiori di organizzazione sociale) e da una
“positiva” (il sostegno alla libera iniziativa dei singoli e delle
realtà sociali).
In altre parole,
il principio suggerisce di vedere, ascoltare,
valorizzare ciò che c’è e liberamente si sviluppa come risposta “dal
basso” ai bisogni dei singoli e della collettività.
Se ne deduce che
il principio di sussidiarietà «prende il via dai soggetti operanti
sulla scena sociale e si muove verso un loro principio
organizzatore», ruotando «attorno al concetto di persona e sulla
realtà vivente delle persone».
Infatti, è il singolo attore il miglior giudice del suo “benessere”.
Parlare di
sussidiarietà significa quindi riporre al centro dell’azione
sociale, economica, politica, un soggetto umano caratterizzato da
una libertà capace di rapporto, inteso cioè non solo come
indipendenza e capacità di scelta, ma anche come desiderio di bene e
di relazioni vissute come bene.
In questo contesto
lo Stato ha il (difficile) compito di conciliare questa esigenza
ineludibile e il bene comune. Sul piano politico, lo Stato
sussidiario si basa sul rispetto della dignità di ciascuno e
stabilisce di agire per accrescere - non per ingabbiare o diminuire
- le autonome capacità dei cittadini singoli o liberamente
associati. Perciò sul piano economico, a fronte dei fallimenti del
marxismo e del liberismo neoclassico e delle gravi insufficienze del
keynesianesimo e del welfare state, il principio di
sussidiarietà consente, partendo dall’esperienza reale delle persone
e delle formazioni sociali, di attuare correttivi virtuosi ai
modelli economici calati dall’alto.
La
sussidiarietà è quindi l’affermazione della libertà dell’uomo
nella sua dimensione sociale e istituzionale. È ciò che si legge nel
Compendio della Dottrina sociale della Chiesa: «Il principio della
solidarietà, anche nella lotta alla povertà, deve essere sempre
opportunamente affiancato da quello della sussidiarietà, grazie al
quale è possibile stimolare lo spirito d’iniziativa, base
fondamentale di ogni sviluppo socio-economico, negli stessi Paesi
poveri: ai poveri si deve guardare “non come ad un problema, ma come
a coloro che possono diventare soggetti e protagonisti di un futuro
nuovo e più umano per tutto il mondo”».
3. In quest’ottica, il principio di sussidiarietà,
nato dalla riflessione e dalla codificazione di esperienze secolari
in atto, ha un nesso profondo con un concetto non ridotto di
esperienza, fondato su una concezione antropologica ben precisa.
Negli ultimi
secoli, la categoria di
“esperienza” è stata intesa secondo un’accezione soggettivistica:
don Luigi Giussani, riprendendo in modo originale categorie del
realismo cristiano, ha reinterpretato questo termine proponendo la
nozione di esperienza elementare,
cioè l’insieme di esigenze ed evidenze fondamentali che
costituiscono - usando il linguaggio biblico - il “cuore” di ogni
uomo, la sua faccia interiore, il suo senso religioso, il suo
desiderio di verità, di giustizia, di bellezza «criterio oggettivo
con cui la natura lancia l’uomo nell’universale paragone».
Questo desiderio, quando si accorge di un bisogno,
inevitabilmente si muove per cercare di rispondervi. Dice ancora don
Giussani: «Il desiderio è come la scintilla con cui si accende il
motore. Tutte le mosse umane nascono da questo fenomeno, da questo
dinamismo costitutivo dell’uomo. Il desiderio accende il motore
dell’uomo. E allora si mette a cercare il pane e l’acqua, si mette a
cercare il lavoro, a cercare la donna, si mette a cercare una
poltrona più comoda e un alloggio più decente, si interessa a come
mai taluni hanno e altri non hanno, si interessa a come mai certi
sono trattati in un modo e lui no, proprio in forza
dell’ingrandirsi, del dilatarsi, del maturarsi di questi stimoli che
ha dentro e che la Bibbia chiama globalmente cuore».
Tuttavia la mentalità dominante tende
a ridurre sistematicamente il desiderio ampio e originario dell’uomo
ai tanti “desideri” piccoli e derivati che possono essere manipolati
e governati fino a creare smarrimento nei giovani e cinismo negli
adulti. Per questo, cuore della concezione sussidiaria della società
sono le realtà sociali e i movimenti. I corpi sociali, le comunità
intermedie trovano una rinnovata importanza in termini educativi,
quali luoghi in cui le persone sono aiutate a crescere, a prendere
consapevolezza di sé e della realtà, ad educare il desiderio
difendendolo contro le riduzioni del potere. In essi l’aggregazione
non avviene “nella provvisorietà di un tornaconto, ma
sostanzialmente […] secondo una interezza e una libertà
sorprendenti”,
e possono nascere opere sociali ed economiche che, senza la pretesa
di risolvere tutti i problemi “puntellando l’impero” (come ha
suggerito alcuni anni fa il filosofo McIntire), possono essere degli
esempi da cui possa ripartire una società più vera.
Singolare è l’assonanza di tale impostazione con
quanto si legge in un testo classico dell’economia contemporanea,
L’economia del benessere
del Premio Nobel Kenneth J. Arrow.
Arrow
cerca di delineare le “regole razionali” a cui sottostanno le
preferenze individuali e i loro possibili nessi con le scelte
collettive. Che cosa determina il manifestarsi di ordinamenti
virtuosi nelle preferenze individuali? Arrow dice: «L’ordinamento
rilevante per il raggiungimento di un massimo sociale è quello
basato sui valori, che rispecchiano tutti i desideri degli
individui, compresi gli importanti desideri socializzanti».
Contro le utopie
neoclassiche e i paradigmi hobbesiani, il suo contributo arriva a
conclusioni analoghe a quelle cui arriva don Giussani, in un altro
contesto e seguendo altri metodi. Entrambi individuano nel
“desiderio socializzante” il cuore di azioni politiche ed economiche
che si muovano verso la democrazia e un mercato non dominato da
convenzioni imposte che lo soffochino. Tali desideri fondano
antropologicamente il concetto di sussidiarietà e sono lo strumento
per generare aggregazioni dove gli individui, per consenso ideale e
non per coercizione, si accordino alla ricerca di un bene comune che
soddisfi ognuno e costruiscano iniziative economiche che concilino
utilità individuale e benessere collettivo.
Per questo la risposta all’attuale
situazione sta innanzitutto in quella lunga, quotidiana, personale
educazione ad agire senza ridurre il desiderio. “Manca
un’educazione del popolo”, come ripeteva spesso don Giussani. Ed è
per questo che la prima emergenza è l’educazione, come ha
sottolineato un appello sottoscritto nel 2005 da numerosi
intellettuali e confermato dalle risposte degli intervistati in una
indagine condotta dalla Fondazione per la Sussidiarietà nel 2006.
Di questa possibilità ha parlato don
Julian Carron dicendo che: «La ricostruzione dell’umano e della
società avviene quando si incontri un io che, facendo
l’opera, non riduca il bisogno, non riduca la risposta al bisogno.
Nella modalità con cui noi rispondiamo al bisogno, nella modalità
con cui noi generiamo un’opera, si vede qual è la percezione del
Mistero». Ma «perché io non riduca il bisogno, perché quando guardo
un altro io non lo riduca, occorre che io non sia ridotto,
occorre che il mio io non sia ridotto. Se io mi rendo conto
di qual è il mio bisogno, non sarò così ingenuo da pensare che,
rispondendo soltanto parzialmente al bisogno dell’altro, io risponda
all’altro […]. Quando questo avviene senza soccombere al ricatto di
volere risolvere tutto e senza perdere la propria originalità (che
consiste nel porsi come io), cominciano ad esistere esempi
dove avviene che si comunichi l’esistenza di una risposta alla
totalità del bisogno e perciò si ridesti la speranza intorno».
4. In questo
contesto, che ruolo deve avere la politica in senso stretto,
per favorire l’educazione e la valorizzazione di ciò che è di più
positivo e innovativo? Vale oggi per tutta la politica e anche per
l’anti-politica italiana un concetto espresso da don Giussani
all’Assemblea della Democrazia Cristiana lombarda ad Assago nel
1987: «Un partito che soffocasse, che non favorisse o che non
difendesse questa ricca creatività sociale, contribuirebbe a creare,
o a mantenere, uno Stato prepotente sulla società. Tale Stato si
ridurrebbe ad essere funzionale solo ai programmi di chi fosse al
potere». Dice ancora don Giussani ad Assago in positivo: «La
politica deve decidere se favorire la società esclusivamente come
strumento di manipolazione dello Stato, come oggetto del suo potere.
Ovvero favorire uno Stato che sia veramente laico, cioè al servizio
della vita sociale secondo il concetto tomistico di «bene comune»
ripreso vigorosamente dal grande e dimenticato magistero di Leone
XIII».
Sono parole ancora
del tutto attuali che indicano una strada possibile anche per i
sinceri riformisti presenti in entrambi gli schieramenti, oggi
mortificati nei loro tentativi di rinnovamento. Questo il cammino,
non breve e non semplice, ma inevitabile che si apre davanti a noi.
Solo così potrà ridestarsi un io in grado di dare un
contributo al bene di tutti.
Giovanni Paolo II, Centesimus annus, Roma 01/05/1991.
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