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(dal
messaggio finale dei vescovi e dei delegati alle comunità ecclesiali)
... L’accoglienza del
Vangelo della carità ci ha resi particolarmente attenti alla vita degli uomini e
delle donne come pure alle situazioni culturali e sociali del nostro Paese.
Verso queste realtà, infatti. ci sentiamo debitori di quell’amore con cui Cristo
ci ha liberati e trasformati. Il dono di Dio non può restare solo per noi. Deve
diventare, attraverso la nostra testimonianza, linfa che rigenera la vita del
nostro Paese.
Portiamo la memoria di venti secoli in cui la fede e la carità dei credenti
hanno inciso nella storia della nostra terra. Un patrimonio di valori, di
tradizioni e di segni ha contribuito a creare il tessuto unificante della vita
nazionale. Questo patrimonio non va dilapidato.
Siamo coscienti delle difficoltà dell’oggi, dove tendenze culturali e stili di
vita mettono in pericolo la fede e sviliscono l’impegno etico. Sentiamo la
fatica del vivere da credenti in una società complessa. Non ci nascondiamo le
nostre inadempienze e i nostri ritardi: in umiltà li confessiamo.
Al futuro guardiamo con rinnovata speranza. Siamo fiduciosi di poter dare un
nuovo contributo a questo Paese in ricerca, agli uomini e alle donne in
difficoltà. Possiamo annunciare il «di più» di senso e di promessa che ci viene
dalla fede, il primo dono da offrire è dunque la verità del Vangelo. Dobbiamo
creare nuovi stili di vita evangelica, una rinnovata santità del quotidiano da
proporre come costume alternativo. Vogliamo dare da credenti il contributo
dell’intelligenza, la passione del cuore, l’operosità delle mani per ogni
progetto culturale, sociale e politico che affermi la dignità e la vita di tutto
l’uomo e di ogni uomo: l’uomo vivente, infatti, e la passione del Dio Amore.
(visione sintetica del convegno di
G. Savagnone)
... E' affiorata ripetutamente in
questo convegno la consapevolezza che ormai la Chiesa è la sola coscienza
critica in grado di levare la sua voce per prospettare una reale alternativa
alla società dell'individualismo e del consumismo selvaggi. Il Vangelo della
carità si presenta, oggi più che mai, come una potenziale "rivoluzione
culturale", di cui molti "laici" avvertono, con commozione e rispetto oppure con
irritazione e paura, la portata...
Il Vangelo della carità, prima che il
tema di questo convegno, ne è stato in larga misura lo stile, il metodo di
lavoro, il clima entro cui discussioni, interventi, rapporti conviviali si sono
svolti, anche quando i pareri sono stati diversi.
Ed è vero che ci sono gesti che
valgono più di tutti i discorsi: l'attenzione reciproca, il rispetto, la
capacità di amicizia che ho colto nei gruppi di lavoro come in assemblea sono
già un importante messaggio alle nostre Chiese e all'intera società italiana.
Essi dicono che la diversità non è necessariamente motivo di divergenza, come la
divergenza non è necessariamente contrapposizione e tanto meno scontro.
Proprio tra i diversi può scaturire un dialogo fecondo, un confronto che
arricchisce entrambi e trasforma, facendole maturare, le loro posizioni di
partenza ...
... Se la prospettiva culturale venisse assunta
nel senso in cui il nostro convegno ha mostrato di intenderla, vale a dire come
un’elaborazione che non annulla le diversità, dentro e fuori la Chiesa, ma se ne
lascia inquietare e le assume con simpatia, riconducendole a un unico discorso
articolato ed aperto, ricco di sfumature perchè nato e nutrito dall’ascolto
amorevole della complessità del reale e delle voci dei fratelli, non saremmo
davanti a una gabbia che soffoca, ma ad una espressione concreta del Vangelo
della carità.
Per
esprimere questa diversità che si raccoglie in unità senza perdere la varietà
delle differenze, i Greci usavano il termine logos, che significa al
tempo stesso «discorso», «ragione», « parola ». Assume un singolare significato
il fatto che in Cristo, Logos incarnato e Vangelo vivente della carità, l’amore
di Dio si presenta al tempo stesso come unica verità che illumina gli uomini e
come tenerezza che accoglie i dispersi senza dominarli, ma inchinandosi davanti
ad essi e alle loro ferite.
Ciò che
conta è chiamare i cristiani a un’opera incessante di discernimento critico,
alla luce del Vangelo, dei messaggi che quotidianamente plasmano le menti e i
cuori di tutti noi; di elaborazione costruttiva degli elementi di validità che
si trovano in questi messaggi; di apertura di spazi di trascendenza, al di là di
quanto essi possano mai dire su basi puramente umane.
Ma,
soprattutto, la cultura ha la funzione di aprire, non di chiudere, gli spazi
della comunicazione all’interno della Chiesa e tra questa e il mondo. La sua
unità sarebbe, ancora una volta, quella del messaggio di Pietro a Pentecoste,
quando Medi, Parti ed Elamiti udirono annunciare il Vangelo non in un’unica
lingua - una specie di esperanto - ma ciascuno nella sua, come si conviene a un
messaggio che vuole annunciare la molteplice unità del Logos.
E il
tema del linguaggio fin dall’inizio è stato essenziale nella problematica che il
convegno ha affrontato, se è vero che «il Vangelo della carità altro non è che
la via per articolare la Parola usando il linguaggio di Gesù stesso» quello
dell’amore crocifisso. Come a Pentecoste, non si tratta di appiattirsi su slogan
e parole d’ordine, né di assumere un linguaggio per escludere gli altri, ma di
stabilire una comunicazione tra i diversi linguaggi, nello Spirito, per poter
parlare tra noi e con gli altri uomini senza restare prigionieri della nuova
Babele che minaccia la nostra società.
In
questa medesima prospettiva credo vada intesa l’espressione, che più volte in
questi giorni è risuonata nel nostro convegno, « discernimento comunitario».
Perché, in un’epoca dose l’individualismo si manifesta anche nell’ambito
religioso, portando molti a ricostruirsi una fede a propria immagine e
somiglianza, solo la comunità può essere il punto di riferimento che permette di
evitare superficiali sincretismi, rammentando che, sia nel campo religioso che
in quello politico, «non si può ritenere ogni idea o visione del mondo
compatibile con la fede» (Discorso del Papa). E anche questo ha a che fare col
Vangelo della carità, perché, come è stato detto in qualche gruppo di lavoro,
c’è una "carità della verità" dentro e fuori la comunità cristiana, che oggi
forse é più urgente ancora delle altre.
Questa
carità può esercitarla, però, una comunità come quella che abbiamo cercato di
realizzare in questo convegno, dove vescovi, sacerdoti, religiosi e laici hanno
lavorato fianco a fianco, senza confusione di ruoli, ma anche senza reciproche
chiusure, certi che il carisma degli altri - e dunque anche la gerarchia dei
carismi - fosse una propria ricchezza, e dunque al di là di verticismi
opprimenti e mortificanti da una parte, di diffidenza e ipercritica dall’altra.
Una comunità che ha il senso del l’autorità, ma rifugge dall’autoritarismo,
della paternità, ma senza paternalismo, della liberta senza individualismo,
della franchezza senza arroganza, dell’obbedienza senza servilismo. Ancora una
volta, è la prospettiva del Logos quella che esprime meglio il senso dei Vangelo
della carità per la comunità cristiana.
In
quest'ottica autenticamente evangelica, anche la preoccupazione che la fede
venga ridotta a cultura può essere superata. E' proprio la trascendenza della
fede che, nella grande tradizione cristiana, ha giustificato l’adozione di
categorie culturali assai diverse (si pensi ad Agostino e Tommaso). Questa
trascendenza, però, non è più cristiana se diventa separazione e
incomunicabilità tra il mistero e le parole degli uomini. Il Dio di Gesù Cristo
non ha disdegnato di farsi carne per abitare in mezzo a noi. E come in Cristo il
Verbo rimane Dio pur facendosi uomo, così la fede può ben tradursi nelle culture
senza cessare di essere dono inesprimibile di cui la comunità cristiana nutre
continuamente la sua riflessione culturale ... |