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Settimana Sociale 2008 Pisa- 2° sessione

bene comune nell'era della globalizzazione

Giorgio VITTADINI  Ordinario di Statistica, Università degli Studi di Milano-Bicocca 

1. Quali strade si propongono per realizzare il bene comune attraverso la globalizzazione? Molti osservatori condividono il giudizio positivo sulle opportunità che la globalizzazione offre al bene comune. La Banca mondiale ha stimato che, se il processo di globalizzazione non si fosse verificato, il numero di poveri sarebbe aumentato fra i 300 e i 650 milioni di individui nel giro di dieci anni, anziché ridursi di 150 milioni nel medesimo arco di tempo[1].

Tuttavia, non si può sperare nel fatto che una globalizzazione attuata semplicemente attraverso un laisser faire (l’affidarsi alle “provvidenziali” forze del mercato), taumaturgicamente, risolva tutti i problemi.

Le ineguaglianze, le povertà, le violenze, il degrado materiale e spirituale, rischiano di aumentare anche nei Paesi che stanno incrementando in modo vertiginoso il prodotto nazionale lordo; inoltre, intere aree mondiali – vedi l’Africa[2] - sembrano sempre più ai margini di questo sviluppo. Le differenze fra Paesi, alcuni dei quali hanno messo in evidenza una crescita, implicano che altre aree hanno persino subito un declino in termini assoluti[3]. Il verificarsi di guerre locali è sempre più frequente, il terrorismo e il rischio di scontri di civiltà è addirittura aumentato.

Occorre governare la globalizzazione: è l’idea sviluppata nell’ultimo libro di Stiglitz, Making Globalization Work[4]: una globalizzazione basata su liberalizzazione dei mercati funziona se accompagnata da regole certe, da Stati che intervengono per ovviare alle storture che inevitabilmente si generano, da organismi internazionali che regolino i rapporti tra Stati.

Nemmeno la semplice azione degli Stati e degli organismi internazionali sembra assicurare dall’alto l’attuarsi di un bene comune.

Come si vede nel caso dei Paesi in via di sviluppo, il trasferimento di fondi, ma anche gli aiuti economici dati perché si traducessero in investimenti e sviluppo, non hanno mai dato gli esiti che ci si aspettava. Neanche gli aiuti diretti allo sviluppo del capitale umano. In generale, la spesa pubblica tout cour non può di per sé garantire un reale stato di benessere.

Non per niente la Centesimus annus afferma che le categorie di Stato e mercato sono insufficienti a interpretare una società moderna: «L’individuo oggi è spesso soffocato tra i due poli dello Stato e del mercato, […] mentre si dimentica che la convivenza tra gli uomini non è finalizzata né al mercato, né allo Stato, poiché possiede in se stessa un singolare valore che Stato e mercato devono servire»[5].

Anche Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est afferma che: «Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto»[6].

Non è un caso: lo statalismo, a livello nazionale e internazionale, cioè il contratto che genera il Leviatano di hobbesiana memoria, come documenta bene il lavoro di Pierpaolo Donati[7], si basa sulla sfiducia e il sospetto reciproci, su una concezione di uomo negativa che non può generare il bene comune perché ne mortifica le potenzialità e il positivo contributo al progresso e alla lotta per la giustizia.

2. In questo contesto, il principio di sussidiarietà mostra il suo grande valore e la sua attualità per la costruzione del bene comune.

Il principio è caratterizzato congiuntamente da una dimensione “negativa” (l’obbligo del governo di limitare il suo intervento nelle forme inferiori di organizzazione sociale) e da una “positiva” (il sostegno alla libera iniziativa dei singoli e delle realtà sociali).

In altre parole, il principio suggerisce di vedere, ascoltare, valorizzare ciò che c’è e liberamente si sviluppa come risposta “dal basso” ai bisogni dei singoli e della collettività.

Se ne deduce che il principio di sussidiarietà «prende il via dai soggetti operanti sulla scena sociale e si muove verso un loro principio organizzatore», ruotando «attorno al concetto di persona e sulla realtà vivente delle persone»[8]. Infatti, è il singolo attore il miglior giudice del suo “benessere”.

Parlare di sussidiarietà significa quindi riporre al centro dell’azione sociale, economica, politica, un soggetto umano caratterizzato da una libertà capace di rapporto, inteso cioè non solo come indipendenza e capacità di scelta, ma anche come desiderio di bene e di relazioni vissute come bene.

In questo contesto lo Stato ha il (difficile) compito di conciliare questa esigenza ineludibile e il bene comune. Sul piano politico, lo Stato sussidiario si basa sul rispetto della dignità di ciascuno e stabilisce di agire per accrescere - non per ingabbiare o diminuire - le autonome capacità dei cittadini singoli o liberamente associati. Perciò sul piano economico, a fronte dei fallimenti del marxismo e del liberismo neoclassico e delle gravi insufficienze del keynesianesimo e del welfare state, il principio di sussidiarietà consente, partendo dall’esperienza reale delle persone e delle formazioni sociali, di attuare correttivi virtuosi ai modelli economici calati dall’alto.

La sussidiarietà è quindi l’affermazione della libertà dell’uomo nella sua dimensione sociale e istituzionale. È ciò che si legge nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa: «Il principio della solidarietà, anche nella lotta alla povertà, deve essere sempre opportunamente affiancato da quello della sussidiarietà, grazie al quale è possibile stimolare lo spirito d’iniziativa, base fondamentale di ogni sviluppo socio-economico, negli stessi Paesi poveri: ai poveri si deve guardare “non come ad un problema, ma come a coloro che possono diventare soggetti e protagonisti di un futuro nuovo e più umano per tutto il mondo”»[9].

3. In quest’ottica, il principio di sussidiarietà, nato dalla riflessione e dalla codificazione di esperienze secolari in atto, ha un nesso profondo con un concetto non ridotto di esperienza, fondato su una concezione antropologica ben precisa.

Negli ultimi secoli, la categoria di “esperienza” è stata intesa secondo un’accezione soggettivistica: don Luigi Giussani, riprendendo in modo originale categorie del realismo cristiano, ha reinterpretato questo termine proponendo la nozione di esperienza elementare[10], cioè l’insieme di esigenze ed evidenze fondamentali che costituiscono - usando il linguaggio biblico - il “cuore” di ogni uomo, la sua faccia interiore, il suo senso religioso, il suo desiderio di verità, di giustizia, di bellezza «criterio oggettivo con cui la natura lancia l’uomo nell’universale paragone»[11].

Questo desiderio, quando si accorge di un bisogno, inevitabilmente si muove per cercare di rispondervi. Dice ancora don Giussani: «Il desiderio è come la scintilla con cui si accende il motore. Tutte le mosse umane nascono da questo fenomeno, da questo dinamismo costitutivo dell’uomo. Il desiderio accende il motore dell’uomo. E allora si mette a cercare il pane e l’acqua, si mette a cercare il lavoro, a cercare la donna, si mette a cercare una poltrona più comoda e un alloggio più decente, si interessa a come mai taluni hanno e altri non hanno, si interessa a come mai certi sono trattati in un modo e lui no, proprio in forza dell’ingrandirsi, del dilatarsi, del maturarsi di questi stimoli che ha dentro e che la Bibbia chiama globalmente cuore»[12].

Tuttavia la mentalità dominante tende a ridurre sistematicamente il desiderio ampio e originario dell’uomo ai tanti “desideri” piccoli e derivati che possono essere manipolati e governati fino a creare smarrimento nei giovani e cinismo negli adulti. Per questo, cuore della concezione sussidiaria della società sono le realtà sociali e i movimenti. I corpi sociali, le comunità intermedie trovano una rinnovata importanza in termini educativi, quali luoghi in cui le persone sono aiutate a crescere, a prendere consapevolezza di sé e della realtà, ad educare il desiderio difendendolo contro le riduzioni del potere. In essi l’aggregazione non avviene “nella provvisorietà di un tornaconto, ma sostanzialmente […] secondo una interezza e una libertà sorprendenti”[13], e possono nascere opere sociali ed economiche che, senza la pretesa di risolvere tutti i problemi “puntellando l’impero” (come ha suggerito alcuni anni fa il filosofo McIntire), possono essere degli esempi da cui possa ripartire una società più vera.

Singolare è l’assonanza di tale impostazione con quanto si legge in un testo classico dell’economia contemporanea, L’economia del benessere del Premio Nobel Kenneth J. Arrow.

Arrow cerca di delineare le “regole razionali” a cui sottostanno le preferenze individuali e i loro possibili nessi con le scelte collettive. Che cosa determina il manifestarsi di ordinamenti virtuosi nelle preferenze individuali? Arrow dice: «L’ordinamento rilevante per il raggiungimento di un massimo sociale è quello basato sui valori, che rispecchiano tutti i desideri degli individui, compresi gli importanti desideri socializzanti»[14].

Contro le utopie neoclassiche e i paradigmi hobbesiani, il suo contributo arriva a conclusioni analoghe a quelle cui arriva don Giussani, in un altro contesto e seguendo altri metodi. Entrambi individuano nel “desiderio socializzante” il cuore di azioni politiche ed economiche che si muovano verso la democrazia e un mercato non dominato da convenzioni imposte che lo soffochino. Tali desideri fondano antropologicamente il concetto di sussidiarietà e sono lo strumento per generare aggregazioni dove gli individui, per consenso ideale e non per coercizione, si accordino alla ricerca di un bene comune che soddisfi ognuno e costruiscano iniziative economiche che concilino utilità individuale e benessere collettivo.

Per questo la risposta all’attuale situazione sta innanzitutto in quella lunga, quotidiana, personale educazione ad agire senza ridurre il desiderio. “Manca un’educazione del popolo”, come ripeteva spesso don Giussani. Ed è per questo che la prima emergenza è l’educazione, come ha sottolineato un appello sottoscritto nel 2005 da numerosi intellettuali e confermato dalle risposte degli intervistati in una indagine condotta dalla Fondazione per la Sussidiarietà nel 2006[15].

Di questa possibilità ha parlato don Julian Carron dicendo che: «La ricostruzione dell’umano e della società avviene quando si incontri un io che, facendo l’opera, non riduca il bisogno, non riduca la risposta al bisogno. Nella modalità con cui noi rispondiamo al bisogno, nella modalità con cui noi generiamo un’opera, si vede qual è la percezione del Mistero». Ma «perché io non riduca il bisogno, perché quando guardo un altro io non lo riduca, occorre che io non sia ridotto, occorre che il mio io non sia ridotto. Se io mi rendo conto di qual è il mio bisogno, non sarò così ingenuo da pensare che, rispondendo soltanto parzialmente al bisogno dell’altro, io risponda all’altro […]. Quando questo avviene senza soccombere al ricatto di volere risolvere tutto e senza perdere la propria originalità (che consiste nel porsi come io), cominciano ad esistere esempi dove avviene che si comunichi l’esistenza di una risposta alla totalità del bisogno e perciò si ridesti la speranza intorno»[16].

4. In questo contesto, che ruolo deve avere la politica in senso stretto,  per favorire l’educazione e la valorizzazione di ciò che è di più positivo e innovativo? Vale oggi per tutta la politica e anche per l’anti-politica italiana un concetto espresso da don Giussani all’Assemblea della Democrazia Cristiana lombarda ad Assago nel 1987: «Un partito che soffocasse, che non favorisse o che non difendesse questa ricca creatività sociale, contribuirebbe a creare, o a mantenere, uno Stato prepotente sulla società. Tale Stato si ridurrebbe ad essere funzionale solo ai programmi di chi fosse al potere». Dice ancora don Giussani ad Assago in positivo: «La politica deve decidere se favorire la società esclusivamente come strumento di manipolazione dello Stato, come oggetto del suo potere. Ovvero favorire uno Stato che sia veramente laico, cioè al servizio della vita sociale secondo il concetto tomistico di «bene comune» ripreso vigorosamente dal grande e dimenticato magistero di Leone XIII».

Sono parole ancora del tutto attuali che indicano una strada possibile anche per i sinceri riformisti presenti in entrambi gli schieramenti, oggi mortificati nei loro tentativi di rinnovamento. Questo il cammino, non breve e non semplice, ma inevitabile che si apre davanti a noi. Solo così potrà ridestarsi un io in grado di dare un contributo al bene di tutti.


[1] Cfr. World Bank, Globalization growth and poverty. Building an inclusive world economy, World Bank and Oxford University Press, Washington and Oxford (GB), 2002.

[2] Angus Maddison, in The World Economy: A Millennial Perspective, OECD Development Centre, Parigi, 2001, nota che il PIL pro capite africano in termini reali, nel suo complesso, non è cresciuto negli ultimi 30 anni.

[3] Cfr. Angus Maddison, The World Economy…, cit.

[4] Joseph Stiglitz, Making Globalization Work, WW Norton, September, 2006.

[5] Giovanni Paolo II, Centesimus annus, Roma 01/05/1991.

[6] Benedetto XVI, Deus caritas est, Roma 25/12/2005, n. 26.

[7] Cfr. Pierpaolo Donati, Sussidiarietà e nuovo welfare:oltre la concezione hobbesiana del benessere, in Che cosa è la sussidiarietà. Un altro nome della libertà, a cura di Giorgio Vittadini, Punto di fuga, Collana della Fondazione per la Sussidiarietà, Guerini e Associati, 2007.

[8] Paolo Del Debbio, Fondamenti filosofici del principio di sussidiarietà, in Che cosa è la sussidiarietà, cit.

[9] Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004, n. 449.

[10] L. Giussani, Il senso religioso, Rizzoli, Milano 2003.

[11] L. Giussani, Il senso religioso, cit.

[12] L. Giussani, L’io, il potere, le opere, Marietti, Genova 2000, p. 173.

[13] L. Giussani, L’io, il potere, le opere, cit.

[14] Kenneth J. Arrow, Scelte sociali e valori individuali, ETAS, Milano 2003, p. 21.

[15] Rapporto sulla Sussidiarietà 2006, Sussidiarietà ed educazione, a cura della Fondazione per la Sussidiarietà, Mondadori Università, 2007.

[16] In Amici, cioè testimoni, Assemblea Internazionale Responsabili di Comunione e Liberazione, La Thuile, agosto 2007, Quaderni di Tracce, pag. 67.

 

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